Approfondimenti Inchieste

SPECIALE COOPERAZIONE E SANITÀ – IL FILM TRA REALTÀ E ZERO FANTASIA – PARTE PRIMA

Provate a immaginare di essere un magistrato, un P.M., un Pubblico Ministero per l’esattezza, e a un certo punto vi viene messo sulla scrivania un fascicolo che potrebbe benissimo essere la trama di un film. Ma non lo è; tutto vero, dimostrato, incontestabile, documentato. Voi siete un P.M. vero, uno dei pochi non iscritti a nessun sindacato e a nessun partito politico. Avete scelto questa professione perché credete nella Giustizia con la G maiuscola e il fascicolo scotta, è rovente, e dovete decidere se trasmetterlo al Giudice per l’archiviazione, insabbiando tutto, o se dare il via alle indagini. Una valutazione difficile.

Come ogni buon film che si rispetti il fascicolo è suddiviso in due tempi; nel primo viene raccontato il contesto con alcuni elementi piccanti che costituiscono solo il prologo di quanto si svolgerà nel secondo tempo e che offrono uno spaccato dei progetti di cooperazione allo sviluppo, quelli che dovrebbero aiutare i paesi poveri a uscire dal loro perenne stato d’indigenza. Ma sarà proprio così?

Buon lavoro.

LIBERIA E ITALIA – LO SCONOSCIUTO CONNUBIO TRA UN PAESE DEL G8 E UN MINUSCOLO TERRITORIO DEL WEST AFRICA CON UNA STORIA DISCUTIBILE

Il tempio massonico di Monrovia, Liberia

Facciamo un passo indietro in un recente passato. Nel 2007 l’unico Presidente donna dell’Africa di allora, Ellen Johnson Sirleaf, Presidente della Liberia, premio Nobel per la pace qualche giorno prima della elezioni del 2011, la quale in sintonia con il premio appena ricevuto diede ordine di sparare sui manifestanti che protestavano per la manipolazione dei risultati elettorali, giunge in Italia in visita ufficiale dove incontra Romano Prodi, all’epoca Premier, e tra gli aiuti richiesti ne spicca uno di particolare rilievo: riabilitare l’Università di Medicina, fondata dal famoso cardiochirurgo di Torino il Prof. Achille Mario Dogliotti, il quale insieme alla CEI (Conferenza Episcopale Italiana) e al Ministero degli Affari Esteri, negli anni ’60 costruisce una Università di Medicina che per anni fu il fiore all’occhiello del West Africa: il Dogliotti College of Medicine di Monrovia.

Essendo il Prof. Dogliotti un massone della Loggia del Grande Oriente, in quel periodo fu eretto a Monrovia anche uno dei più grandi templi d’Africa. E che c’entra la massoneria in questa storia? Basti pensare che Monrovia in quegli anni rappresentava quella che per la Marina Civile Internazionale era la “bandiera liberiana”, una sorta di lasciapassare che identificava il porto franco, cioè il commercio senza alcun controllo di tutte le navi battenti tale bandiera. Il Registro navale della Liberia all’epoca era, in termini di dimensioni e commercio, il secondo registro navale più grande al mondo appena preceduto dalla Cina. Un territorio pari ad un terzo dell’Italia con il secondo registro navale al mondo era un’anomalia, tanto che non fu affatto un caso che anche Mediobanca di Cuccia, a quei tempi, aprì una sede a Monrovia, considerata la Cuba del West Africa, un luogo dove il business era al centro di tutte le attività del paese e dove giornalmente si svolgevano feste e ricevimenti a go-go in perfetto stile Governo Batista a Cuba.

La storia della Liberia è unica; la capitale Monrovia omaggia il Presidente americano Monroe il quale dopo l’abolizione della schiavitù, ad opera di Lincoln, espropriò un territorio agli autoctoni in Africa per donarlo agli schiavi rimpatriati, mettendo sotto lo stesso tetto diverse etnie provenienti da diverse regioni africane che prima o poi avrebbero fatto esplodere il bubbone.

E questo è esattamente ciò che si verificò quando scoppiarono due sanguinose guerre civili tra il 1989-1997 e il 1999-2003, il periodo più oscuro vissuto nel paese con centinaia di migliaia di vittime soppresse con una violenza inaudita.  Forse bisognerebbe citare anche la condanna di Taylor, ex Presidente, per crimini contro l’umanità, oppure il commercio di diamanti e i bambini soldato, ma questa è una storia che merita un racconto a sé.

L’Università di Medicina fu chiusa durante i conflitti e alla riapertura, la struttura si presentò come un rudere senza un minimo di funzionalità, gestito da dottori e docenti molto anziani per la maggior parte formati negli anni ’60 all’Università La Sapienza di Roma e all’Ospedale “Le Molinette” di Torino dove Dogliotti era stato Primario.

L’edificio accademico come si presentava dopo le due guerre civili.

Prodi, sensibile all’accorata richiesta della Searlef, interpellò il Ministero degli Affari Esteri il quale inviò nel 2008 due esperti per uno studio di fattibilità che si tradusse in un progetto di aiuti a “dono” e dove la componente costruzioni sarebbe stata gestita direttamente dal Ministero tramite la sua agenzia di cooperazione: la Cooperazione Italiana. La componente accademica, organizzativa, amministrativa e logistica venne invece affidata all’unico ente in grado, almeno sulla carta, di svolgere un progetto di Cooperazione nel campo medico: l’Istituto Superiore di Sanità.

Il progetto così composto era pronto a rispondere alle esigenze della Liberia (tratto dal testo di progetto):

Ente Realizzatore:  DGCS (Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo)

Organismo Esecutore: Istituto Superiore di Sanità – DGCS

Importo totale:                        € 3.147.134,80

di cui:

ISS                                              € 2.718.504,80

Gestione Diretta DGCS          €    248.800,00

Fondo Esperti DGCS              €    180.000,00

Durata              36 mesi

La Cooperazione Italiana tenne per sé la gestione della ristrutturazione fisica affidando l’incarico come esperto all’Arch. Antonio Baio, fratello della Senatrice PD Emanuela Baio, esperto del quale non mettiamo minimamente in dubbio le competenze, così come non dubitiamo neanche della parentela politica piuttosto casuale. O forse non esattamente casuale.

Avevo già conosciuto Antonio Baio in passato, in Congo, quando nel 2002 collaborai con una ONG che con il tempo si rivelò il peggio del settore falsamente umanitario: Alisei di Milano, una ONG più famosa per i disastri compiuti che per le opere realizzate. Antonio ne era il “Desk” che in gergo significa “Responsabile” in quel caso delle costruzioni. In RD Congo, ex Zaire, dovevamo ristrutturare 33 edifici della Giustizia. Antonio Baio, fedele di Ottavio Tozzo, il Presidente di Alisei, rischiò seriamente di uscirne con le ossa rotte. Infatti mentre il Tozzo girava per Milano in Ferrari Testarossa alcuni cooperanti, tra i quali il sottoscritto, operavano in aree del Congo dimenticate da Dio a rischio epidemie di ebola e rivolte, con moglie e figlio di un anno e mezzo, dopo aver ricevuto tutte le assicurazioni che si trattasse di un’area tranquilla, e dove però c’era l’urgenza di iniziare il progetto sotto minaccia di revoca da parte dell’UE. Ed era un posto così tranquillo che nel 2002 infatti scoppiò una rivolta con migliaia di morti. Ma oltre a problemi di sicurezza c’era un altro particolare che m’inquietava: di spettanze neanche  parlarne. Di quell’esperienza devastante porto ancora segni indelebili, difficili da superare.

Benvenuti nel fantastico mondo della Cooperazione allo Sviluppo, un mondo umanitario che più umanitario non si può immaginare. Se solo il 2% di coloro che hanno collaborato con Alisei avessero il coraggio di parlare, si scoprirebbe un mondo che in pochi conoscono. Io sto facendo la mia parte, ma gli altri dove sono? E sono migliaia e migliaia i cooperanti che avrebbero storie da raccontare, tutti rinchiusi in una colpevole omertà.

Ma torniamo al progetto a Monrovia. Ebbene, la parte accademica, amministrativa e logistica del progetto venne affidata, come abbiamo visto, all’Istituto Superiore di Sanità il cui Ufficio Relazioni Esterne era diretto da un Responsabile Scientifico che rispondeva al nome di  Ranieri Guerra, un personaggio carismatico di cui avevo sentito parlare, con un lungo passato nella Cooperazione, e tra i più quotati esperti di Sanità Pubblica in Italia. Un uomo dalle mille risorse e con una capacità di “penetrazione” nei posti giusti senza pari. Il suo Curriculum è una lode alla versatilità, senza alcuna pausa tra un incarico e un altro, e tutti rigorosamente di elevato prestigio. Un genio!

Abbiamo tutti imparato a conoscere di recente Ranieri Guerra durante l’emergenza COVID, come Direttore Aggiunto dell’OMS, ma la sua presenza nel mondo della Sanità è stata una costante per decenni. Chi vuole può sbizzarrirsi a leggere il suo curriculum ai tempi dell’incarico come Direttore Generale del Ministero della Salute nel 2014. (qui)

Il progetto Liberia fu scritto in fretta e furia, nella consapevolezza, forse, del fatto che sarebbe stata necessaria una revisione, come avviene regolarmente in tutti i progetti di cooperazione fatti sulla carta. Ranieri Guerra affidò l’incarico al Dott. Alfonso Mazzaccara, suo galoppino all’Istituto, di scrivere il progetto a 4 mani con l’esperto della Cooperazione Italiana, il Dott. Bruno Gentile, dopo la missione di studio del 2008, disposta dal Ministero.

Il progetto avrebbe dovuto iniziare il 31 Marzo 2009 proprio quando fui contattato dal Mazzaccara, che mi propose di partecipare a questo grande progetto occupandomi di tutta la parte logistica e dell’amministrazione.  Per etica, essendo già impegnato in un altro progetto di post emergenza con il Ministero degli Affari Esteri in Bangladesh, rifiutai, ma mi feci mandare il testo per analizzarlo e dare dei suggerimenti operativi, constatando che tra tutte le incongruenze ce n’era una in particolare inspiegabile: tra le figure degli esperti della gestione del progetto non era stato previsto proprio il ruolo che mi era stato proposto. E la cosa mi apparve quantomeno bizzarra.

La storia della Liberia, un minuscolo paese che quasi passa inosservato nella mappa dell’Africa, mi attrasse e sperai di poter essere coinvolto appena finito l’incarico in Bangladesh e infatti quando otto mesi dopo ricontattai il Dott. Mazzaccara, fui informato che il posto era ancora disponibile e che il progetto non era ancora partito.

Un campanello d’allarme iniziò a squillare insistentemente, ma noi cooperanti ed esperti di cooperazione, precari tra i precari, siamo sempre alla ricerca di nuovi incarichi, così confermai il mio interesse e attesi che maturassero i tempi per la partenza.

E DAL CILINDRO APPARE “LA FONDAZIONE PER LA SICUREZZA IN SANITÀ”

Logo della Fondazione per la Sicurezza in Sanità del quale non si è mai capito il significato della foglia

Nel frattempo Mazzaccara a fine 2009 m’inviò un mucchio di cartacce dove non vi era alcun dubbio che il mio rapporto di collaborazione si sarebbe svolto con l’Istituto Superiore di Sanità, sulla carta uno degli enti di Stato più prestigiosi di cui ero orgoglioso di far parte, ma del quale in realtà non conoscevo un bel niente. Infatti a sorpresa, al momento di partire nel Gennaio 2010, mi ritrovai a Monrovia senza neanche un contratto firmato, senza assicurazione e con spettanze decisamente inferiori a quelle concordate collaborando con una sconosciuta “Fondazione per la Sicurezza in Sanità” di cui nessuno aveva mai sentito parlare prima.

Nella vulnerabilità di esperto alla perenne ricerca di un incarico, e fiducioso di far parte comunque di un ente pubblico, mi trovai ad anticipare il denaro per organizzare l’ufficio, noleggiare un’auto, hotel e altre spese che dovevano essere a carico della neo costituita, la quale non solo tardava ad inviare i fondi di progetto ma degli stipendi dei primi mesi neanche a parlarne, ad eccezione di un misero acconto.

E se chi ben comincia è a metà dell’opera, chi mal comincia è già con due piedi in una vera e propria cloaca.

La Fondazione era stata costituita a Gennaio del 2009, mentre la convenzione tra Ministero Affari Esteri e Istituto Superiore di Sanità, per la gestione del progetto in Liberia, era stato firmato un mese prima, nel Dicembre 2008.

Tra le informazioni che mi giunsero a Monrovia ce ne fu una che non riuscivo proprio a comprendere: nella gestione amministrativa la Fondazione non doveva apparire tra i documenti ufficiali di progetto. Nella pratica il personale era pagato dalla Fondazione e assunto ufficialmente. Gli acquisti e tutte le spese erano effettuate dalla Fondazione, idem conti in Banca e trasferimenti vari ma al momento di presentare i bilanci annuali, tutte le fatture della Fondazione sarebbero state inviate all’Istituto Superiore di Sanità che le avrebbe sostituite con documenti ufficiali dell’Istituto, ufficialmente unico referente del progetto, e presentati al Ministero. La questione non era solo bizzarra ma assolutamente priva di ogni logica. E se questa fosse stata l’unica anomalia ne sarei stato felice.

La Fondazione con tanto di Statuto, registrato all’Ufficio del Registro, per essere in regola doveva essere riconosciuta anche dalla Prefettura, ma questo dettaglio fu ritenuto per lungo tempo secondario; tra enti pubblici chi vuoi che faccia controlli. Tanto è vero che la registrazione avvenne solo qualche anno dopo. Il capitale sociale di 50.000 € era naturalmente fittizio. È la stessa legge che lo consente: il 50% è da depositare in banca su c/c a garanzia, ma a computo si può aggiungere di tutto, dai beni strumentali, oggetti, arredi e perfino il valore aggiunto di prestazioni altrettanto fittizie di professionisti che in gergo si definiscono “importi valorizzati”. Quando decideranno di mettere mano alla Giustizia una bella spolverata sulle Fondazioni cancellerebbe un altro dei fondamentali strumenti di frode mai inventati in Italia: le Fondazioni non possono fallire e i vertici non possono essere perseguiti a meno che non abbiano svolto attività commerciali non protette dal no profit.

Ebbene nell’Atto Costitutivo e nello Statuto della Fondazione, in allegato, per chi si voglia dilettare a imparare come si raggirano gli ostacoli, l’importo a cauzione da versare sarebbe stato del 50% a carico dell’Istituto Superiore di Sanità e il 50% al vincitore della partnership, selezionato con un vero e proprio bando, organizzato tra partecipanti fittizi che sapevano già chi avrebbe vinto la gara E infatti il vincitore risultò, senza tante sorprese, la Gutenberg srl di Arezzo. Qualcuno provò anche a ipotizzare dei conflitti d’interesse, ma la Giustizia di Roma, come abbiamo imparato ad apprezzare è un club esclusivo inaccessibile, quindi qualsiasi ipotesi si sarebbe scontrata con un muro di gomma impenetrabile. Ma la Fondazione era irregolare e non poteva ancora gestire alcun progetto, né ricevere fondi pubblici in mancanza di certificati antimafia e tutte le formalità richieste quando si ricevono fondi pubblici, oltre all’autorizzazione della Prefettura che ancora mancava.

GIANNOTTI E BETTONI DA PARLAMENTARI PD A ESPERTI DI SANITA’

I soci della Gutenberg erano l’ex deputato DS e PD Vasco Giannotti e la moglie Giorgia Artiano, Amministratore Delegato della società. Vasco Giannotti, di Arezzo, fu preposto al ruolo di Presidente della Fondazione in rappresentanza della Gutenberg, mentre a rappresentare l’Istituto Superiore di Sanità fu indicato il Direttore Generale dello stesso Istituto, la senatrice Monica Bettoni, DS e PD anche lei, compagna di partito di Giannotti e casualmente anche lei di Arezzo.

Tra tutte le casualità di questo storia c’è da annoverare anche che Arezzo è stata la patria dell’ormai defunto Licio Gelli (2015), il capo indiscusso della Loggia P2,  condannato per depistaggio delle indagini della strage di Bologna del 1980 e per la bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano, che con la vicenda in questione non c’entra niente. Arezzo è una bella cittadina, tranquilla, una cittadina per bene, ben amministrata dalla sinistra, come tutta la Toscana, e tutte le eventuali intersezioni e connivenze sono puramente casuali.

Così com’era casuale che la Gutenberg srl di Vasco Giannotti era anche la società che gestiva il milionario “Forum sulla Sicurezza in Sanità” che si svolge tutti gli anni ad Arezzo, dove il Presidente era sempre lo stesso Giannotti e sempre casualmente il Vice Presidente era sempre la stessa compagna di partito, nonché Direttore Generale dell’Istituto Superiore di Sanità di allora, la senatrice DS Monica Bettoni.

Che risultati abbiano mai raggiunto con il Forum, oltre alle chiacchiere, e a una passerella di personaggi eccellenti della Sanità, non è dato sapere. Un Forum così composto era molto più simile a una convention di boyscout o a un meeting tra compagni di merenda. Basti immaginare che Vasco Giannotti possiede un diploma magistrale e comprende di Sanità né più né meno di quanto ne possa capire l’attuale Ministro della Salute Roberto Speranza. Ma il Forum era un salvadanaio dove venivano convogliati i denari di sponsors, contributi di case farmaceutiche, laboratori di ricerca, l’Agenzia del Farmaco, nonché diverse Asl e naturalmente sponsorizzato dal Ministero della Salute. “Piatto ricco mi ci ficco” era lo slogan di una famosa pubblicità.

Qualcuno all’epoca aveva avanzato anche le ipotesi che il numero dei partecipanti fosse gonfiato ma si tratta sicuramente di male lingue. Intanto gli attuali partner del Governo giallo-rosso, i 5 Stelle, avversi a morte contro il PD, in un blog di Arezzo pubblicarono un articolo dal titolo Ancora tu, ma non dovevamo vederci più!” dedicato proprio a Giannotti e Bettoni, indicando proprio il progetto in Liberia con beni sequestrati per debiti ammontanti a circa 170.000 €. Informazione errata, fornita da un sedicente pseudo-giornalista non iscritto all’album dei giornalai, rispondente allo pseudonimo di Fulvio Beltrami, collaboratore del giornale on-line L’Indro, che in realtà, nonostante decine di pseudonimi, corrisponde a Fabrizio Monti, che conosceremo presto perché in Liberia nel 2011 fu assunto come mio assistente.

Ma di Vasco Giannotti, di accertata professione di faccendiere, ne apprezziamo anche la fedele amicizia con D’Alema; non abbiamo certezze sulla fedeltà della Bettoni e neanche dell’altra collega senatrice, sorella dell’incaricato alle costruzioni in Liberia, la senatrice Emanuela Baio della Ciroscrizione Monza-Brianza. Ma poco importa, anche in questo caso è del tutto casuale che fossero tutti compagni di partito, di quella finta sinistra che di sinistro aveva tutto meno che l’ideologia politica.

Il Giannotti fedele di D’Alema, ed esperto faccendiere, lo accompagnò quando questi si recò in visita ufficiale in Cina, occupandosi di creare contatti per un commercio di oro proprio tra la Cina e gli orafi della sua Arezzo, di cui non tutti sanno che è tra i maggiori centri orafi d’Italia. La vicenda fu raccontata da un cronista de “Il Giornale” il quale citò l’intervento del Giannotti anche durante la vicenda dei “Panama Papers” dove tentò di silenziare il coinvolgimento proprio di alcuni orafi di Arezzo. La vicenda è facilmente reperibile con una semplice ricerca sul web e comunque ci offre l’opportunità di apprezzare la versatilità del Vasco Giannotti, imputato pure in una storia di mazzette al Policlinico di Verona, città casualmente di provenienza di Ranieri Guerra, dove per un paio di anni in passato aveva ricoperto un ruolo di responsabilità. Il Vasco Giannotti e sua moglie Giorgia Artiano a sorpresa sono stati prosciolti dalle imputazioni a Verona mentre invece continuano a restare imputati in un’altra vicenda di mazzette al Policlinico di Modena.

Ora proviamo a immaginare cosa ne potesse capire di Cooperazione un simile soggetto come il Vasco Giannotti, tanto che quando lo incontrai a Roma in un doppiopetto gessato con fazzolettino nel taschino e praticamente immobile a causa di un mal di schiena, mi ricordò un personaggio di Alan Ford al quale non avrei dato un soldo bucato. E infatti quando volutamente provai ad indirizzare la conversazione sui contenuti del progetto in Liberia, il suo sguardo rispecchiò quello di un contadino che avesse appena visto atterrare nel proprio orticello un navicella spaziale con un alieno catapultato da chissà quale galassia. Giannotti aveva competenze in Cooperazione al pari di quanta io ne avessi in astrofisica e non più di quanta ne ha Speranza in Matematica Quantistica.

I COSTI  E I PROTAGONISTI DEL PROGETTO DI MONROVIA

Nello Statuto della Fondazione del Gennaio 2009 era stato indicato come Responsabile Scientifico, il Dott. Ranieri Guerra che contemporaneamente era ancora incaricato all’Istituto come Responsabile Scientifico dell’Ufficio Relazioni Esterne. Incarico che per puro caso mollò a Gennaio 2010 quando iniziò il progetto in Liberia. E con Guerra mi trovai subito in sintonia; per lo meno parlavamo la stessa lingua. Certo lui con un curriculum da paura e io al confronto una pulce, ma io il mio lavoro lo sapevo fare, e bene, e non temevo confronti a qualsiasi livello, quindi lo ritenni a lungo un interlocutore affidabile e sono sicuro che la stima fosse reciproca.

Guerra alla Fondazione si occupava solo di alcune cose riguardanti il progetto e molte altre cui non ero interessato e neanche mi riguardavano per la verità. L’unica cosa che m’interessava, essendo l’amministratore del progetto, era l’aver constatato che le sue spettanze mensili di 7.000 € al mese erano pagate con i costi amministrativi del progetto, che ammontavano al 10% della prima rata ricevuta di 1,6 milioni di €. Di questi quasi 400.000 € erano stati riservati ad attività che avrebbe dovuto svolgere in diretta l’Istituto, come ad esempio una gara per l’acquisto di diversi veicoli, ma che per incapacità dell’Istituto finirono per essere gestiti anch’essi da Monrovia.

FRANCESCA FILIPPONI, DE ROMA

In pratica i 120.000 € di costi amministrativi a disposizione della Fondazione si sarebbero esauriti in un batter d’occhi con tutto quello che veniva pagato dal progetto Liberia e che non aveva nessun nesso con esso. Lo scoprii solo quando mi accinsi a preparare il primo rendiconto annuale, che la Fondazione non presentò mai perché tra tutte le disgrazie, ce n’era un’altra a Roma, la Fondazione contava su una ex collaboratrice fedelissima di Ranieri Guerra all’Istituto, una certa Francesca Filipponi, psicologa, ex precaria dell’Istituto, che ne capiva di amministrazione come io ne capivo di microbiologia molecolare.

Francesca Filipponi, per un caso fortuito, l’ennesimo, si è dimessa di recente da Assessore al Sociale del Movimento 5 Stelle al Municipio VI di Roma nella Giunta Raggi. Una garanzia di serietà e competenza, un po’ come Giannotti e Speranza, ma anche come molti suoi compagni di partito, che abbiamo avuto modo di apprezzare in questi ultimi 2 anni!

Negli anni, nel progetto, l’attività prevalente della Francesca era portare il bimbo al parco e di tanto in tanto rispondere al telefono. Stipendi variabili fino a 3.500,00 € al mese senza interruzioni.

IL PROF. ABDULAZIZ SHARIFF ADEN RAMADAN, PRINCIPE DI SOMALIA

Quando compresi le cose come stavano, iniziai a capire perché mi avevano selezionato: o pensavano che fossi uno sprovveduto manipolabile o al contrario sapevano che non erano in molti a poter gestire quel delirio che avevano creato costringendomi a mettere pezze dappertutto.

Ne ebbi la certezza quando conobbi la persona indicata come Capo Progetto, un tale Prof. Abdulaziz Shariff Aden Ramadan, un profugo somalo senza passaporto ma con un solo permesso di viaggio, formato all’Università di Mogadiscio in Igiene Pubblica, ai tempi in cui Ranieri Guerra era docente proprio all’Università in Somalia, costruita dalla Cooperazione italiana negli anni ’80. Preso sotto l’ala protettiva di Guerra, Aziz più che essere utile al progetto non era utile neanche a se stesso. Brav’uomo per carità, ma al progetto servivano professionisti e Aziz non lo era affatto.

A destra Aziz con il Precedente Preside del Dogliotti

La definizione che gli calzava a pennello fu data da Bruno Gentile, l’esperto del Ministero incaricato di seguire il progetto, lo stesso che aveva scritto il progetto a 4 mani con il Mazzaccara, il quale durante una missione di monitoraggio a Monrovia nel Giugno 2010 definì Aziz “un caso umano

Tanto per presentare il soggetto vale la pena citare due aneddoti.

Un giorno mi chiamò con urgenza nel suo ufficio, dove tutto preoccupato mi mostrò che il suo laptop non funzionava.

Aziz – gli dissi – vedi questo tastino dove è scritto Power? Bene se lo schiacci il computer si accende”.

Benvenuti a Monrovia.

Credo poi di avergli aperto 20 account “skype”. Ogni volta metteva una password diversa che dimenticava e bisognava aprirne un altro, continuando a dimenticare le password. Gli consigliai di scriversi la password da qualche parte. Mi garantì di aver seguito il mio consiglio, ma alla fine dimenticò dove l’aveva scritta.

La sua migliore performance fu però sparire per mezza giornata a marzo 2010, con l’unica auto del progetto con autista e logista compresi, bloccando tutte le attività di progetto già programmate. Aziz si presentò in ufficio a pomeriggio fresco come una rosa appassita. Quella volta riuscì ad accendersi il computer. Quando mi recai a prendere l’auto per andare a un incontro, una puzza insopportabile mi impedì di entrarci. Presi da parte autista e logista pregando loro di dire dov’erano stati e i due timidamente indicarono il baule. Ecco dov’erano stati: al mercato. Priorità giornaliera di Aziz, da buon somalo e buon carnivoro, era approvvigionarsi di carne. Al mercato di Paynesville aveva comprato dei polli vivi e una capra, ma che ai 40 gradi del sole dell’estate di Monrovia, chiusi per ore nel baule erano praticamente già cotti a vapore.

Comprendendo che si trattasse di un “caso umano” mi caricai sulle spalle anche quelli che dovevano essere i suoi compiti, e di fatto non fu un caso che tutti si rivolgessero al Responsabile Amministrativo per qualsiasi cosa. Aziz era poco più che una figurina Panini, quelle dei calciatori, solo che percepiva 9.000 € al mese per non fare niente.

La Cooperazione allo Sviluppo in fondo serve per questo, per sviluppare i paesi poveri e Aziz proveniva da un paese povero e in guerra, quindi in diritto di ritenersi un beneficiario. E nonostante la sua situazione non aveva perso il suo “savoir faire” da Principe; mai una volta si sedette nel sedile del passeggero vicino al conducente. Il suo posto preferito in macchina era dietro, con l’autista che seguiva i suoi ordini. Mancava solo una limousine per soddisfare il suo ego, ma quella non era prevista dal progetto. La versione somala di “Lawrence d’Arabia” era “Il Pincipe Aziz di Somalia”. A mezzogiorno in punto mollava l’ufficio e andava al ristorante. Cosa ci facesse nell’ufficio non lo compresi mai. A casa era servito e riverito da una schiera di donne delle pulizie, cuoche, probabilmente manicure e pedicure e massaggiatrice. I 9.000 € al mese erano appena sufficienti a sbarcare il lunario. Il lavoro? Un hobby. Forse neanche quello. Nella realtà Aziz era solo una zavorra.

IL DOTT. ALFONSO MAZZACCARA, RESPONSABILE SCIENTIFICO URE DELL’ISS (che non c’entra niente con l’urea che è un’altra cosa, ma molto simile)

E un’altra zavorra era costituita dal famoso Dott. Alfonso Mazzaccara, dipendente ISS, che aveva scritto il progetto, fedelissimo di Ranieri Guerra, del quale ne aveva preso il posto come Responsabile Scientifico dell’Istituto Superiore di Sanità all’Ufficio Relazioni Esterne, quando il Guerra passò alla Fondazione.

Un giorno, in un incontro “face to face”, Guerra mi avverti di non far conto sulle capacità di gestione della Fondazione, che stava pensando di abbandonare, e mi allertò anche circa il suo fedelissimo: “Tieni bravo il donkey – mi disse – che se si muove da solo fa danni. Fagli fare l’unica cosa che gli piace: seminari e workshop, e basta”. 

Il donkey che tradotto in italiano significa “ciuccio” si riferiva al Mazzaccara, un buffo personaggio che girava per le strade di Monrovia come la canzone “E Pippo Pippo non lo sa, che quando passa ride tutta la città.”

Il Mazzaccara giunse la prima volta a Monrovia nel febbraio 2010 come un perfetto turista americano: camicia rigorosamente nei pantaloni un pò sgualciti e sformati, scarponcini da montagna che a 40 gradi di temperatura si può immaginare la produzione di puro gorgonzola pedifico, marsupio in pura pelle marrone indossato in bella vista pronto per uno scippo, ma pronto a indossare una giacca in caso di incontri di protocollo. Il Mazzaccara girava per la città con i taxi locali, dove almeno in 15 persone sudate si accalcavano una sull’altra, mettendo le mani in tasca dei vicini per rubare l’impossibile, e lui era così felice tanto da mantenere stampato sul viso una perenne espressione da ebete come se si trattasse di un ragazzino che si reca per la prima volta alle giostre di carnevale.

Il donkey era la mia seconda ossessione. Pareva proprio che non capisse che oltre ai seminari e workshop ero impegnato in altre 50 attività contemporaneamente. Naturalmente il suo non era un interesse completamente disinteressato, per ogni giorno a Monrovia percepiva 240,00 € al giorno, oltre allo stipendio dell’Istituto Superiore di Sanità. E ogni volta che giungeva a Monrovia giungeva con una schiera di accompagnatori, amici e amici degli amici, tanto che in una missione giunse perfino con la sua fidanzata, laureata in archeologia, pensando probabilmente che si trattasse della riabilitazione di una Università dei Sumeri. In realtà quella missione in particolare si configurò come un pre-viaggio di nozze pagato 240,00 € al giorno a testa con l’intenzione di farlo durare il più possibile. L’incarico di Martina, la sua futura moglie, ma anche quello di Federico Longo, suo fedele collaboratore all’Istituto, era quello di segretari: raccoglievano le firme dei presenti ai seminari, distribuivano acqua e penne e preparavano un sunto degli incontri. Il tutto per 240,00 € al giorno. Oltre a questi c’era anche un numero imprecisato di docenti e medici, sempre amici degli amici, ma anche alcuni internazionali che però erano amici dei liberiani.

LA RICERCA

La prima attività di cui si occupò Mazzaccara fu una “Ricerca” tanto dispendiosa quanto inutile, indirizzata a conoscere le esigenze che anche le pietre di Monrovia conoscevano già, in un paese che non aveva né ospedali né un minimo di assistenza sanitaria.

Dopo 3 mesi di discussioni infinite, all’ennesima riunione stanco di sentirli disquisire li bloccai e ne assunsi la direzione, organizzando 8 gruppi di 5 “ricercatori”, parolone inflazionato da qualche tempo tanto che oggi di ricercatori soprattutto in Italia ce ne sono milioni, I ricercatori di Monrovia erano in realtà disoccupati ai quali era stata offerta l’opportunità di quadagnarsi la pagnotta facendo curriculum; il loro incarico consisteva nell’intervistare gruppi di persone, pagate a ogni intervista, altrimenti non avrebbero cavato un ragno dal buco. Se si vuole che in Africa le cose funzionino bisogna pagare, tutti. E infatti anche i docenti che inizialmente non erano interessati ai workshop e seminari, d’un tratto ne divennero entusiasti sapendo di ricevere un gettone di presenza di alcune decine di dollari con pranzo incluso e gadget vari per tutta la durata dell’evento, che Mazzaccara naturalmente tentava ogni volta di dilatare a dismisura e che io puntualmente mi trovavo a tagliare.

I Docenti del Dogliotti College

Era il 2010, a 6 mesi dall’inizio del progetto, con la famosa “Ricerca” in corso, quando il Dott. Bruno Gentile, del Ministero, decise di venire a Monrovia in una missione ufficiale di monitoraggio. Mentre eravamo in auto, qualche giorno dopo il suo arrivo Bruno si sfogò:

Certo che questa Ricerca non serve a una beata mazza di niente. (il termine usato in realtà fu un altro). 100.000 € che potevano essere benissimo usati per qualcosa di più utile.” – affermò.

Sono perfettamente d’accordo Bruno, solo che il progetto l’avete scritto tu e Mazzaccara!”- replicai beccandomi un’occhiataccia.

E poi Aziz – incalzò.

Aziz, lo sai, l’hai detto tu, è un caso umano” – precisai.

Si ma un caso umano si paga 2-3.000 € al massimo, non 9.000

Bruno, mi pare che anche in questo caso sia stato tu ad accettare la sua candidatura

Ma chi poteva immaginare il livello. Ne chiederò la rimozione, tu non puoi farti carico di tutto da solo.” – affermazione che, lo confesso, apprezzai e non poco.

Ma che altro potevo fare, pensai, alzando le spalle impotente.

Il “caso umano” iniziò peraltro a stare male e rientrò in Italia a Luglio. Bruno Gentile, come promesso, scrisse un rapporto al fulmicotone contro Aziz e contro l’Istituto elogiando il mio lavoro che stavo svolgendo praticamente da solo, ma in una accesa discussione tra Guerra e Gentile raggiunsero l’accordo di pagarlo fino a Dicembre 2010, cioè a scadenza di contratto, anche senza fare niente. Tradotto quasi 120.000 € di stipendi regalati per Aziz e 100.000 € buttati per una ricerca che non serviva a niente. Se fosse finita lì, ci sarebbe stato da fare i salti di gioia, ma quello era solo una parte di tutto lo sperpero.

9 mesi dopo la sua rimozione, nel Settembre 2011, alla Fondazione da Roma, su imposizione di Mazzaccara reinserirono Aziz come docente internazionale di Igiene Pubblica in una Università che ancora non aveva aule disponibili, pagato da un progetto dove scarseggiavano i fondi e senza avvertire il Responsabile Amministrativo che stavano cercando in tutti i modi di eliminare perché scomodo. Non ci fu gara o selezione, c’era un “caso umano” da piazzare, chissenefregava dell’Università.

IL SOSTITUTO CAPO PROGETTO E L’ASSISTENTE LOGISTA – L’INTRIGO

Sempre più oberato di lavoro, dopo la missione del Ministero del Giugno 2010 avevo chiesto insistentemente di sostituire Aziz con un altro Capo Progetto e di assumere un assistente alla logistica. Fui accontentato solo a Gennaio 2011 con il sostituto di Aziz e a Giugno 2011 con il potenziale mio assistente. Ma il 2011 corrispondeva con l’inizio di un nuovo decennio. Anno nuovo vita nuova. Un nuovo ciclo impossibile da immaginare.

Nel frattempo iniziarono le attività pratiche: gli acquisti. 15 progetti diversi che non si limitavano al solo acquisto di beni, ma alla formazione amministrativa, di laboratoristi, archivisti, bibliotecari e queste attività oltre agli impegni gravosi quotidiani, iniziarono a rendere nervoso il donkey che si vedeva continuamente bloccare le sue iniziative, seminari e workshop, non solo per la diminuzione della disponibilità di fondi di cui proprio non ne comprendeva la portata, ma proprio per l’intersecarsi di troppe iniziative contemporaneamente. E qui il donkey senza più carota avrebbe avuto bisogno del bastone, ma non fui così tempestivo.

Ranieri Guerra dopo aver inteso che il suo tempo alla Fondazione si era concluso, buttò la spugna, mi diede ancora qualche consiglio e mandò tutti al diavolo, accettando un incarico a metà 2011 come Esperto Scientifico all’Ambasciata di Washington alla corte di Giulio Terzi di Sant’Agata, un vero gentleman oltre che grande diplomatico. Parliamo dello stesso Giulio Terzi che accettò l’incarico di Ministro degli Esteri del Governo Monti, che mandò a quel paese dopo essere entrato in contrasto per la questione Marò in India. Questione che tutti erano sicuri che se fosse stata gestita fino in fondo solo da lui stesso, senza interferenze si sarebbe conclusa in breve tempo. Sembra che Terzi dopo quell’esperienza si sia bruciato e ora bazzichi nell’area radicale ma senza più incarichi di prestigio come avrebbe meritato.

Così mentre Guerra mandava a stendere l’Istituto Superiore di Sanità e sua Fondazione, Terzi mandava a stendere Monti, ma mentre per Terzi la carriera aveva subìto un contraccolpo, Guerra negli USA era nel centro mondiale della Sanità, fianco a fianco con Anthony Fauci, con l’NIH, il National Institute of Health, il corrispondente USA dell’ISS, ma anche con la CDC di Atlanta, il più grande Istituto di Ricerca al mondo dove gli esperti di fanta-complotti affermavano fosse stato sviluppato il primo virus di Ebola. Ma soprattutto Guerra si trovò a pochi passi dall’OMS con il quale collaborava da almeno vent’anni grazie ai suoi incarichi con l’istituto Superiore di Sanità.

Il donkey Mazzaccara quindi si trovò di colpo investito di un incarico che lo spaventò a morte tanto che fui costretto ad ascoltarlo una notte intera a Monrovia mentre tentava in tutti i modi di ottenere il mio aiuto piangendo a dirotto. Ero al corrente del pianto del coccodrillo ma non conoscevo ancora il pianto del ciuccio. E infatti la richiesta di aiuto si trasformò in breve in una guerra spietata nei miei confronti e solo perché gli avevo tolto il suo giocattolo preferito: i seminari. Dopo uno scambio di mail senza veli e dove non mi risparmiai in violenza verbale, una persona con un minimo di dignità si sarebbe suicidata. Lui no, iniziò una campagna acquisti estiva di calcio mercato che si concluse con un’alleanza con il nuovo Capo progetto, tale Nicola Cozza e con il mio assistente, appena arrivato a Monrovia, tale Fabrizio Monti.

La vicenda che andrebbe raccontata come in un film riconduce a una strategia di Mazzaccara mirata a estrapolarmi dal progetto per continuare a organizzare seminari e workshop incassando 240,00 € al giorno di perdiem prolungate il più possibile. La strategia del Cozza mirava a gestire tutte le gare d’appalto per trarne profitti affidandole a imprese amiche per sopperire ai casini finanziari in cui si trovava a Monrovia e che rischiava di lasciarci le penne, oltre all’opportunità di gestire il suo rapporto maniacale con il sesso femminile. Il Cozza infatti era anche Docente alla Facoltà di Sociologia di Monrovia dove percepiva 40,00 USD al mese che compensava con scambi di denaro con gli studenti maschi, e sesso con le studentesse, in cambio di voti positivi agli esami. La mia presenza era un deterrente. Ed infine la strategia dell’ultimo arrivato, che era pure un amico che avevo aiutato in momenti di difficoltà in passato, gli avrebbe permesso di ricoprire il mio ruolo raddoppiando le sue spettanze.

In quel periodo accadde di tutto. Il progetto di costruzioni gestito dal Ministero tramite il fratello della senatrice e affidato a una compagnia di costruzioni americana, faceva acqua da tutte le parti, nel vero senso della parola, e dovetti occuparmi di provvedere a rattoppare l’impossibile mentre iniziava un contenzioso tra l’Ambasciata italiana in Costa d’Avorio, competente territorialmente, e la compagnia inadempiente. L’Università mi sosteneva  a spada tratta perché ero l’unico che si stava realmente occupando di tirarla su facendo miracoli, consapevole che la Fondazione e l’Istituto mostravano ogni giorno di più le proprie lacune.

ED INFINE ECCO BRUNO CAMPIONE, DI NOME, MA IN TERMINI DI ASSENZA

Il sostituto di Guerra un pensionato ex funzionario del Ministero della Salute non capiva una mazza, come il suo superiore Giannotti, e non interveniva per nessuna ragione al mondo, era solo un anziano faccendiere che per le conoscenze maturate durante le sue funzioni serviva solo per procurare business.

Ma a Roma accadeva l’impensabile, la sede della Fondazione, fino ad allora in Via Giano della Bella, sede secondaria dell’Istituto, fu trasferita in Via Sardegna, nella sede romana della Gutenberg e l’amministratrice psicologa, che non aveva mai presentato i rendiconti che gli avevo spedito da Monrovia includendo tutte le spese dubbie e discutibili effettuate a Roma, smarrì tutta la documentazione del progetto in Liberia, tanto che fui costretto a recarmi a Roma, nel Settembre 2011  per assemblare i rendiconti, trovando giustificativi anche nel bagno. In quell’occasione chiesi di darmi una mano allo sconcertato Federico Longo, fedele di Mazzaccara all’Istituto, ma pagato dalla Fondazione. Il delirio totale.

E nella concitazione della confusione più totale Mazzaccara, Cozza e Monti ne approfittarono per attuare una strategia che si rivoltò contro di loro. I tre provarono in tutti i modi d’impedirmi di rientrare a Monrovia, dove peraltro avevo ancora tutti i miei averi, oltre a un contratto in corso. Durante la mia assenza da Monrovia i due lestofanti saccheggiarono il mio ufficio e la mia abitazione, facendo sparire denaro, assegni, documenti, fatture, minacciarono i dipendenti, tra i quali la segretaria che era figlia di un giudice locale e non mancarono di avvertire la comunità internazionale che non sarei più ritornato. Fui surclassato da mail e telefonate da Monrovia in quei giorni alle quali non sapevo cosa rispondere.

Cooperazione? Di Monti e Cozza ho scritto ben 4 articoli, due dedicati a Nicola Cozza:

Lo strano caso del Dott. Jekyll e il Dott. Cozza. Parte Prima

– Il Dr Jekyll e …… l’abito che non fa il monaco – Parte Seconda

e due dedicati a Monti:

– I Licantropi della cooperazione – Parte Prima

– I licantropi della cooperazione – Parte Seconda

Ma i 3 dell’Apocalisse avevano fatto i conti senza l’oste.

A fine Settembre 2011 tornai a Monrovia creando il panico, mi recai in ufficio con un investigatore della Polizia locale, informato dei saccheggi, il quale dopo una serie d’indagini giunse all’arresto di Cozza e Monti mentre i due erano all’imbarco dell’aeroporto di Monrovia pronti a tornare in Italia per dimostrare che solo loro erano in grado di portare a termine il progetto. La storia naturalmente fu più lunga e complessa e meriterebbe essere raccontata, ma quello che mi diede più soddisfazione fu sapere che i due loschi figuri una capatina alle accoglienti carceri di Monrovia se l’erano fatta eccome. E avrebbero meritato anche una permanenza prolungata.

Sulla questione intervenne perfino l’Ambasciata italiana in Costa d’Avorio pregandomi di ritirare la denuncia, garantendo che avrebbe fatto il possibile perché la Fondazione inviasse una missione per accertare l’accaduto. Cosa che feci solo dietro una richiesta scritta ufficiale.

E la missione giunse, ma ne facevano parte il Mazzaccara, che era il complice dei due, e il sostituto di Guerra, quell’insignificante e inutile “essere” che rispondeva al nome di Bruno Campione, il quale cercò in tutti i modi di convincermi  che senza di me non potevano andare avanti perché nessuno era in grado alla Fondazione di gestire progetti di cooperazione. Mi promise che mi avrebbero pagato bene e mi avrebbero fatto dei contratti di collaborazione di sicuro interesse e blababla.

A cena nel ristorante libanese dell’Hotel Royal, nel Dicembre 2011, qualche giorno prima del mio rientro in Italia, guardai negli occhi Bruno Campione, e gli dissi: “Bruno, ma tu credi davvero di essere venuto a Monrovia pensando di potermi prendere per il culo così facilmente?”

La Liberia continua a vivere nell’indigenza, il progetto non fu mai portato alla conclusione confermando che a pochi frega di aiutare il Terzo Mondo, ma di questo breve racconto c’è molto altro nella seconda parte, quella dove il Commissario Montalbano si sarebbe sbizzarrito.

Non perdetela.

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Una risposta

  1. Articolo molto interessante e benissimo scritto piacevole da leggere
    quanti altarini da scoprire
    quante sanguisughe avvinghiate a succhiare i nostri sudori di contribuienti

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