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Segreti svelati: Il più importante agente segreto del XX secolo finora ignorato

 

 

Inchiesta
Franco Nofori
11/03/2021
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Come nasce una spia

Il mondo delle spie ha affascinato milioni di persone che sanno tutto o quasi, sulle imprese di Mata Hari e del doppiogiochista britannico Kim Philby, ma stranamente, pochi si sono occupati di quella che (molto probabilmente) è stata la più grande spia del secolo scorso. Si tratta di un cittadino egiziano inserito profondamente nei gangli vitali del proprio Paese e che negli anni ’70, decise di vendersi ai servizi segreti israeliani, influendo pesantemente sull’assetto geopolitico mediorientale. Di lui si sapeva ben poco, finché la sua esistenza è stata rivelata dal britannico, Ahron Bregman, giornalista e ricercatore storico della BBC, ma nonostante questa rivelazione, la notizia continua a essere largamente ignorata dai canali d’informazione, restando relegata ai polverosi archivi della storia. Qual è la ragione di tale disinteresse?

Ashraf Marwan era un cittadino egiziano, ma non un cittadino qualsiasi. Era il genero del potente leader del proprio Paese: il presidente Gamal Abdel Nasser, di cui aveva sposato l’adorata figlia, Mona. All’epoca dei fatti che lo riguardano, Ashraf aveva appena 23 anni e non godeva delle simpatie del suocero, di cui non condivideva l’ostinata ossessione di voler distruggere Israele. Ahraf, neppure approvava l’alleanza del proprio Paese con l’Unione Sovietica. Indenne dal fanatismo religioso e laureato in ingegneria chimica all’università del Cairo, si distingueva per buon senso e raziocinio, caratteristiche che lo portavano spesso a esprimere apertamente le proprie opinioni, volte a suggerire uno stabile accordo con Israele, attraverso la mediazione degli Stati Uniti.

Le cause della guerra dei sei giorni

Il canale di Suez proibito alle navi israeliane

Si trattava di opinioni che per la radicata cultura islamica, rappresentavano vere e proprie apostasie e se Ashraf non fosse stato il genero del più potente uomo egiziano, ne avrebbe certamente pagato lo scotto. Irritato da queste continue e imbarazzanti esternazioni, Nasser, favorì allora il suo trasferimento a Londra, insieme alla moglie Mona, dove Ashraf frequentò un corso di perfezionamento post-universitario. Le sue permanenze in Egitto, si mantennero comunque frequenti e pur alternandosi tra la capitale britannica e il Cairo, il giovane restò comunque sempre attento agli affari del proprio Paese.

Nel 1967 Nasser decretò il divieto di transito alle navi israeliane nel canale di Suez. Sapendo che la sua iniziativa avrebbe avuto l’appoggio di Siria, Giordania e Iraq, il presidente egiziano, si riprometteva di costringere Israele a una guerra che lui, forte di 280 mila uomini dell’alleanza araba, si riteneva sicuro di vincere per realizzare così il sogno di distruggere una volta per tutte, l’odiato avversario, ma ancora una volta, queste previsioni si rivelarono sbagliate, perché la reazione israeliana fu immediata e possente.

Il conflitto e la spia

L’ambasciata israeliana a Londra

Fu nel corso di questo conflitto, passato alla storia come “la guerra dei sei giorni”, che Ashraf ebbe il suo primo contatto con l’ambasciata israeliana a Londra e – tramite questa – entrò in rapporti con il Mossad a cui, da quel momento, fornì attivamente notizie segrete che furono di grande aiuto al governo israeliano per prevedere le mosse dell’avversario. Perché lo fece? Era l’odio per il suo Paese a muoverlo, oppure era per le generose prebende che gli venivano riconosciute? Va detto che nel suo forzato esilio in Gran Bretagna, impostole dal suocero, Ashraf aveva ceduto al tentacolare fascino della capitale britannica ed era anche caduto nel vizio del gioco che aveva pesantemente infierito sulle sue risorse finanziarie.

Intanto, il Medioriente era in guerra. Pur disponendo di soli 50 mila effettivi, lo Stato Ebraico mobilitò 214 mila riservisti e in soli sei giorni, grazie anche alle informazioni di Ashraf, non solo sconfisse le forze avversarie, ma valicò i loro confini, impossessandosi della fascia di Gaza e della penisola del Sinai, mentre l’intera Cisgiordania, incluse Gerusalemme ed Hebron, cadde nelle loro mani. Anche la Siria pagò un prezzo elevato, perché le alture del Golan passarono sotto il controllo di Israele che, alla fine del conflitto e in soli sei giorni, aveva quadruplicato la propria estensione territoriale.

L’amara sconfitta araba

Il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser

Per gli alleati arabi, si trattò di una sconfitta umiliante e disastrosa. Egitto, Siria e Giordania, si trovarono con le proprie forze aeree completamente distrutte dalle massicce incursioni dei jet israeliani. Le loro perdite ammontarono a 21 mila uomini, contro i soli 679 israeliani. La popolarità di Nasser, fino allora considerato il faro di riferimento del mondo arabo, subì un brusco ridimensionamento, anche alimentato dalla crescente contestazione dall’emergente movimento dei “Fratelli Musulmani”. Il presidente egiziano si ritrovava quindi stanco, abbattuto e privo di motivazioni. Furono forse queste le condizioni che nel settembre del 1970, lo portarono a una prematura morte per arresto cardiaco. Aveva solo 52 anni e con lui morivano le residue speranze arabe di liberarsi dello Stato d’Israele.

A Gamal Abdel Nasser, fece seguito il molto più moderato e realista vicepresidente, al-Sadat, uomo politico votato al pragmatismo e piuttosto insofferente alle pesanti interferenze sovietiche. Per lui, Israele, era sì un avversario, ma troppo forte e abile per poterlo sconfiggere. Condividendo alcune delle opinioni espresse dal giovane Ashraf Marwan, lo richiamò in Patria nominandolo suo consigliere. Pur essendo contro le continue azioni belliche propugnate dal suo predecessore, Sadat era consapevole di rappresentare, con l’Egitto, la riconosciuta leadership delle ataviche rivendicazioni del mondo arabo e doveva quindi destreggiarsi tra i propositi di pace e il sostegno ai principi del mondo islamico.

Assurde pretese libiche

Il presidente libico, colonnello Muammar Gheddafi

Nel febbraio 1973 si verificò un evento che costrinse il presidente egiziano a prendere posizione in questo delicato equilibrio. Un caccia israeliano aveva abbattuto per errore un Boeing 727 libico che stava sorvolando un territorio da loro controllato e benché il governo di Gerusalemme si fosse prontamente scusato per l’errore, un inviperito Muammar Gheddafi, cercava la vendetta e certo di ricevere supporto dall’alleato del Cairo, si rivolse a Sadat, chiedendogli di aiutarlo ad abbattere un volo El Al in partenza dallo scalo romano di Fiumicino. Gheddafi avrebbe provveduto gli uomini necessari, ma il problema era far loro pervenire un paio di lanciarazzi portatili RPG, cosa per lui impossibile poiché gli accordi con il governo italiano, non gli consentivano l’uso di colli diplomatici.

A questa richiesta, Sadat piombò nel panico. Non poteva certo aderire alla follia dello scomodo vicino, ma neppure voleva scatenare le sue imprevedibili reazioni. Gli venne in aiuto la pacata lucidità del suo consigliere Ashraf. “Porterò io gli RPG a Roma – affermò risoluto – ma stia tranquillo. Farò in modo che restino inoffensivi”.  Sadat, non poteva sentirsi più sollevato. Un diretto coinvolgimento del governo egiziano in un atto terroristico, avrebbe avuto disastrose conseguenze internazionali ed era quindi pronto a porre la sua fiducia, nelle mani del fedele consigliere. Ashraf partì alla volta di Roma e con il bagaglio diplomatico, introdusse i due lanciarazzi richiesti che consegnò agli emissari di Gheddafi. Questi si acquattarono ai bordi della pista, ma prima che il Boeing israeliano cominciasse a rullare, intervenne un corpo speciale della polizia italiana che li arrestò, sventando l’attentato.

Si torna in guerra

Truppe israeliane durante la guerra del Kippur

Ashraf aveva informato gli agenti israeliani dell’imminente attentato e questi avevano a loro volta allertato la polizia italiana, che provvide al riguardo. Ashraf aveva così salvato la vita a 130 passeggeri israeliani, cosa che gli guadagnò la gratitudine del loro Paese. Tuttavia, pur risolto questo problema, su Sadat gravava ancora la questione del Sinai, tuttora in mano israeliana. Il Sinai era parte integrante del territorio egiziano, ospitava pozzi petroliferi e (soprattutto) assicurava il controllo del traffico sul canale di Suez. Era imperativo che l’Egitto ne ritornasse in possesso, anche per placare le crescenti proteste che infiammavano non solo il popolo egiziano, ma l’intero mondo arabo. Che fare? Il suo gabinetto, optava per la linea dura e proponeva un intervento armato, ma dati i precedenti, Ashraf era sicuro che quell’intervento si sarebbe concluso con l’ennesima sconfitta.

Tuttavia, valutando e scartando le varie ipotesi, Sadat dovette infine cedere ai propri generali. L’attacco alle forze israeliane era inevitabile per salvaguardare il prestigio egiziano. Si sarebbe potuto proporre un accordo con Israele, come Ashraf – pur bersagliato dalle ostili occhiate dei militari – suggeriva, ma per un simile accordo occorreva la mediazione americana cosa che avrebbe fortemente irritato il sanguigno Khrushchev, né si poteva supporre che Israele avrebbe accettato l’Unione Sovietica come mediatrice. Così Sadat, si trovò costretto a dare via libera all’attacco e Ashraf, rientrato prontamente a Londra, ne informò i Servizi Segreti israeliani, concordando con loro che si sarebbero limitati all’azione difensiva, senza contrattacchi nel suolo egiziano.

… e finalmente si approda alla pace

Il presidente egiziano Sadat e il primo ministro d’Israele Begin, nel trattato di pace mediato dal presidente americano Jimmy Carter

Così avvenne, infatti. L’invasione egiziana – scatenata nel giornò del Kippur, festa nazionale ebraica – fallì, ma le forze israeliane si limitarono a contenerla senza contrattaccare e determinando così una situazione di stallo che portò a una tregua nelle cui more prese l’avvio una mediazione internazionale patrocinata dall’ONU. L’allora presidente americano Jimmy Carter, promosse nel 1978 lo storico incontro tra Sadat e il suo omologo israeliano Begin. Gli accordi raggiunti contemplavano il riconoscimento dello Stato d’Israele da parte egiziana e la restituzione del Sinai da parte israeliana. Ai due leader fu conferito il Nobel per la pace e dopo decenni di guerre, le due Nazioni approdarono finalmente a una pacifica convivenza.

Solo tre anni dopo, nel corso di una parata militare , tre soldati uscirono dal corteo, lanciarono granate sul palco delle autorità e spararono a Sadat, uccidendolo sul colpo. Insieme a lui perirono altre undici persone e lo stesso vicepresidente Hosni Mubarak, che seguì poi Sadat nell’incarico, restò ferito. Gli attentatori, appartenevano al movimento integralista della Jihad islamica, che si ribellava al trattato di pace con Israele. Le tensioni religiose ed etniche dilagano da sempre in Medioriente e rendono precaria ogni situazione di stabilità. E’ stata questa consapevolezza a indurre Ashraf Marwan a collaborare con gli israeliani, oppure è stata una mera questione di quattrini?

Ashfar Marwan, suocero del presidente egiziano Nasser, che operò al servizio d’Israele

Nel 2007, all’età di 63 anni. Ormai ricco uomo d’affari – anche se non sempre e del tutto leciti – Ashraf morì precipitando dal balcone della sua residenza londinese. Nessuno, compreso lo storico Bregman, credette mai alla sentenza di suicidio con cui si chiuse l’inchiesta. Qualcuno l’aveva ucciso, ma chi? Sia in Egitto e sia in Israele, Ashraf è considerato un eroe e gli sono tributati gli onori per aver salvato migliaia di vite umane e aver portato la pace nella regione. Oltre ai soldi era forse questo il suo intento? Di fatto le sue mediazioni hanno favorito la fine dei conflitti tra i due Paesi, ma parliamo pur sempre di un egiziano, convintamente islamico e (soprattutto) genero di Nasser, che si è venduto al nemico. Le sue reali motivazioni e le cause della sua morte, restano quindi un impenetrabile mistero da affidare alla storia, così come resta inispiegabile, il perdurante silenzio su di lui e anche sul fallito attacco terroristico all’aeroporto di Fiumicino.

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