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Secondo il nuovo lessico della politica buonista, i migranti sono tutti rifugiati

Il vasto universo dei profughi

Il 20 giugno ogni anno si celebra la Giornata mondiale del rifugiato (in realtà del profugo, sia esso rifugiato o sfollato) e l’UNHCR, l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, pubblica un rapporto aggiornato al 31 dicembre dell’anno precedente.

A fine 2019 i profughi erano 79,5 milioni, 8,7 milioni più che nel 2018. Anche sottraendo i 5,6 milioni di palestinesi per assistere i quali nel 1949 è stata creata l’Agenzia Onu per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi del Vicino Oriente, UNWRA, restano 73,9 milioni di persone: davvero tante. Moltissime vivono in condizioni critiche e hanno estremo bisogno di aiuto, quasi tutte hanno nel cuore solo un desiderio ed è tornare a casa.

C’è chi è in questa situazione da molto tempo, decine di migliaia di somali ad esempio rifugiati nei campi di Dadaab in Kenya, e ormai dispera di vedere la fine del suo esilio, e chi lo è solo da qualche mese o da qualche settimana, come gli sfollati di Cabo Delgado, la provincia settentrionale del Mozambico dove i jihadisti negli ultimi mesi hanno intensificato le attività riuscendo persino a prendere per qualche ora il controllo di alcune città, e ancora non ha realizzato del tutto la gravità della crisi che lo ha colpito.

C’è chi vive in campi allestiti dall’Alto Commissariato Onu per mettere i profughi al sicuro e chi ha trovato altre sistemazioni: assistiti gli uni e gli altri da personale di Onu, organizzazioni non governative e istituzioni caritatevoli che forniscono a chi ne ha bisogno cibo, abiti, assistenza sanitaria e legale, corsi scolastici (circa il 40 per cento dei profughi sono minorenni). In questa condizione sono soprattutto i 20,4 milioni di rifugiati, ovvero i profughi che, per sottrarsi a minacce alla vita e alla libertà, hanno oltrepassato i confini nazionali e, secondo quanto prevede la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, hanno chiesto e ottenuto asilo.

Perché è difficile aiutare i perseguitati a casa propria

Campo profughi sud sudanesi in Etiopia

Prendere in carico gli sfollati, o profughi interni, cioè le persone che tentano di mettersi al sicuro restando entro i confini nazionali, spesso è più difficile: se a minacciarli è il loro stesso governo oppure se il loro governo per qualche ragione non accetta o non è in grado di aprire dei corridoi umanitari e i territori in cui si trovano, non sono abbastanza sicuri da permettere ai convogli degli aiuti di raggiungerli. Allora cercano di provvedere come possono comunità, associazioni e istituti religiosi locali che spesso però dispongono di risorse molto limitate.

La Giornata mondiale del rifugiato è dedicata a queste decine di milioni di persone private del diritto di vivere in casa loro. L’Italia l’ha celebrata, come fa tutti gli anni. Però l’ha fatto dirottando l’attenzione sugli immigrati irregolari. Ormai persino le Nazioni Unite hanno capito che gli africani e gli asiatici che viaggiano clandestinamente servendosi di organizzazioni criminali “specializzate” in contrabbando di uomini per raggiungere l’Europa non sono quasi mai profughi, anche se di anno in anno è aumentato il numero di quelli – ormai praticamente tutti – che dichiarano di essere in fuga da guerre e persecuzione, da minacce alla vita. Ma lo fanno per non essere respinti come succede a chi entra in un paese senza documenti e visto: guadagnano tempo, da molti mesi ad anni, tutto il tempo che le autorità devono impiegare per esaminare le loro richieste di asilo, la storia che raccontano e verificarne la veridicità.

In effetti, dall’inizio del 2020 solo il 10 per cento circa delle richieste di asilo presentate in Italia sono state accettate. La percentuale di chi ha ottenuto protezione internazionale raddoppia con i richiedenti respinti, ma che hanno ottenuto un permesso di soggiorno temporaneo chiamato “protezione sussidiaria”, istituito solo in Europa allo scopo di tutelare persone che, pur non essendo profughe, si teme che possano subire violenze se rimpatriate. In totale quindi le richieste di asilo respinte sono circa l’80 per cento. Ma conoscendo la situazione dei principali paesi di provenienza, s’immagina che oltretutto le commissioni territoriali incaricate di decidere se concedere o no lo status giuridico di rifugiato siano estremamente prudenti e a tutti i costi vogliano evitare l’errore di rimandare in patria una persona in effetti a rischio. È a dir poco improbabile, infatti, che rientrino nella definizione di rifugiato persone che arrivano da Bangladesh, Tunisia, Costa d’Avorio, Marocco, Guinea Conakry, Senegal…

Migranti, rifugiati e clandestini

Il presidente Mattarella a sostegno dell’accoglienza migranti

In una sorta di amnesia collettiva in Italia tutti o quasi, persino il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sembrano aver dimenticato chi sono gli emigranti irregolari. I responsabili degli SPRAR, il sistema nazionale di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, hanno organizzato in varie città eventi streaming con artisti all’insegna di “accoglienza”, “integrazione”, come se non sapessero chi sono i loro assistiti.

Il capo dello stato Mattarella, addirittura confondendo emigranti e rifugiati, ha rivolto un appello all’Europa – ”Accoglienza e protezione, questo è il nostro Paese” – affinché rafforzi il suo impegno nelle politiche di gestione dei flussi migratori: “La nostra azione di protezione e assistenza nei confronti dei migranti non può deflettere o indebolirsi, ma deve, anzi, rafforzarsi, con l’elaborazione di un nuovo corso dell’Unione europea in materia di migrazioni e asilo, nel segno di un più incisivo e condiviso impegno comune”.

Il ministero dell’interno ha celebrato la giornata pubblicando i dati della Commissione nazionale per il diritto di asilo. Dal 1° gennaio al 12 giugno 2020 sono state presentate in Italia 10.972 richieste di asilo: 40 per cento da persone provenienti dall’Asia, 37 per cento dall’Africa, 17 per cento dall’America, 6 per cento dall’Europa. Si è però ben guardato di dire quel che appunto più contava: che almeno l’80 per cento delle richieste di asilo sono state respinte.

Quasi surreale è stato l’incontro del prefetto di Palermo, Giuseppe Forlani con i responsabili dei CAS, Centri di Accoglienza Straordinaria, della provincia di Palermo che ospitano gli emigranti richiedenti asilo in attesa dell’esito. Il prefetto ha sottolineato l’importanza che gli emigranti imparino la lingua italiana e riprendano a frequentare corsi formativi, da attivare quanto prima dopo la forzata interruzione a causa del COVID-19. Al termine del comunicato che descriveva l’evento, si legge: “La giornata ha dato, quindi, il via a un fruttuoso dialogo con le realtà locali dei centri di accoglienza che potrà essere occasione per una stretta collaborazione finalizzata al miglior inserimento dei migranti nel tessuto sociale, una volta definita la loro posizione giuridica quali titolari di protezione internazionale”.

Nei CAS palermitani attualmente sono ospitati 700 emigranti. Tenendo conto dei dati ministeriali sul numero di richieste di asilo accolte a partire dal 2015 in Italia, la cosa più probabile è che a ottenere protezione internazionale – status di rifugiato e protezione sussidiaria – non saranno nemmeno quindici.

 

 

 

 

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