Approfondimenti

Silvia Aisha Romano si sposa e riaccende l’attenzione sui troppi rischi del “volontariato facile”

Redazionale
Franco Nofori
09/05/2021
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Un’unione taciuta per sette mesi

Dopo il rocambolesco rientro in Italia avvenuto nel maggio dello scorso anno, Silvia Costanza Romano, la volontaria milanese rapita in Kenya nel novembre 2018, ha sempre invocato, insieme ai familiari, il rispetto della privacy, sottraendosi a ogni contatto con gli organi d’informazione che volevano intervistarla e anche proporle la stesura di una biografia sui drammatici eventi vissuti nel corso della sua esperienza africana. Questo suo diritto alla riservatezza è senz’altro legittimo, così com’è stata disdicevole la valanga d’insulti che le sono piovuti addosso a fronte della sua dichiarazione di essersi convertita alla religione dei suoi sequestratori, adottando il nome islamico di Aisha.

Solo recentemente si è appreso che già dall’ottobre scorso, Silvia si era sposata con Paolo, un coetaneo amico d’infanzia, anche lui convertito all’Islam. Il matrimonio, secondo il rito islamico, è stato celebrato in una moschea di Campegine, paesino di 5.000 abitanti in provincia di Reggio Emilia, luogo natio del marito. Dopo il matrimonio, la coppia si è trasferita in una non specificata località in provincia di Milano, per sottrarsi alla morbosa curiosità che la circondava quando ancora viveva nella residenza di famiglia nella periferia est della capitale lombarda. Ora, secondo quanto riportato dal quotidiano “La Stampa”, pare che Silvia, frequenti assiduamente la moschea “Mariam” di Miano, dove, mantenendo uno stretto anonimato, si batte in difesa dei diritti delle donne islamiche.

Ancora troppi misteri sul rapimento

Una fase del processo in Kenya

“Voglio solo dimenticare ed essere lasciata in pace per non riaprire la ferita” dichiara la giovane a chi tenta di contattarla tramite i familiari e non si può non riconoscere la legittimità di questo suo desiderio. Tuttavia le circostanze del suo rapimento, durato ben diciotto mesi, sono ben lontane dall’essere state chiarite e presentano ancora molti punti oscuri che sia le autorità keniane e sia quelle italiane, mostrano una certa riottosità nel volere affrontare. Il sospetto di collusioni con il mondo del crimine; la libertà concessa a uno dei principali indiziati del rapimento; l’esistenza di un’enorme piantagione di marjuana nei pressi del villaggio di Chakama dove la volontaria prestava la sua, mai ben chiarita, opera di volontariato; la scarsa trasparenza della onlus “Africa Milele” che l’aveva reclutata e una lunga serie di altre inspiegabili coincidenze, come l’assenza del masai che doveva garantire la sicurezza dei volontari, al momento del sequestro… lasciano l’opinione pubblica afflitta da una serie d’insoddisfatti interrogativi.

Se Silvia Romano, ha diritto alla propria riservatezza, non si può sottrarre al popolo italiano, il diritto a essere convenientemente informato sui fatti che ruotano attorno a questo singolare sequestro e alla successiva liberazione. Posto che la stessa è avvenuta con ingente impiego di pubblico denaro circa il quale non è mai stato presentato un esauriente resoconto, pur se tale resoconto sarebbe nel pieno diritto dei contribuenti. Ma la vicenda di Silvia, apre anche una serie d’importanti interrogativi, sulle modalità con cui gran parte del volontariato nei paesi emergenti viene gestito da troppe sedicenti “organizzazioni umanitarie” prive della necessaria competenza e con un’attenzione quantomeno disinvolta verso le norme che regolano la loro esistenza. E’, infatti, gravemente irresponsabile, mandare allo sbaraglio giovani del tutto sprovvisti della più elementare formazione, in paesi in cui le condizioni di vita sono ancora approssimative e afflitte da elevate disparita sociali.

Conversione realmente volontaria?

Tiratori scelti della polizia svedese davanti alla banca rapinata a Stoccolma

Silvia (oggi Aisha) era perfettamente consapevole dei rischi cui andava incontro nell’intraprendere la sua eccitante avventura keniana? Alla luce di quanto accaduto, si è costretti a concludere che non lo era. Questo non esclude che la sua scelta fosse motivata dai più ammirevoli intenti, ma mette in serio dubbio la preparazione che la sorreggeva nell’affrontare un compito del tutto sconosciuto e dalle imprevedibili implicazioni. L’irruzione dei sequestratori nel villaggio in cui risiedeva, le raffiche di mitra, il trasporto attraverso la foresta sulle spalle dei rapitori, la lunga prigionia nelle mani di criminali sconosciuti… possono costituirsi come condizioni atte a provocare ammirazione verso di loro? I quadri psicologici tracciati sulle vittime della famosa rapina svedese, passata alla storia come “Sindrome di Stoccolma”, avevano evidenziato come alcune delle persone tenute in ostaggio, manifestassero sentimenti affettivi nei confronti dei propri sequestratori. Questa davvero paradossale situazione, veniva imputata a “personalità fragili e soggette all’altrui influenza”.

Si può ragionevolmente sostenere che Silvia Romano, vittima di un’esperienza così sconvolgente, incerta sulla propria sorte e del tutto all’oscuro di ciò che stava avvenendo al di fuori della sua prigione, potesse sviluppare – nel proprio raziocinio – un apprezzamento così intenso verso i suoi rapitori da adottarne spontaneamente la fede religiosa? Lei stessa ha ripetutamente affermato che la conversione è avvenuta senza alcuna pressione, ma per sua libera scelta e se così è, diventa davvero difficile non avere dubbi sulla solidità del suo carattere nel momento in cui era costretta, in forma coatta, a convivere con i propri rapitori. Questa considerazione, che sul piano oggettivo ci pare incontestabile, non vuole affatto esprimere giudizi denigratori nei confronti della giovane volontaria, che si è trovata vittima di un terribile stress emotivo, atto a rendere comprensibile qualsiasi reazione.

A Silvia Aisha Romano, non ci resta che augurare un sereno proseguimento della nuova vita con il marito, lontano dai riflettori dei media e da ogni rancoroso giudizio, ma la sua drammatica esperienza andrebbe totalmente sprecata se non mettesse in guardia il mondo della solidarietà da un troppo disinvolto reclutamento di giovani inesperti ed esclusivamente ricchi di entusiastici sogni, ma privi degli strumenti che consentano loro di confrontarsi con mondi che non sono costruiti sui sogni, ma riflettono spesso realtà spietate e altamente pericolose. Ne abbiamo già avuta esauriente prova in passato con le vicende di Luca Tacchetto, Edith Blais, Alessandro Sandrini, Pier Luigi Maccalli, Eugenio Vagni… e altre decine di vittime dell’imprevidenza di chi li ha assoggettati a compiti che non erano preparati a svolgere e senza aver saputo offrire loro un’adeguata protezione.
(Nella foto, Lilian Sora di “Africa Milele” la Onlus per cui operava Silvia Romano)

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