Politica

Si torna a parlare dello Yeti, il leggendario “Uomo delle Nevi”. Oggi la scienza fornirebbe la prova della sua esistenza

 

Attualità e inchiesta
Franco Nofori
Torino, 3/3/2021
franco.krons1@gmail.com
@FrancoKronos1

Una storia zeppa di mostri

Il mostro del lago scozzese di Loch Ness; quello delle paludi della Louisiana e le diverse specie di draghi, menzionati sia dalla letteratura medievale europea, sia da quella orientale – molto prima che le due lontane culture venissero in contatto – hanno fortemente suggestionato, per secoli e secoli, la fantasia popolare, sempre in bilico tra il considerarli frutti di leggende e misticismi locali o sostanziarli, invece, come fatti basati su elementi di seppur parziale veridicità. A tener loro buona compagnia si è nel tempo aggiunta un’altra abominevole creatura: lo Yeti, ovvero il misterioso e gigantesco Signore delle Nevi i cui riscontri provengono da fonti nepalesi, indiane e tibetane, ma anche da non poche segnalazioni russe.

In realtà, un vero e proprio avvistamento di questa creatura, che risulti ufficialmente confermato, non sembra sia mai avvenuto, ma fin dal 1951, Eric Shipton, uno dei più rispettati alpinisti britannici, che stava ispezionando le possibili vie d’accesso alla vetta dell’Everest, s’imbatté nell’impronta di un piede nudo, morfologicamente simile a un piede umano, ma dalle dimensioni spaventose: oltre trenta centimetri di lunghezza! Seguendone il percorso, si poté accertare che si trattava di una creatura bipede e l’ampia falcata, tra un’impronta è l’altra, lasciò presupporre una sua altezza di poco inferiore ai tre metri. Tant’è che Shipton dovette desistere dal seguire quelle orme perché impedito da un insuperabile crepaccio, ma notò che le impronte proseguivano sulla sponda opposta, attestando così un’eccezionale agilità della misteriosa creatura.

La prima scoperta di Eric Shipton

Shipton ebbe cura di fotografare una delle impronte e per fornirla di relatività dimensionale, vi pose a fianco la propria piccozza. A quel tempo la scienza fotografica non era così evoluta da far supporre il ricorso a un fotomontaggio e poi, come si è detto, l’attendibilità di Shipton non era in discussione, ma in ogni caso, a questo suo primo riscontro, ne seguirono molti altri e dai calchi in gesso che furono ricavati, si poté appurare che non si trattava di un’unica creatura, ma di un intero gruppo, perché pur mostrando uguali caratteristiche morfologiche, le dimensioni delle impronte spaziavano dai venti, fino ai 45 centimetri! Parliamo quindi di giganti vicini ai quattro metri d’altezza. Un’eventuale incontro davvero poco rassicurante!

Fino allora, le uniche notizie sullo Yeti erano custodite nelle biblioteche dei templi Sherpa, dove i monaci buddisti raccontano che, prima che il Nepal diventasse una meta degli odierni trekker, gli yeti, da loro definiti con l’appellativo di yeh-the (piccolo), meh-the (grande) e dzu-the (gigantesco), scatenarono un feroce attacco contro il tempio di Solukhumbu, facendovi una strage di monaci. Questa differenziazione in tre categorie di yeti confermerebbe le diverse dimensioni delle impronte trovate. La frenetica caccia allo yeti ha avuto indubbiamente inizio dalla prima scoperta di Erisc Shipton cui hanno fatto seguito molte spedizioni, volte a incontrare la leggendaria creatura, ma i vari avvistamenti non hanno mai potuto essere esaurientemente provati. Se non altro, hanno tuttavia consentito di trovare altre impronte e alcuni peli del suo mantello, tutti connotati da un identico DNA.

Oggi arriva l’incontestabile prova

Il professor Bryan Sykes dell’Università di Oxford

Qualche anno dopo il ritrovamento di Shipton, un ricercatore indiano, Daniel Taylor, cresciuto nei pressi del massiccio dell’Himalaya e ispirato dalle ripetute storie del nonno e del padre che gli parlavano di “un gigantesco uomo selvaggio e crudele che vive in montagna” decise di dedicare la propria vita alla ricerca di quell’uomo, ma anche lui non trovò altro che peli e impronte. Le molte foto scattate da altri ricercatori e gli avvistamenti più volte narrati, restarono sempre privi di accreditamento e salvo i testi religiosi tibetani che affermano perentoriamente l’esistenza di questa creatura, essa non risulta finora provata con scientifica certezza, benché anche i portatori del famoso scalatore, Reinhold Messner, giurassero di aver visto lo yeti mentre preparavano i vari campi base per le scalate. Del resto, lo stesso Messner, pur non confermando gli avvistamenti dichiarati dai suoi portatori, ritiene di poter dare credito alle radicate convinzioni degli indigeni himalayani che parlano di “una crudele creatura gigantesca, umanoide, pelosa e selvaggia”.

Questa teoria, che ha indotto la scienza ufficiale a relegare lo Yeti a una semplice leggenda dei nativi locali, è però stata recentemente smentita dal professor Bryan Sykes dell’Università di Oxford, il quale ne ha perentoriamente affermata l’esistenza. Lo scienziato ha analizzato i reperti dei peli ritrovati nelle zone himalayane di Bhutan e Ladakh, rilevandone il DNA che ha poi messo a confronto con i DNA dei data base, presenti nella banca genetica. Questo gli ha consentito di affermare che l’Abominevole Uomo delle Nevi sarebbe il prodotto di un incrocio tra due enormi primate: l’orso bruno e l’orso polare che vivevano nella zona 120 mila anni fa. Sykes si dice certo di questa sua tesi, ma trattandosi di una creatura preistorica, resta tuttavia da chiedersi perché essa non si è estinta, com’è invece avvenuto per i suoi genitori.

Creature preistoriche isolate sulla vetta dell’Everest

Una delle discusse foto che ritrarrebero lo Yeti

Essendo un riscontro basato sul DNA, la tesi di Bryan Sykes è difficilmente contestabile e ne riceve, inoltre, ulteriore conferma anche da ricerche geologiche eseguite circa dieci anni prima. Questi studi provarono che 500 milioni di anni fa, imponenti movimenti tellurici, elevarono la vetta dell’Everest di circa 500 metri. Questa scoperta fece ritenere che l’Uomo delle Nevi, altro non fosse che il discendente del gigantopithecus, un’enorme scimmia ormai estinta più o meno nello stesso periodo. Oggi Sykes ha provato che non si trattava di una scimmia, ma di due enormi orsi, usi a muoversi in posizione eretta. Quindi si tratta di una specie animale e non umana, ma ciò che resta da chiedersi è: come ha fatto questa creatura a sopravvivere per 120 mila anni, mentre la loro intera specie si è invece estinta?

A questa domanda risponde la geologia, secondo cui, l’improvviso innalzamento dell’Everest, fece sì che alcune specie preistoriche restassero isolate salvandosi così dall’estinzione che aveva invece colpito altri primate dell’epoca. Ma se lo Yeti esiste e con lui esiste la sua numerosa specie, perché è così difficile incontrarlo? Occorre osservare che se – stando alle teorie enunciate – lo yeti vive negli ultimi 500 metri della catena himalayana, si tratta di una zona non certo affollata dove si avventurano soltanto pochi e temerari alpinisti. Inoltre, la sua costituzione fisica dev’essersi adattata all’aria molto rarefatta di quelle altitudini, che obbligano gli alpinisti a indossare i respiratori. Un’altra domanda è: di cosa si ciba questa creatura, visto che si trova in luoghi totalmente innevati e del tutto privi di vegetazione e di altre specie animali?

La vetta dell’Everest

Questo farebbe quindi pensare che, allo scopo di procurarsi il cibo, lo yeti compia qualche rapida incursione nelle zone più a valle, dove sono presenti animali e vegetazione. La differente consistenza dell’aria non gli permetterebbe di fermarsi lì a lungo, ma solo quanto basta per sfamarsi. Ecco allora che alcuni degli avvistamenti dichiarati nelle foreste, troverebbero qualche sia pur timido accredito. Certo è che la scoperta del professor Bryan Sykes, apre un nuovo e stupefacente scenario su questa leggendaria creatura e ciò farà sì, che le spedizioni volte a scovarlo, s’intensificheranno in modo esponenziale. Tutto questo rende molto probabile che sentiremo presto parlare ancora del suggestivo “Signore delle Nevi”.

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