Politica

Siamo tutti destinati a diventare sudditi del moderno Gengis Khan?

Un drago insaziabile

Sì, parliamo ancora della Cina, perché ignorare la sua strategia, significa mantenersi volutamente sordi e ciechi al catastrofico pericolo che la potente dittatura asiatica rappresenta per l’Italia, per l’Europa e per il mondo intero. Sui social leggiamo a volte, post davvero strabilianti. Post in cui la Cina viene lodata per aver “restituito dignità all’Africa” o per averla “aiutata, senza contropartite”. Dobbiamo domandarci se queste affermazioni derivano da semplice ignoranza o da una qualche malcelata nostalgia per il vecchio regime comunista, di cui Pechino preserva le ultime e anacronistiche vestigia. La Cina, dell’Africa, ne sta facendo un grosso boccone. La sta fagocitando pezzo dopo pezzo. Sfoggiando una finta e spregiudicata solidarietà, l’ha indebitata oltre il possibile e ora le presenta cinicamente il conto che, non potendo essere pagato, si trasformerà presto nel suo totale asservimento.

L’ultima barriera all’espansionismo cinese nel mondo, era rappresentata dall’America di Donald Trump, forse un po’ troppo rude e tracotante, ma indubbiamente efficace, almeno per ciò che riguarda questo proposito.  La Cina è il più grande detentore del debito pubblico statunitense ed è perciò in condizioni di creare enormi fastidi all’economia e quindi anche alla stabilità della potenza transatlantica, oppure a sottoporla al costante ricatto. Di questo incombente pericolo – salvo rapidi e poco probabili cambiamenti di rotta – se ne accorgeranno presto tutti quelli che hanno festosamente sostenuto l’avvento di Joe Biden alla Casa Bianca.

Scaltrezza con gli occhi a mandorla

Sfruttamento del lavoro in nero da parte di imprese cinesi in Italia

Per quanto riguarda l’infiltrazione cinese in Italia, si tratta di una metastasi che si diffonde nel nostro tessuto economico e sociale subdolamente, ma senza mai indietreggiare, esattamente come fa un cartello mafioso, del tutto indifferente a qualsiasi concetto di legalità e di etica. I cinesi sono buoni osservatori e imparano in fretta. Hanno individuato tutti i più fragili argini del nostro sistema e i relativi varchi entro cui potersi tranquillamente inserire, aiutati, in questo, dalla nostra invincibile e farraginosa burocrazia.
Le attività aperte in Italia dagli intraprendenti investitori asiatici, lavorano alacremente con personale non regolare e sottopagato; fanno in poco tempo montagne di soldi esentasse e quindi chiudono l’attività per poi riaprirla subito dopo sotto un’altra denominazione. Sanno benissimo che il nostro elefantiaco sistema di controllo, ci impiegherà anni prima che gli uffici proposti possano disporre delle verifiche nei loro confronti e così questo collaudato sistema, può ripetersi all’infinito.

Il rapporto del 2019 della COPASIR (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica) rivela la presenza di 405 multinazionali asiatiche in 760 imprese italiane con un’occupazione di quasi 44 mila addetti e un giro d’affari di oltre 25 miliardi di euro. La scelta degli investitori con gli occhi a mandorla è accurata e si concentra solo sulle imprese ad alta reddittività ed elevato valore strategico. Tra le regioni che più attraggono l’interesse di Pechino, spicca la Lombardia che ha ben 258 aziende a capitale cinese (il 46 per cento del totale). Seguono, nell’ordine, Lazio, Emilia Romagna, Piemonte e Veneto. Da notare che in Italia ci sono già 51 mila cinesi, nati in Patria e poi venuti qui a fare gli imprenditori. 20 mila di loro operano nel commercio; 17 mila nel settore manifatturiero; 7 mila in quello alberghiero e della ristorazione e gli altri in vari servizi alla persona.

E l’Italia diventa gialla…

Brescia: dipendenti IVECO protestano contro il passaggio alla Cina presso la sede locale della Lega

Una presenza, quindi, tutt’altro che indifferente, ma restando nel campo delle grandi imprese, le maggiori acquisizioni di capitali da parte cinese, avvengono attraverso gruppi finanziari registrati in Lussemburgo che fanno capo a colossi asiatici come, StateGrid, ChemChina e Central Bank of China, che controllano già pesantemente il nostro settore energetico, industriale e finanziario: Ansaldo Energia, Eni, Tim, Enel, Prysmian, Intesa San Paolo, Saipem, Moncler, Salvatore Ferragamo, Prima Industrie, Berloni…
E’ inoltre notizia recente che la Cina sta anche entrando nel capitale dell’IVECO, che include settore DEFENCE di Bolzano, una perla che esporta mezzi e attrezzature militari in ogni angolo del mondo, ma basta guardarsi intorno nelle strade delle nostre città per vedere quanti esercizi di ristorazione, abbigliamento e vari generi commerciali, sono passati da mani italiane a mani cinesi. Bar, ristoranti e negozi di souvenir a Venezia, sono uno degli ultimi esempi di questo inarrestabile assalto alle nostre piccole imprese.

Del resto non c’è grossa o media impresa italiana che non abbia già realizzato una propria presenza in Cina, dove poter godere di minori costi di produzione, disinvolti regolamenti sociali cui attenersi, paghe da fame, orari di lavoro estensibili a piacere e assenza di sindacati che rivendichino diritti delle maestranze. Si stima che questa presenza produttiva italiana in Cina, rappresenti già un 35 per cento della produzione globale delle aziende che l’hanno realizzata. Certamente un buon risultato per gli azionisti, ma non certo per l’occupazione, che resta a favore delle maestranze cinesi e non di quelle italiane.

Ma la Cina, nel mettere a punto il suo ambizioso progetto “The Silk road” (la via della Seta) – progetto dissennatamente sostenuto dal nostro Di Maio – rivolge anche un grande interesse ai porti italiani; Gioia Tauro, Genova, Trieste, Ravenna, Venezia, Palermo e (ultima candidata) Taranto, che è però anche sede della più grande flotta della Marina Militare Italiana e delle forze NATO che (si spera) ne impediranno l’acquisizione. Insomma, l’Italia svende se stessa a una Cina che, malgrado la pandemia da lei esportata, è l’unico Paese che mostra un costante incremento del PIL. E’ pur vero che questo imponente flusso di capitali, è oro che cola nell’immane colabrodo della nostra finanza pubblica, soprattutto perché limita il drammatico falcidio dell’occupazione, ma siamo sicuri che tutto ciò di cui non saremo più padroni, resterà anche in futuro attivo entro i nostri confini? O saremo costretti ad assistere alle delocalizzazioni oppure ad altri disastri come quello dell’ILVA di Taranto?

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