Politica

Rappresentanti eletti e funzionari dei dicasteri: chi di loro comanda in Italia?

Le eminenze grigie del pubblico apparato

Dalla fondazione della Repubblica ai giorni nostri, l’Italia ha avuto ben sessantasei governi diversi. Ciò significa che ogni Presidente del Consiglio, e ciascuno dei suoi ministri, hanno, in media, mantenuto la carica per poco più di tredici mesi, un tempo neppure sufficiente per prendere familiarità con la propria poltrona! Come potevano, in cosi poco tempo, acquisire le necessarie conoscenze per condurre elefantiaci apparati con decine di migliaia di dipendenti e centinaia di migliaia di protocolli operativi?
Inoltre, mentre per candidarsi a un incarico nella pubblica amministrazione, occorre esibire titoli di studio, partecipare a concorsi e riuscire a qualificarsi nelle selezioni, per accedere al parlamento – in virtù della designazione popolare – si può fare sfoggio della più crassa ignoranza; maltrattare la lingua italiana e accedere all’olimpo politico, anche con la sola terza media. E gli effetti di questo, si vedono eccome.

Ciò detto, è vero che l’affermazione ottenuta attraverso la perseveranza, l’intraprendenza e la genialità, ha spesso dimostrato che l’istruzione scolare non è l’unica via al successo. Chi riesce, infatti, a mantenere attivo buon senso e capacità di giudizio, può realizzare, con i propri vissuti, un’ottima università della vita e  può senz’altro sopperire alla classica scolarizzazione. Oggi, però, ci troviamo guidati da una compagine governativa la cui formazione è davvero deprimente: venditori di bibite, odontotecnici, disk jokey, animatori turistici, pastori, comici… quali esperienze hanno maturato per condurre le sorti del Paese?
E’ d’obbligo chiedersi come, il baraccone Italia, possa procedere nel suo percorso. Come può farlo? Può farlo perché alla guida non c’è il Presidente del Consiglio o i suoi ministri, ma ci sono autorevoli eminenze grigie, magari plurilaureate e formate dal lungo esercizio nel settore in cui operano, che sanno condurre il carro con consumata destrezza. Si tratta degli alti funzionari del pubblico apparato.

Servitori delle Stato inadeguati ai bisogni del Paese

Si può immaginare con quale fastidio, il plurititolato direttore di un dicastero, debba ricevere ordini da un Di Maio, una Bellanova, uno Speranza, un’Azzolina… E’ quindi grazie a questi funzionari dello Stato – non ai politici – che il complicato meccanismo pubblico continua a funzionare. I governi nascono, muoiono e si avvicendano. Cambiano i colori ideologici e le attese dell’elettorato, ma questi funzionari restano lì a vita, pronti a servire chiunque arrivi su podio e sempre impegnati a condurre il carrozzone. E’ questo un bene?
In Italia i dipendenti pubblici sono 3.516.000, pari al 14 per cento dell’intera popolazione lavorativa. Tra i maggiori Paesi europei, noi siamo gli ultimi. Ci batte la Svezia, con il 29 per cento; la Francia, con il 22 per cento; la Gran Bretagna, con il 16 per cento e anche la Spagna, con il 15 per cento.

Quindi, il numero degli addetti al servizio dei cittadini, in Italia non è adeguato alle effettive necessità del Paese. In aggiunta a questo, si tratta di un sistema afflitto da una perniciosa burocrazia bizantina che ostacola e rallenta ogni procedura. Inoltre, la maggiore concentrazione di dipendenti pubblici, si riscontra nelle regioni meridionali, dove – malgrado questo – si registra il più alto numero di sprechi, malversazioni e inefficienze. Ma la cosa più deleteria è che questo apparato impastoia e influenza ogni decisione politica. Promuove il nepotismo e l’intrallazzo, rendendosi, di fatto il vero timoniere  del barcone Italia e si tratta di un timoniere, saldamente installato al ponte di comando, che guarda indifferente all’avvicendarsi della classa politica, certo che nessuno potrà mai rimuoverlo. Questo straordinario e occulto potere, è stato lucidamente rilevato da, Danilo d’Antonio, un nostro attento lettore che lo sintetizza mirabilmente nell’analisi che segue:

Chi comanda realmente in Italia?

Il Senato romano, simbolo dell’antica “Res Publica”

“Con quest’ennesima crisi di governo, sta per nascere una nuova formazione politica alla guida dell’Italia.  Dobbiamo parteggiare per qualcuno? C’è qualcuno che merita più di altri? Giudicate voi. Ma sappiate che, comunque si risolvano le crisi o i regolari rinnovi legislativi, la cosa pubblica, la ‘Res Publica’, in quella nostra bella lingua antica, resta saldamente in mano agli stessi individui: gli assunti a vita; i burocrati; i carrieristi; i tiranni sopravvissuti indenni alla caduta della dittatura di settantacinque anni fa. Qualunque cosa accada in ambito legislativo, per loro non cambia nulla, perché restano lì, inamovibili e i governi poggiano sui loro costrutti filosofici, politici e sociali.

I governanti li ascoltano, si lasciano indirizzare, assumono le loro parole come costante riferimento e le leggi – che agli allocchi appaiono originarsi in Parlamento – in realtà nascono, si formano e crescono nelle menti dei burocrati carrieristi assunti a vita. Questi, in qualunque modo si presentino; comunisti o liberisti, destri o sinistri, restano sempre intorno al caposaldo del loro posto fisso, della loro carriera, del loro crescente potere, su cui incessantemente gravitano. Sessantasei esecutivi in settantacinque anni e mai hanno tentennato: il mondo deve girare intorno e al loro intoccabile posto fisso!

Un’influenza che vanifica la volontà popolare

Chi è al timone del barcone Italia?

Gli stessi indirizzi politici forniti dai governanti, dovranno passare al loro severo vaglio, non potranno non essere recepiti come più aggrada loro e vista l’eterna permanenza degli assunti a vita, incurante del frequente e spesso rapido rinnovo dei governanti, potranno perfino essere volutamente boicottati, fraintesi, ritardati. E chi può dir loro nulla? Visto che tengono in pugno ogni potere tranne il legislativo?
Non raramente essi sono presenti e potenti persino in Parlamento! Quindi: a che pro preferire un politico a un altro o questo governo al prossimo?

Una preferenza sarà giustificata solo il giorno in cui in Parlamento qualcuno dirà: Ora basta! La ‘Res Publica’ torni al Popolo! Settantacinque anni di tirannide spacciata per Democrazia sono troppi! E’ illegale appropriarsi dello Stato, perché lo Stato è una proprietà collettiva, un sacro bene comune che ha il nome di ‘Repubblica Italiana’. Quel giorno, sì, che varrà la pena sostenere quell’uomo onesto che avrà la forza di cimentarsi in un impegno che mai nessuno ha osato finora affrontare. Diciamo addio allo Stato tiranno e alla sua ‘Banca dei Pubblici Impieghi’. Solo allora avremo una vera Repubblica e solo allora la politica potrà evolversi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *