Politica

Un “sistema Italia” perverso e fazioso che colpisce i deboli per proteggere i loro aguzzini

Massimo Tumolo non c’è più, ma lascia una traccia indelebile

Abbandonare Italietta Infetta, ora che il suo fondatore non è più tra noi, si configurerebbe come l’ultimo oltraggio al suo instancabile sforzo di ricercare la verità. Una ricerca che il nostro Massimo Tumolo ha finito per pagare con la vita. Quindi, pur se con un corpo redazionale falcidiato dalla sua scomparsa, faremo il possibile affinché il giornale da lui creato, prosegua nello stesso solco che era stato tracciato e cercheremo di farlo, riferendoci proprio a quelle battaglie che aveva intrapreso e che la prematura dipartita gli ha impedito di portare a termine.

Con quest’articolo, cominceremo da una vertenza che è strettamente connessa alla patologia che ne ha causata la morte. Gli attori di questa vertenza, di cui Max è stato involontario protagonista, sono rappresentati da una giudice del tribunale di Torino e dall’ospedale per le malattie infettive Amedeo di Savoia, anch’esso di Torino. Si tratta di un contenzioso che si trascina da oltre cinque anni e che nell’ottobre scorso si è infine concluso, in primo grado, con il rigetto dell’istanza di risarcimento avanzata da Max e con l’addebito a suo carico delle spese giudiziarie, stabilite in 19.000 euro. Una sentenza assolutamente assurda, come di seguito spiegheremo.

I fatti risalgono agli inizi del 2010, quando Max, rientrato a Torino dall’Africa, scopre di essere soggetto a una grave forma di malaria per la quale è quindi ricoverato nella suddetta struttura sanitaria dov’è sottoposto agli esami di rito e alle adeguate terapie, finché ne esce ristabilito e pronto a riprendere la sua attività. Passano alcuni anni e Max, pur trovandosi in perfetta salute, inizia a rilevare strani rigonfiamenti al ventre e alle caviglie che il suo medico tenta di affrontare con la prescrizione di farmaci diuretici, ma rilevato che questi sono inefficaci, si ricorre infine a un accurato esame ecodoppler che rivela una terrificante patologia: Max è affetto da un’avanzata forma di cirrosi epatica per la quale non esistono cure. Il suo fegato è già devastato dalla necrosi e per salvargli la vita si rende urgente un trapianto dell’organo.

Una colpevole negligenza

L’Ospedale per le malattie infettive Amedeo di Savoia, Torino

Gli esami accertano che questa gravissima patologia è stata scatenata dal decorso di una silente epatite “C “ che, a lungo trascurata, ha finito per annidarsi nel fegato fino a renderlo irreversibilmente cancrenoso, ma ciò che lascia davvero stupefatti e che dai referti degli esami eseguiti presso l’Amedeo di Savoia, durante il precedente ricovero, risultava chiaramente l’esistenza di questa epatite che i sanitari dell’ospedale hanno colpevolmente ignorato, mentre avrebbero dovuto informarne l’interessato sottoponendolo immediatamente alle cure del caso, anziché dimetterlo com’è invece avvenuto. Questa incredibile negligenza costringeva Max a una lunga attesa per il trapianto che si rendeva possibile solo nel 2015, quando le sue condizioni generali di salute si erano già rapidamente aggravate.

Subire il trapianto di un organo, significa assoggettarsi a vita all’assunzione di farmaci tra cui gli anti-rigetto che deprimono fatalmente il sistema immunitario rendendo il soggetto molto più esposto a infezioni batteriche e virali. Tutto questo, oltre alla necessità di un costante monitoraggio sanitario, rendeva impossibile a Max, riprendere l’attività nel campo di sua specifica competenza: quello della cooperazione internazionale. Così, improvvisamente, si ritrovava privo di reddito e reperiva ospitalità, a costo ridotto, presso un housing gestita dai salesiani. Considerate le sue compromesse condizioni di salute, gli era riconosciuta dall’INPS un’invalidità civile del 100 per cento alla quale faceva seguito un’indennità mensile di 290 euro con la quale Max dovrà arrabattarsi per vivere, finché a questa ridicola somma, si aggiunsero poi altri 500 euro del reddito di cittadinanza.

Sarà facile convenire che questo disastro poteva essere facilmente evitato se l’epatite, responsabile del trapianto, fosse stata a suo tempo diagnosticata e curata presso l’ospedale che l’aveva riscontrata. Appena dimesso dall’intervento e assistito da un legale, Max decise quindi di aprire un procedimento contro l’Amedeo di Savoia, la cui ignavia aveva determinato il suo attuale stato d’inabilità. La burocratica lentezza della giustizia italica, tra ingiustificati rinvii e richiesta di assurde certificazioni, trascinò il contenzioso per ben cinque anni. L’Ospedale si difese sostenendo che Max era stato messo a conoscenza dell’esistenza dell’epatite. Un’argomentazione assurda, quasi che Max avesse deliberatamente optato per il suicidio.

Vergogne dell’INPS e della pretesa “Carità Cristiana”

Housing salesiano della Fondazione Agnelli di Torino in cui abitava Massimo Tumolo prima della cacciata

I periti medici delle rispettive parti espressero, com’era da attendersi, opinioni opposte e il giudice nominò quindi un perito del tribunale, il quale, in una relazione esauriente e dettagliata, riconobbe senza alcuna riserva, la piena responsabilità dell’ospedale incriminato. Non restava quindi che attendere la sentenza che avrebbe dovuto essere pubblicata entro i primi mesi di quest’anno, ma che, invece, arrivò solo lo scorso ottobre. In una laconica argomentazione, la giudice accoglieva tutte le pretestuose istanze della difesa e – contraddicendo lo stesso perito da lei nominato – dava torto a Max condannandolo anche al pagamento di tutte le spese legali.

A quest’assurda sentenza fu naturalmente interposto appello, ma solo un mese dopo accadde un altro fatto davvero singolare. Max fu convocato dall’INPS per una visita medica di controllo a conclusione della quale la sua invalidità del 100 per cento, fu inopinatamente ridotta al 75 per cento, cancellando in un colpo tutti i benefici accessori che il precedente status gli riservava. L’INPS non si curò di fornire la benché minima spiegazione del perché la sua disabilità fosse stata degradata, mentre, rispetto alla situazione certificata cinque anni prima, poteva – se mai – presentare solo un ragionevole aggravamento.
Nell’estate appena conclusa, Max aveva anche dovuto subire un altro oltraggio: la caritatevole fondazione salesiana, l’aveva brutalmente cacciato dall’alloggio che occupava, perché lo stesso doveva favorire l’assistenza a giovani immigrati e quindi lui – italiano sessantatreenne e invalido – non godeva più dei benefici della carità cristiana.

Sofferente e solo ad affrontare i rigori invernali

La località montana di Chialamberto (TO) ultima dimora di Max Tumolo prima del ricovero

Anche lo spirito più indomito finisce per cedere alle mazzate quando queste diventano troppe per essere tollerate e anche Max finì per cedere allo scoramento e mi confessò che aveva perso interesse per vivere. Fu un crollo che durò solo un attimo, ma fu molto penoso perché fu come assistere allo sgretolarsi di un gigante. Poi un amico medico, anche lui operante nella cooperazione e in partenza per il Senegal, gli mise a disposizione una baita a Chialamberto, nell’alta Valle di Lanzo, in attesa che gli assistenti sociali gli procurassero un alloggio, ma anche questa promessa si dilatò nel tempo fino a costringere Max ad affrontare i rigori dell’inverno in una casa senza riscaldamento, nel cuore di un paese deserto e con gravi effetti sulla sua situazione polmonare, già compromessa da un enfisema.

Questa fu la situazione che lo portò al recente ricovero. Il resto è ormai storia nota.
In ospedale contrasse il covid che aggravò la sua già esistente difficoltà respiratoria, fino a decretarne la morte. Oggi non possiamo non chiederci se fu la concomitanza di tutti gli eventi che abbiamo descritto a rendere inevitabile la sua prematura dipartita. Inoltre non si può neppure sfuggire al sospetto che le pubbliche istituzioni, più che a garantire il diritto dei deboli, siano prevalentemente rivolte a proteggere i poteri da cui discendono, altrimenti ci troveremmo di fronte a una serie di davvero straordinarie coincidenze che il semplice buon senso dovrebbe far ritenere molto improbabili.

A chi è interessato a leggere le battaglie di Massimo Tumolo contro le ipocrisie e i soprusi dell’establishment, consiglio la lettura dei suoi numerosi articoli  sul nostro sito: www.italiettainfetta.it soprattutto quelli compresi tra le pagine 18 e 25 delle nostre pubblicazioni

2 risposte

  1. Buonasera sig. Nofori, prima di tutto vorrei ringraziarla per l’amicizia e la stima concessa al nostro Max, “Mimmo” per i suoi amici e per l’articolo da lei pubblicato mettendo in risalto i tanti pregi del nostro amico comune Ho avuto modo di conoscerlo bene circa 4 anni fa quando venni ospitato all’interno dell’Housing dell’Agnelli e in poco tempo è nata una bella amicizia e stima che mi diede modo di conoscere sia il suo pensiero, la grande esperienza di vita avuta e degli onerosi impegni a favore di una ricercata giustizia che, su questa Terra, trova spesso campo minato. Non voglio dilungarmi su tutto quello che, con pregio, ha espresso nel suo articolo, ma per dovere di cronaca, devo rettificare quelli che interessa la sua permanenza all’housing. Io sono stato accolto da don Alberto in via straordinaria poiché, di fatto, dato lo statuto della casa, potevano essere ammesse persone che non avessero superato il 39 esimo anno di età. Io già ne avevo 51 quindi con largo margine, ma e stato molto comprensivo e mi ha permesso di stare per ben cinque mesi facendomi pagare una somma veramente ridicola, sapendo che ero senza lavoro e che stavo tentando di trovarlo con estrema difficoltà data l’età, come può ben immaginare. È stata sempre una persona onesta, comprensiva ma anche molto chiara, e quando mi comunico, in anticipo, che dovevo lasciare l’housing, ero già pronto per questa evenienza ( e le posso assicurare che ero in condizioni difficilissime). Mimmo è stato più di 3 anni e credo che ha ottenuto lo stesso privilegio e trattamento, con la differenza che, a causa dei suoi molteplici impegni giudiziari e non, le esigenze aumentavano e si rendevano più complicate a causa della sua situazione finanziaria e di salute. Don Alberto ha fatto il massimo ma anche lui oltre ad avere poco margine d’azione doveva, e deve, rendere conto alla sua Comunità. Mimmo poi essendo per sua natura battagliero, alcune cose le ha affrontate con troppo piglio personale, scontrandosi poi inevitabilmente con la realtà sopracitata. Guardi io sono stato sempre vicino a Mimmo, ma su certe sue prese di posizione, a volte, ho dovuto esprimere parere diverso. Quindi, mi permetta, non credo sia giusto aver riportato giudizi negativi sulla Comunità Salesiana perché, in verità, non ce ne sono. Detto questo, porto nel cuore un grandissimo dolore per aver perso uno straordinario amico e come tale mi sono sempre rivolto a lui con estrema onestà. Grazie per quello che ha fatto per lui e, credo, continuerà a fare per il futuro, affinché la sua memoria rimanga sempre viva. Grazie di cuore! Claudio Pellegrini

    1. Caro Claudio,
      consento la pubblicazione del suo commento, non solo per il commosso ricordo dell’amico Mimmo, ma anche per il tono garbato e civile con cui lei ci offre le sue legittime osservazioni.
      Pur accettando il riferimento alla particolare personalità di Mimmo e all’impeto che spesso lo portava ad affrontare le avversità che gli capitavano tra capo e collo, non posso tuttavia convenire con le sue conclusioni circa l’operato dell’istituzione salesiana – in particolare di don Alberto – presso cui Mimmo ha abitato fino alla scorsa estate.
      Non dubito che ci fossero regole precise cui l’istituzione in oggetto doveva attenersi, ma poiché Mimmo (di questo don Alberto era a conoscenza) stava disperatamente cercando un’altra sistemazione che fosse alla sua portata economica, gli aspetti burocratici avrebbero potuto mostrare una certa elasticità. Stiamo pur sempre parlando di una persona ultrasessantenne con il 100 per cento d’invalidità e una grave patologia d’insufficienza polmonare.
      Mimmo, come lei stesso quota, era stato lì per tre anni, era così difficile consentirgli di restare ancora per un altro paio di mesi, anziché costringerlo a trasferirsi in alta montagna al freddo e senza alcun genere di supporto per affrontarlo?
      Ma ciò che non riesco a perdonare a don Alberto e l’inaccettabile comportamento da lui tenuto nell’ultimo periodo di permanenza volto spingere Mimmo fuori dalla struttura quanto prima possibile. Per farlo, come io stesso ho testimoniato – è anche ricorso a veri e propri dispetti, come impedirgli l’accesso all’ascensore, così da costringere Max ad ansimare sulle scale per portare al suo alloggio la borsa della spesa e magari anche le bottiglie d’acqua.
      Questo ho davvero difficoltà a vederlo come un comportamento in linea con la carità cristiana.
      Grazie comunque per il suo messaggio. un cordiale saluto.

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