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Sudafrica: l’arresto dell’ex presidente Jacob Zuma provoca centinaia di morti e oltre 45 mila esercizi devastati

Estero- inchiesta
Franco Nofori
17/07/2021
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1 

Tribalismo e corruzione, croniche patologie africane

A trent’anni di distanza dalla fine dell’apartheid il Sudafrica sembra voler seguire le tragiche orme dello Zimbabwe. L’ex presidente Jacob Zuma, rimasto in carica dal 2009 al 2018 e un tempo celebrato come uno degli eroi contro la discriminazione del potere bianco, è stato arrestato e tradotto in carcere a seguito di una condanna per corruzione. Zuma, durante la lotta per l’autodeterminazione, aveva speso in carcere dieci anni della sua vita e come i predecessori, Mandela e Mbeki, aveva quindi assunto il ruolo di artefice della libertà africana. Purtroppo sembra che l’adagio andreottiano, “il potere logora”, si sia adattato a pennello alla sua presidenza. Durante il mandato, oltre all’accusa di vari reati sessuali, di cui si sarebbe reso responsabile, è stato anche colto con le mani nel sacco in connivenza con il ricco faccendiere indiano, Rajesh Gupta, per aver depredato la finanza pubblica. Gupta, fiutando il rischio, si era affrettato a lasciare il Paese, già all’indomani dell’uscita di scena del complice africano.

Violenze e saccheggi

Saccheggi e devastazioni nei centri commerciali del Sudafrica

Come sovente accade in Africa, la protesta, originata dalle insopprimibili rivalità tribali in favore del deposto Jacob Zuma, è rapidamente sfociata in violenze, massacri e saccheggi che continuano ormai da una decina di giorni e che le forze di sicurezza sono palesemente incapaci di contenere. I dati riportati dall’ultimo bollettino, parlano di oltre 120 morti e circa 45 mila esercizi commerciali saccheggiati e devastati, in alcuni casi anche dalle stesse forze di polizia, ma si tratta di numeri purtroppo destinati a crescere. Gli episodi di violenza, in un primo tempo concentrati a Johannesburg, si sono rapidamente estesi all’intero Paese che conosce livelli di disoccupazione e indigenza mai prima registrati. E’ il drammatico declino di un gigante che un tempo si ergeva come una delle più rampanti economie del pianeta e la cui ricchezza doveva essere equamente distribuita alla popolazione grazie alla gestione autoctona avviata dal 1991

La caduta del gigante africano

Sudafrica oggi. Cos’è realmente cambiato dall’apartheid?

Si tratta di un progetto smaccatamente fallito poiché, come indica un rapporto della Banca Mondiale, il Sudafrica odierno è diventato il Paese che presenta le più alte diseguaglianze sociali del mondo, prima ancora del già discriminante Brasile e vede in Johannesburg la città più ineguale dell’intero pianeta. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il drammatico record del 32,2 per cento e nel 2020 il Sudafrica ha anche registrato la più grave recessione economica dalla fine del secondo conflitto mondiale in poi. Il miracolo dell’autogestione si è quindi rivelato come un colossale fallimento e la popolazione, prima vessata dal dominatore bianco, si trova ora parimenti vessata da quello nero, ma con molte meno risorse rispetto a quelle che aveva allora. Su questa già drammatica situazione, ha anche infierito la devastante pandemia del Covid-19 che, per le restrizioni imposte, ha falcidiato anche la ridotta imprenditoria che era sopravvissuta alla recessione.

Essere eroi non basta per essere anche bravi amministratori

Nelson e Willy Mandela esultano per la fine dell’apartheid. Willy sarà poi condannata per crimini contro la proprietà

Le cause di questo disastroso tracollo, sono in primis attribuibili all’imperante corruzione che affligge gran parte delle leadership africane, ma a queste si è anche aggiunta la patetica convinzione che gli eroi dell’anti apartheid possedessero – per induzione divina – anche le qualità d’illuminati statisti capaci di risolvere le complesse problematiche di una Nazione. Così non è purtroppo avvenuto e nonostante il tributo da riconoscere a Nelson Mandela, Tabho Mbeki e allo stesso Jacob Zuma, per le sofferenze subite durante la strenua lotta per l’autodeterminazione, non si può per questo, ritenerli anche i detentori di quegli irrinunciabili requisiti atti alla suprema conduzione di un Paese con un complesso tessuto organizzativo e sociale come il Sudafrica presenta. L’attuale presidente, Matamela Cyril Ramaphosa, in carica dal 2018, anche lui attivo nei negoziati che portarono alla democratizzazione del Paese, si mostra a sua volta incapace di offrire al Paese quella pragmatica gestione di cui avrebbe disperato bisogno.

L’odio irriducibile verso lo straniero

Estrema povertà di sudafricani bianchi a Johannesburg

Alla determinazione di questo immane disastro economico e sociale, non è infine estraneo il rampante dilagare del dragone cinese che in Sudafrica ha esercitato una pressione così soffocante e discriminatoria da suscitare violente reazioni popolari, al punto da indurre molti imprenditori cinesi a fare i bagagli e a ritornarsene in Patria. Del resto, la popolazione sudafricana, è forse quella che ha mostrato la più feroce intransigenza verso le presenze straniere sul proprio territorio, incluse quelle dei “fratelli” provenienti da altre paesi dell’Africa. Gran parte della residua comunità bianca è quasi ridotta all’accattonaggio e quotidianamente esposta ad aggressioni e minacce. Soprattutto per opera del fanatico nazionalista Julius Malema, capo dell’Economic Freedom Fighters (EFF), che incita i propri seguaci all’eliminazione fisica di tutti i bianchi ancora presenti entro i confini sudafricani. Un ben misero epilogo per la più potente economia africana di un tempo.

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