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Sfruttati e schiavizzati è il destino di molti africani che si recano nei Paesi arabi con l’illusione del benessere

Perché gli islamici africani cercano rifugio in Europa e non presso i loro ricchi fratelli arabi?

Di fronte al sempre più massiccio arrivo di clandestini sulle coste italiane e giacché gran parte di questi sono di religione islamica, viene legittimamente da chiedersi perché essi scelgano come destinazione l’Europa, che oltre a dover fronteggiare una grave situazione economica, è retta da leggi che ben poco hanno a che fare con la loro cultura religiosa. I costumi occidentali, per ogni buon musulmano, rappresentano l’apostasia assoluta, messa in atto da miscredenti licenziosi e corrotti (noi). Cioè il peggio che le disposizioni coraniche possano attendersi dal contatto con abbietti e infedeli peccatori, così come il Profeta Maometto li aveva definiti. Perché, allora, venire in Europa e non cercare, invece, aiuto, presso i loro fratelli in Allah, negli opulenti Paesi Arabi?

Ormai da oltre due decenni, l’attenzione del mondo si è concentrata sul continuo esodo che dall’Africa, si dirige verso l’Europa, ma non si parla quasi mai di quello che fa rotta verso i ricchi Paesi arabi; Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Oman, Kuwait… Eppure si contano almeno in un paio di milioni le donne e gli uomini africani, reclutati da uno stuolo d’intraprendenti mediatori che agiscono su incarico dei loro clienti mediorientali.

Come abili talent scout, questi agenti, individuano giovani donne e uomini africani che si dimostrino adatti ai compiti che sono loro richiesti nei Paesi di destinazione. Si tratta in prevalenza di lavori domestici o di fatica, ma anche di mansioni specifiche, qualora i reclutati posseggano provate competenze professionali, cosa che avviene piuttosto raramente, soprattutto per gli arrivi dall’Africa sub-sahariana.

Il mondo arabo, scopertosi straordinariamente ricco circa mezzo secolo fa, grazie alle ingenti risorse petrolifere del proprio sottosuolo, ha adottato in fretta le classiche caratteristiche dei neoricchi, il cui compito è esclusivamente quello di fare sfoggio della propria opulenza, senza mai abbassarsi all’umiltà del lavoro manuale, che deve perciò essere svolto dalle classi plebee, classi che, nei loro Paesi, sono pressoché inesistenti. Ecco allora che un’Africa, cronicamente indigente e affamata, si costituisce come un enorme serbatoio per soddisfare questi bisogni.

La quasi sfacciata opulenza di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti

L’immenso serbatoio africano di mano d’opera a basso costo

E’ da questo immenso serbatoio che attingono gli agenti reclutatori, sparsi in quasi tutti i Paesi africani, promettendo impieghi decorosi e ben retribuiti. Intanto, dai loro committenti, questi agenti ricevono un compenso di circa quattromila dollari per ogni lavoratore reclutato. A carico del committente, restano anche le spese per il trasferimento dal Paese d’origine a quello di destinazione.

Occorre subito precisare che questi agenti, sono per la maggior parte, cialtroni spregiudicati che sfruttano l’ingenuità e l’umana aspettativa delle genti africane, non solo di migliorare le proprie condizioni, ma di poter anche dare supporto al resto della famiglia che rimarrà in Africa. Attese queste, che una volta caduti nelle lusinghiere promesse ricevute, si trasformeranno presto in brutali sofferenze, percosse, abusi sessuali e non raramente anche uccisioni.

Tutto ciò avviene, nei Paesi arabi, con l’aperto sostegno delle autorità locali che agiranno sempre in sostegno al datore di lavoro e mai in difesa della sua vittima, la quale scoprirà così di essere caduta in una vera e propria forma di schiavitù: lavorerà fino a sedici ore al giorno, si ciberà degli avanzi lasciati nel piatto dei padroni, dovrà soddisfare ogni loro appetito sessuale e sarà lasciata senza salario finché questi padroni non avranno interamente recuperato la somma sborsata per farla arrivare in quell’inferno e per averle fornito vitto e alloggio.

Uno dei Paesi che riceve il maggior numero di africani, è l’Arabia Saudita e visto che quasi tutti quelli che vi arrivano sono di religione islamica, si sarebbe portati a pensare che, ospitati dai loro fratelli in Allah, dove si trovano Mecca e Medina, i più importanti luoghi della fede musulmana nel mondo, riceveranno un trattamento umano e solidale. Invece, proprio nella nazione che si erge a rappresentante universale dell’islam, saranno fatti oggetto dei più abbietti maltrattamenti.

Trattamenti disumani tra fedeli figli di Allah

Una giovane donna africana sfuggita ai suoi aguzzini arabi, mostra i segni delle torture che le sono state inflitte

Stando agli ultimi rilievi ONU, soprattutto due Paesi, Il Sudan e il Kenya, contribuiscono alla presenza africana in Medio Oriente, rispettivamente con oltre seicentomila e trecentomila emigrati. A differenza di ciò che avviene in occidente, è soprattutto il mondo arabo che ha un insaziabile bisogno d’immigrati, perché, sostiene Sophia Kagan dell’International Labor Organization, l’Africa “fornisce collaborazioni lavorative al più basso costo possibile”.

Sono proprio le condizioni di estrema povertà degli africani a renderli più vulnerabili verso questo indegno sfruttamento, ma benché le testimonianze dei terribili trattamenti ricevuti, siano ormai all’ordine del giorno, la diaspora verso i Paesi mediorientali, non solo continua, ma s’incrementa anno dopo anno. Tuttavia, benché l’Africa sub-sahariana rappresenti il più proficuo canale di approvvigionamento di forze lavorative alla penisola araba, non è la sola a fornirlo. A lei si uniscono anche Siria, Egitto, Yemen, Libia, Marocco e alcune delle più povere Nazioni asiatiche. A tutti loro, i Paesi del Golfo riservano lo stesso trattamento.

Davvero paradossalmente, questa situazione consente ai Paesi arabi, anche di bacchettare l’Europa sul fenomeno migratorio, sostenendo, come rileva l’Human Right Watch, che: “L’Europa si lamenta per poche centinaia di migranti africani, mentre noi ne accogliamo a milioni”, ma questa spudorata asserzione è contestata dallo stesso organismo internazionale, secondo cui, quegli immigrati africani “Sono sottopagati, costretti a disumani turni di lavoro, abusati, schiavizzati e spesso anche costretti a prostituirsi”.

Vittime di demagogia e retorica

Lavoranti africane in Libano, sfilano per protestare contro i maltrattamenti subiti

Alcune nazioni africane, come Uganda ed Etiopia, dopo aver preso atto dei maltrattamenti subìti dai propri cittadini, hanno imposto loro il divieto di recarsi nei Paesi mediorientali, ma questo divieto, oltre a essere facilmente aggirabile, grazie a una destinazione intermedia, ha ottenuto il solo scopo di dare un robusto impulso al reclutamento illegale, mettendo così maggiormente a rischio la sicurezza di chi vi aderisce.

Eppure, partendo proprio dalle più alte autorità del cattolicesimo mondiale, c’è ancora chi, in Italia e in Europa, si sente di promuovere sempre di più quest’accoglienza, ricorrendo a slogan di smaccata e faziosa retorica: “Costruiamo ponti, non muri!”; “esiste una sola razza, quella umana!”, ma si sublima anche la cultura islamica, asserendo che “diventerà presto la nostra cultura” (Dio ce ne scampi davvero!) e altre surreali affermazioni di questo genere. Cos’è che ispira queste affermazioni? L’ignoranza, o la malafede?

Io sono più propenso a credere nella seconda. Cioè al disegno suicida di distruggere un Paese e la sua plurimillenaria cultura, al solo scopo di colpire l’avversario politico. Così si rinnova l’antico proposito biblico: “Muoia Sansone con tutti i filistei!”.

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