Politica

Uno sguardo asettico sull’Italia

Il nostro paese è davvero così disastrato e indegno di fiducia?  E quali sono i rimedi per migliorarlo?

Una ridda d’informazioni contradditorie

La bagarre politica, che si è recentemente accentuata in vista delle imminenti elezioni europee, disorienta sempre di più gli elettori, che si trovano quotidianamente bersagliati da soloni che affermazioni, secondo cui, o si è sull’orlo del baratro, o ci si avvia verso un futuro radioso. Come destreggiarsi in mezzo a un tale bailamme d’informazioni, la cui unica caratteristica certa è quella di contraddirsi l’una con l’altra? Chi ci prende per i fondelli e chi, invece, afferma la verità? Non è difficile rispondere a questa domanda: per tanto che si tratti di dotte concioni rilasciate da valenti economisti ed esperti politologi, si può star certi di una cosa: la verità non la dice nessuno.

Tutto fuorché la verità

Basterà partire da quest’assunto, per capire come il confronto politico, non si costruisca sulla realistica valutazione dei fatti, ma sullo scopo di denigrare l’avversario. Scopo che può essere raggiunto, solo attraverso lo spregiudicato cinismo di usare i dati, in modo che questi siano di supporto a tesi precostituite. In una delle sue numerose pubblicazioni, Alfred Tack, docente britannico di marketing motivazionale, sostiene che, per determinare le proprie strategie di sviluppo, le aziende dovrebbero ricorrere al cosiddetto “Brainstorming”, (letteralmente “tempesta di cervelli”), cioè, riunire intorno a un tavolo le menti più brillanti del proprio staff e lasciare che queste esprimano liberamente le proprie idee.

Lo scambio delle idee in luogo del conflitto

A sostegno di questo suggerimento, Alfred Tack, propone un simpatico esempio: “Se a un tavolo siedono dieci persone e ciascuna di queste, porge al vicino, una moneta, a giro compiuto, tutti si ritroveranno con la stessa moneta, ma se invece di una moneta, ciascuno esprime un’idea, alla fine del giro, tutti si troveranno con dieci idee”.
Sarebbe bello se il confronto politico adottasse lo stesso sistema, non al fine di far trionfare la propria tesi, ma con il genuino intento di fornire un contributo alla soluzione dei problemi. Purtroppo sappiamo che non è così, perché i nostri politici s’ingegnano solo a dar battaglia con furiose mazzate che, non sono tanto lesive per l’avversario, quanto lo sono per il Paese che gli è stato affidato. Certo; l’Italia non ha l’esclusiva di questo deprecabile vezzo, ma ciò fornisce una ben magra consolazione.
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Rissa tra deputati a Montecitorio, sede del Parlamento Italiano a Roma

Va davvero tutto male in Italia?

Debito pubblico stratosferico; prodotto interno lordo stagnante; tassazione troppo elevata e coercitiva, che scoraggia gli investimenti; burocrazia che oltraggia la giustizia; titubanze e timidezze in politica estera; fuga di cervelli; immigrazione indiscriminata; alto tasso di disoccupazione; carenza d’infrastrutture; elevata disparità sociale; rampante corruzione; terrorismo; criminalità e mafia; incremento del consumo di droga; crescita di sentimenti razzisti… e via di questo passo.  Questa è, ahimè, l’Italia di oggi. Inutile negarlo, ma ci spetta davvero la maglia nera tra i Paesi più industrializzati? Proviamo a sondare le cose con un po’ più di accuratezza.

Troppa attenzione agli effetti e poca alle cause

La realtà – quella realtà che troppi rifiutano di ammettere – è che viviamo in un limbo fatto interamente di anacronismi. Ci imbeviamo di slogan e d’ideologie effimere, disquisendo sempre sugli effetti e disinteressandoci cocciutamente delle cause. Nessuna situazione può crearsi, senza che un evento l’abbia determinata ed è solo la valutazione oggettiva di tale evento che può indicarci come prevenire l’effetto indesiderato. Spesso, questo disinteresse verso le cause, non è spontaneo ma guidato da faziosità e da convinzioni preconcette che ci portano a negare ciò che noi stessi sperimentiamo nel quotidiano.

Qualche cifra

Questa è una pratica disastrosa che ci rende volontariamente ciechi e sordi, quindi incapaci di affrontare i problemi che ci affliggono. Per fare un esempio; Il nostro debito pubblico è altissimo, è vero, ma non ha alcun senso valutarlo in termini assoluti; occorre valutarlo in base alla sua incidenza sul PIL (Prodotto Interno Lordo). Facendolo si scopre che l’Italia ha un’incidenza del 131 per cento e si pone al quinto posto tra i Paesi più indebitati del mondo. Tragico, vero? Ma c’è una sorpresa: il Giappone, che è la terza potenza economia del pianeta, ha un’incidenza del 224 per cento, quindi del 70 per cento superiore alla nostra. Ma la sorpresa non si ferma qui: le riserve aure del Giappone ammontano a sole 765 tonnellate, mentre l’Italia ne ha ben 2451; più del doppio della Cina, più della Francia, della Gran Bretagna e di altre potenti economie mondiali. Ci superano solo Stati Uniti e Germania.

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Riserve auree. Otto paesi a confronto

L’Italia non è la Cenerentola del pianeta

Quanti sono gli italiani a conoscenza di questi dati? E cosa se ne può dedurre? Nulla di particolare, ma possiamo però rendere un po’ più relative tutte le disfattistiche previsioni delle Cassandre di turno. Pur con tutte le sue pecche, l’Italia resta la terza potenza economica europea e l’ottava a livello mondiale e non siamo neppure gli ultimi in quanto a forze armate: come numero di unità navali, la Marina Militare Italiana è tra le più potenti al mondo; disponiamo di corpi speciali perfettamente efficienti e addestrati, per non parlare dei servizi d’intelligence, forse i migliori d’Europa. E allora? Dobbiamo proprio cedere al catastrofismo?

Luigi Einaudi, il presidente profetico.

Occorre dare atto, come già sosteneva Luigi Einaudi verso la metà del secolo scorso, che mentre il popolo italiano si distingue per inventiva e intraprendenza, la sua classe dirigente, ha invece ereditato l’elefantiasi e l’immobilismo dell’era borbonica, una metastasi che appare inestirpabile e scoraggia l’iniziativa della libera imprenditoria e dei progetti d’investimento. Abbiamo una carta costituzionale definita “la migliore del mondo”, ma che è così minuziosa e bizantina, da rendere il Paese pressoché ingovernabile e inserito in un sistema europeo tutto teso a stringere i cordoni della borsa più che a disegnare strategie di sviluppo. Perché gestire una Nazione, dev’essere così diverso dal gestire un’impresa? Il ricorso al credito è davvero così deleterio come l’Europa sostiene?

Sviluppo e indebitamento

Sono ben poche le aziende che si sono sviluppate, conquistando preminenti posizioni internazionali, senza indebitarsi. Henry Ford, fondatore del gigante automobilistico statunitense, era figlio di semplici agricoltori irlandesi. All’età di venticinque anni operava, come modesto travetto, presso la Thomas Edison Company, ma era già appassionato di motori e nelle ore libere, si dedicava alla costruzione di un prototipo d’automobile a combustione interna. All’apice del suo successo, concesse un’intervista al New York Times e alla domanda di quali differenze trovasse tra la sua condizione originaria e quella attuale, rispose: “Quando ero poco più che ventenne, ero afflitto dai debiti di poche decine di dollari. Oggi sono afflitto dai debiti per milioni di dollari”.

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La nuova sede di Londra della della Fiat Chrisler Automobiles (FCA)

Meglio aumentare le entrate che ridurre le spese

Ridurre il debito pubblico, intervenendo esclusivamente sul capitolo spesa, significa indebolire i servizi offerti ai cittadini, gravarli di nuove tasse, limitare la concessione del credito e scoraggiare così gli investimenti. Eppure è fuor di dubbio che l’incidenza del debito sull’ammontare del PIL vada contenuta, ma come? La strada è una sola: aumentare la consistenza del PIL, in modo che l’incidenza di spesa si trovi automaticamente ridotta, ma per far questo occorre, almeno nella fase iniziale, estendere l’indebitamento attraverso una radicale riduzione delle imposte, favorendo così gli investimenti, l’occupazione e quindi l’incremento dei consumi, cosa che farà necessariamente aumentare il PIL.

I doveri sociali spettano allo stato, non alle imprese

Non è una formula così difficile da capire e condividere. E’ inutile scagliarsi contro le imprese che abbandonano l’Italia per trasferire le proprie attività all’estero. Un’azienda non ha obblighi di natura umanitaria verso il popolo cui appartiene; ha obblighi verso i propri azionisti ed è dovere dei governi fornire a queste imprese, valide ragioni per non andarsene. Negli ultimi tempi abbiamo assistito a imponenti levate di scudi contro l’adozione della tassa unica, la cosiddetta Flat Tax. Si tratta proprio – come ci viene detto – di una scelta così deleteria per la nostra economia? E se così è, come mai in gran parte dei paesi dell’ex blocco sovietico è stata adottata, producendo un efficace sviluppo delle rispettive economie? Anche cinque Stati americani (Illinois, Indiana, Massachusetts, Michigan e Pennsylvania) ne fanno uso e non si tratta certo di Nazioni afflitte da povertà.

Tassazione: l’orco che divora le risorse

Ovviamente, adottando la flat tax, occorre rispettare il principio di equità, previsto dalla nostra costituzione e cioè introdurre un sistema che, attraverso scaglioni progressivi, distingua i redditi bassi da quelli più elevati. Tutto può essere fatto con misura e ragionevolezza, ma occorre capire, una volta per tutte, che le imposizioni fiscali, rappresentano l’orco che divora le risorse potenziali di un Paese. E’ inconcepibile che quel lavoratore che mette in tasca mille euro mensili, costi all’azienda che lo impiega, duemiladuecento euro! Più soldi per le imprese, significa più soldi per chi ci lavora, più investimenti, meno esportazione di valuta; più occupazione, più competitività sui mercati e – soprattutto – meno ricollocazione d’imprese all’estero.

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Esiti della Flat Tax in base alla proposta della Lega

Più denaro in tasca alla gente, più i consumi interni

Se questo vale per l’impresa, vale anche per il suo dipendente. E’ incontestabile che, percependo una paga più alta, in virtù della detassazione, potrà spendere di più, incrementando i consumi interni e contribuendo così al generale sviluppo del Paese. A questo progetto è ovviamente necessario abbinare una moralizzazione del sistema, con energiche iniziative contro la corruzione, la criminalità, lo sterile assistenzialismo, le prebende faraoniche e immeritate, gli inutili carrozzoni pubblici che non servono ad altro che a produrre costi improduttivi. Non è utopico prefigurare un simile traguardo, se si procede attraverso una realistica pianificazione delle azioni per raggiungerlo, ma ciò che allo stato attuale appare purtroppo utopico, è l’onestà intellettuale e la genuina volontà politica di volerlo perseguire.

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