Inchieste

Perché è così difficile combattere la pedofilia in Africa e nel mondo?

SPECIALE REPORTAGE PEDOFILIA 

Prima parte

Una volta il pedofilo agiva davanti alle scuole, nei giardini pubblici, nei pressi degli asili per l’infanzia. Ora si è informatizzato e possiede uno strumento molto più efficace e sicuro: Internet. Non più tasche piene di caramelle o sordidi maneggiamenti, nel buio delle sale cinematografiche, con il conseguente rischio di un pubblico linciaggio. Oggi i contatti si promuovono sondando l’etere tra le confortanti pareti di casa. I siti destinati ai pedofili sono un vero paradiso di opportunità. Trappole suadenti in cui i piccoli geni odierni cadono come pere mature. Il computer, nel regno dell’infanzia, ha definitivamente sostituito i Lego, i puzzle, i cartoni animati. Ora con pochi e appropriati click del mouse si aprono universi affascinanti, si conoscono persone interessanti, si dialoga liberamente con uno stuolo di nuovi amici che si rinnovano ogni volta che si accede alla rete.

Il pedofilo moderno non maschera più le proprie tendenze.

Oggi si coalizza, condivide impressioni, mette a punto strategie comuni e il piccolo esperto del PC, attratto da offerte e promesse irresistibili, cade troppo spesso nella sordida rete. E’ davvero stupefacente che la società moderna, le famiglie, gli educatori, ancora non realizzino in pieno il potere e la pericolosità dello strumento informatico e si attardino, invece, a inorgoglirsi per la rapidità con cui i propri pargoli acquisiscono dimestichezza con Internet. Ogni giorno, la polizia postale, scopre nuovi siti per pedofili che, ahimè, non si limitano più a offrire opportunità agli “estimatori”, ma troppo spesso presentano la cronistoria dei successi da loro ottenuti. Tutto questo può essere solo risolto da una seria regolamentazione sull’accesso al web che per ora è rimasta al livello di semplice proposta.

Alcuni di questi abusi, sono commessi dagli stessi educatori, quelli cui affidiamo i nostri figli e che dovrebbero essere coloro che li mettono in guardia contro i disgustosi adulti che tentano di circuirli. Invece, quegli adulti disgustosi, sono proprio loro, laici o religiosi che siano. In Kenya, dove agire contro i pedofili attraverso la legge, diventa spesso un’impresa impossibile, ci sono orfanatrofi appositamente gestiti per creare vivai di sventurate creature su cui sfogare ogni sorta d’istinti deviati. In molti casi ciò avviene all’insaputa dei filantropi che ne hanno finanziato la creazione. La Chiesa cattolica, purtroppo, ha collezionato negli anni una quantità preoccupante di casi: negli USA, in Belgio, in Australia, in Irlanda e in Gran Bretagna. Casi che molti vescovi hanno tentato di occultare. Il Papa pareva aver preso una posizione di estrema fermezza e ci auguriamo la mantenga perché non è giusto che le meravigliose opere di migliaia di missionari siano mortificate da pochi preti dissoluti. Tuttavia, il cardinale australiano George Pell, resta l’unico alto prelato a essere stato ridotto allo stato laicale, cosa avvenuta solo dopo la sentenza di condanna a tre anni e otto mesi di carcere. Condanna che è stata piuttosto mite in considerazione dell’età del settantasettenne ex ministro dell’economia vaticana.

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Il Cardinale australiano George Pell condannato a 3 anni e 8 mesi per pedofilia

Uno tra i tanti episodi si è verificato in Colombia, dove il nostro Paolo Pravisani è stato condannato a quindici anni di carcere per aver abusato del suo schiavo sessuale, un ragazzino di quattordici anni, ucciso con un’overdose di cocaina che lui stesso gli aveva fatto assumere. Pravisani è un vecchio di settantacinque anni, originario di Udine, ex pilota acrobatico e ingegnere aeronautico. Una mostruosa eccezione? Purtroppo no, è solo uno degli ottantamila “maiali” italiani a caccia di bambini per il mondo.

“Maiali” italiani a caccia di bambini nel mondo.

La cifra (approssimata per difetto) è fornita dalle organizzazioni internazionali che si occupano del mercato del sesso minorile. Ottantamila porci italici, tra cui aumentano sempre di più ventenni e trentenni. Non solo pedofili conclamati e abituali, ma anche gente cosiddetta “comune” che trova sia un buon affare comprarsi un bambino o una bambina per venti dollari nelle Filippine, quaranta in Thailandia, trenta nella Repubblica Dominicana, venti in Kenya. E poi in Brasile, Cina, Messico, Africa, Nepal, Sri-Lanka… ogni tanto ne arrestano uno, ma il rischio concreto di finire in galera è purtroppo minimo.

I minori vittime di sfruttamento sessuale nel mondo sono stimati in due milioni, un quarto dei quali vive in Asia. Questi dati sono costantemente rilevati, aggiornati ed elaborati da “Legale nel Sociale”, un’associazione di avvocati del terzo settore. Un giro “d’affari” da duecentocinquanta miliardi l’anno che muove carovane di schiavisti per tutto il pianeta. Il “convoglio” italiano è tra i più numerosi: ottantamila, appunto. Anzi “almeno” ottantamila. Vanno, comprano, massacrano. Poi tornano, tra noi come persone irreprensibili. (Fonte: “Cronaca Mondo”)

L’abuso sessuale di minori in Kenya, vede in testa alla graduatoria i vicini di casa con il 29 per cento dei casi; padri e insegnanti al 10 per cento; parenti, zii, amici di famiglia, datori di lavoro, padroni di casa, guardie e “pastori” al 6 per cento. Il 70 per cento dei colpevoli è gente ben conosciuta dai bambini. Il 28 per cento avviene in ambiente domestico. Il 27 per cento in casa degli stupratori e il 17 per cento nelle scuole da parte degli insegnanti. L’età media dei violentatori è tra i venti e i trent’anni. Il più giovane finora identificato ha tredici anni e il più vecchio settanta. Per circa l’80 per cento si tratta di uomini, il resto (dato sorprendente!) spetta alle donne.

Nell’esame delle località in cui avvengono le violenze, Nairobi è in testa con il 31 per cento dei casi, la Rift Valley e la Provincia Centrale sono al 17 per cento. Il tasso più basso appartiene alle province del Western e North Eastern. Il rapporto governativo indica che nel 71 per cento dei casi gli abusi vengono denunciati alla polizia che spesso si mostra però riluttante ad agire e a volte si fa anche pagare per la consegna del modulo (P3) necessario a formalizzare la denuncia. Solo il 40 per cento dei bambini, vittime di abusi sessuali, è portato in ospedale. Nella maggioranza dei casi le strutture sanitarie, non hanno attrezzature idonee, né personale qualificato per estrarre e conservare le evidenze del crimine. (fonte: “The Daily Nation”)

Questo studio sugli abusi sessuali in Kenya, non menziona le aree maggiormente frequentate da turisti, dando l’impressione che solo i locali siano i responsabili degli stupri, ma anche se non significativi rispetto ai dati globali, sono tuttavia abbastanza frequenti anche i casi di abusi (non violenti) su minori ad  opera di stranieri, spesso favoriti dagli stessi parenti dei piccoli a scopo di lucro. Si ricordano i casi del direttore della Java Coffee House di Nairobi John Cardon Wagner, americano, condannato a quindici anni di carcere per lo stupro di tre bambine in casa sua (con la connivenza di due donne locali) e quello del missionario tedesco Karl Heinz per molestie sessuali su tre ragazzi nell’orfanotrofio in cui operava. Una sentenza esemplare è quella dell’ergastolo imposta a un keniano di cinquantacinque anni, dal tribunale di Kabarnet, per aver violentato una bambina di otto anni infestandola con la sifilide. Tra molti uomini locali esiste la credenza che il sesso con una bambina, prima della pubertà, curi le malattie sessuali, soprattutto l’HIV.

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L’americano John Cardon Wagner fondatore della Java Coffee House condannato a Nairobi a 15 anni di reclusione

Il criterio con cui l’indagine fu condotta fu del tutto scriteriato, perché si cristallizzò su valori assoluti, anziché relativi. Ciò nonostante, il rapporto dell’Unicef finì su tutti i giornali del mondo e sugli italiani, cadde il biasimo internazionale. Sembra incredibile che l’Unicef, una tra le più importanti agenzie delle Nazioni Unite, utilizzi funzionari così incompetenti, da non capire che per fornire credibili dati di un sondaggio, occorre mettere in rapporto i risultati, alla popolazione presente nel luogo in esame per ogni categoria esaminata. Se l’avessero fatto, si sarebbero accorti che la più alta presenza europea a Malindi e Watamu è costituita da italiani, seguita poi da britannici e tedeschi, mentre, in quanto agli svizzeri, trovarne uno a Malindi è quasi come trovare un quadrifoglio in un prato.

Nei Paesi emergenti, come si è visto, accade spesso che coloro che combattono la pedofilia, si trovino avversati dalle stesse vittime, dai loro familiari e anche dalla polizia. Quanto avvenne in Kenya nel 2009 e nei due anni successivi, ha davvero dell’incredibile e mi riguarda personalmente. Nello stesso anno alcuni improvvisati investigatori Unicef, vennero a Malindi per condurvi una ricerca sugli abusi sessuali sui minori da parte di cittadini europei. A un significativo numero di bimbe minorenni, fu chiesto se avessero avuto rapporti sessuali con uomini europei. Dalle loro risposte, gli uomini dell’Unicef redassero un rapporto che poneva gli stupratori italiani al primo posto, seguiti nell’ordine da svizzeri, tedeschi e britannici.

Dopo la pubblicazione di questo rapporto, ci fu un’indignata e più che legittima reazione della comunità italiana presente lungo la costa del Kenya, cui si unì anche la nostra sede diplomatica di Nairobi e non fu certo difficile, riscrivere la classifica dei pedofili europei in questa sequenza: primi in assoluto gli svizzeri; secondi i tedeschi, terzi i britannici e ultimi gli italiani.

L’Unicef si scusò per la cantonata presa e suggerì di muoversi insieme per una massiccia campagna contro la pedofilia sulla costa del Kenya. A questa aderirono vari organismi: l’Associazione degli Albergatori; l’Ambasciata Italiana e tutte le sue sedi consolari; il CISP (Comitato Internazionale per lo sviluppo dei popoli); il CLAN (un gruppo di legali keniani che assiste i minori in supporto all’Unicef) e il COMITES (Organo Consultivo dell’Ambasciata Italiana), di cui a quel tempo facevo parte come consigliere coordinatore per la regione costiera.

I membri del COMITES (sulla costa eravamo in tre) data la natura istituzionale dei loro compiti, si occuparono di smascherare i porcaccioni nostrani. Uno di quelli sospettati come tali (useremo per lui il nome fittizio di Carlo), fu individuato in un residence di Watamu. Dal registro dei suoi visitatori, tenuto dalla reception della struttura, risultò che questi riceveva frequenti visite di ragazzine africane di età compresa tra i nove e i tredici anni. Queste visite avvenivano quasi sempre di giorno ed erano di breve durata (due o tre ore). Occorre precisare che tutti i visitatori, per aver accesso al residence, dovevano depositare un proprio documento d’identità alla reception, per poi ritirarlo all’uscita, ma se si trattava di minori (come tali non ancora in possesso di un documento) l’invitante, doveva recarsi personalmente alla reception e firmare il registro in loro vece per farli accedere alla propria abitazione.

L’esame di questo registro, rivelò che Carlo aveva ricevuto ben quattrocentosessanta visite di bambine africane negli ultimi tre anni. All’incredibile media di una ogni tre giorni! Qual era lo scopo di queste visite? Carlo assicurò che i suoi intenti erano esclusivamente filantropici; lui aiutava le bambine nelle spese per le tasse scolastiche e sosteneva anche le famiglie afflitte da estrema povertà, ma perché tale disinteressata magnanimità si riferiva solo alle femminucce e non si estendeva anche ai maschietti poveri? Partendo dai nomi delle ragazzine, riportati sul registro, ne individuammo una decina e prendemmo contatto con le rispettive famiglie. Una parte di queste negò che le loro figlie avessero subito abusi sessuali; altre li ammisero, ma rifiutarono di sporgere denuncia contro Carlo perché lui “le aveva regolarmente pagate”. Finché, una ragazza maggiorenne, convinse due delle presunte vittime ad accettare la nostra assistenza e a formalizzare le denunce, firmate da loro e dai genitori. Per rendere più agevole la lettura di ciò che segue, le chiameremo Frida e Aziza, mentre l’amica adulta si chiamerà Faith.

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Una spiaggia a Watamu, Kenya

Dopo un mese di silenzio da parte della polizia di Watamu, portammo la questione all’attenzione del capo del CID (Criminal Investigation Department) di Malindi, ma anche questo tentativo si rivelò infruttuoso, finché, esasperati, chiedemmo aiuto alla direttrice dell’Unicef che, con una nota ufficiale, sollecitò il capo della polizia del Kenya. Una settimana dopo, ricevetti una telefonata dal Procuratore della Repubblica di Malindi che mi chiedeva di passare da lui per fornirgli dettagli sulla questione. Andai e gli passai le copie delle dichiarazioni delle ragazze e delle loro madri. Carlo fu arrestato e tenuto in custodia per due giorni, quindi rimesso in libertà su cauzione, mentre veniva istruito il procedimento contro di lui. Nel frattempo scoprimmo che  Carlo era già stato più volte arrestato in precedenza, per gli stessi reati da noi denunciati, dalla polizia di Watamu, ma sempre rilasciato, senza nessun addebito. Perché? Lo chiedemmo al capo della stazione di polizia locale, il quale ci diede una sconvolgente risposta: “I familiari delle ragazze abusate, hanno ritirato le denunce perché sono state regolarmente pagate”. Portammo tutta la documentazione raccolta alla polizia di Watamu, la quale si mostrò vagamente seccata dalla nostra iniziativa e – pur dicendo che avrebbe investigato – ci liquidò in modo non esattamente amichevole. Passarono i giorni senza che nulla accadesse, salvo che, Carlo, informato (da chi?) della nostra denuncia, cominciò a tempestare noi e l’Ambasciata di lettere piene d’insulti, lamentando che stavamo infangando il suo nome e minacciando ricorsi a tutte le autorità del Kenya e dell’Italia, ma non si trattava di minacce a vuoto perché, da quel momento, ricevemmo decine di esposti da lui inviati al Ministero degli Esteri, a quello degli Interni, alla Procura Generale Italiana e perfino alla Commissione Antimafia. Fummo accusati di essere, truffatori, spacciatori di droga e – addirittura – di aver organizzato la sua eliminazione fisica! Accuse che nessuno prese sul serio, salvo la polizia del Kenya che minacciò di arrestarci per calunnia, cosa che, se non avessimo operato per un organo consultivo dell’ambasciata Italiana, sarebbe certamente avvenuta.

“Regolarmente pagate?” Può sembrare incredibile, ma questa fu proprio la risposta che ricevemmo dal capo della polizia di Watamu! Non ci restava che riporre le nostre residue speranze nella Procura di Malindi, ma dopo un intero anno di pretesti, rinvii e formalismi, risultò che il fascicolo del procedimento era misteriosamente scomparso. Dovemmo perciò arrenderci all’evidenza che la polizia e la magistratura del Kenya, non avevano nessuna intenzione di procedere nei confronti di Carlo, per ragioni che solo loro sapevano, ma che non è difficile intuire. Tutti i nostri sforzi, l’individuazione delle vittime e l’accurata ricerca delle prove; si erano rivelati del tutto inutili, ma ciò nonostante restavamo riluttanti a dichiararci sconfitti.

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Comando di Polizia a Malindi, Kenya

Rientrato in Kenya, realizzammo un collegamento skype, attraverso il quale, il Dott. Forno, interrogò ripetutamente le due ragazze africane, le loro rispettive madri e anche Faith che si dichiarava a conoscenza degli abusi in questione. Occorre rilevare l’estremo scrupolo che la Procura di Torino, impiegò in questi accertamenti, volti a individuare tutti gli elementi necessari a sostenere l’incriminazione di Carlo. Il primo di questi accertamenti, doveva appurare l’età delle denuncianti e fu pertanto necessario produrre i loro documenti d’identificazione, i certificati di nascita e i riscontri dei medici che avevano rilevato l’abuso. Questo comportava varie spese di viaggio e un minimo sostentamento per le ragazze che – costrette a dedicarsi alla raccolta di tali documenti – non potevano attendere alle loro abituali occupazioni. Il “Comites” stanziò quindi la somma necessaria allo scopo.Nei confronti della pedofilia, la legge italiana prevede che tali reati, quando commessi da un cittadino italiano all’estero – e qualora non perseguiti dalla giustizia locale – restino di competenza del nostro sistema giudiziario.

In occasione di un mio viaggio in Italia, mi rivolsi quindi alla Procura di Torino, dove presentai tutto il materiale raccolto al Procuratore Aggiunto dottor Pietro Forno, allora capo della sezione che si occupava dei reati commessi a danno delle fasce deboli. Questi, raccolse le denunce e s’informò minuziosamente sui dettagli del caso, assegnando poi ulteriori accertamenti al suo pull di polizia giudiziaria, con il quale, i miei colleghi ed io, restammo in contatto per tutto lo svolgimento dell’inchiesta.

Il Dottor Forno, oggi in pensione, è il noto giudice che, insieme alla Boccassini, condusse il procedimento contro Silvio Berlusconi, per i presunti reati sessuali a danno della giovane marocchina, Ruby. E’ un funzionario onesto e determinato, dedito a una feroce battaglia contro la pedofilia con un’enfasi che da qualcuno e considerata addirittura eccessiva.

E’ necessario precisare che le età dichiarate da Frida e Aziza, erano rispettivamente di quattordici e quindici anni, ma gli abusi sessuali, secondo le denunce raccolte, erano avvenuti due anni prima. Questo è un riscontro importante perché, ai sensi delle leggi italiane, se il rapporto sessuale avviene con una ragazza minorenne che ha però raggiunto i quattordici anni ed è consenziente, il reato non è perseguibile, salvo che sia dimostrato che esso è stato retribuito, nel qual caso si configurerebbe come reato di favoreggiamento della prostituzione minorile. Fu in quel momento che le ragazze ci chiesero se l’eventuale condanna di Carlo, avrebbe comportato un risarcimento per loro e per le proprie famiglie. Rispondemmo di sì, precisando che alla sentenza penale, avrebbe fatto seguito un procedimento civile per stabilire l’ammontare del danno e che il governo italiano avrebbe loro fornito la tutela legale gratuita.

Passò parecchio tempo, prima che la documentazione richiesta si rendesse disponibile e quando lo fu, la inoltrammo, tramite l’ambasciata alla Procura di Torino. I certificati clinici, redatti da due diversi medici locali, attestavano che entrambe le ragazze, presentatesi ai loro studi, nel giorno successivo allo stupro, erano state deflorate, perdendo la verginità e causando (nel caso di Frida) un serio principio emorragico. Inoltre, all’interno delle vagine erano state rilevate consistenti tracce di liquido seminale. Tutto questo parve, però, non bastare all’accurato Procuratore torinese, il quale ci chiese di produrre altra documentazione che avvalorasse ancora di più quella già fornita, fino a farci ritenere che il Dottor Forno tendesse a una forma di pignoleria un po’ maniacale. Tuttavia, procedemmo a soddisfare le sue richieste.

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Tribunale di Torino dove ha sede anche la Procura della Repubblica

La documentazione fornita, si arricchì così dei seguenti certificati: una dichiarazione autografa del Chief di Watamu e una dell’Imam locale (entrambe le ragazze erano di religione islamica), i quali attestavano di conoscere molto bene le due ragazze e le loro famiglie, definendole come persone rispettose e ben viste dalla comunità locale e religiosa. Inoltre, producemmo anche una dichiarazione del direttore delle scuole primarie di Watamu, il quale ci fornì tutti i dati riguardanti la loro frequenza scolare negli otto anni di percorso in quel grado d’istruzione. Ricevuto quest’ultimo corredo documentale, il Dottor Forno emise un avviso di garanzia a carico di Carlo, per il reato di abuso sessuale a danno di minori e convocò presso la Procura torinese, le due ragazze, la loro accompagnatrice Faith e il sottoscritto in qualità di testimoni.

Una risposta

  1. Sono esterrefatto dalla ambiguità-furbizia del popolo keniota. E dalla malvagità e avidità delle autorità keniote. Gli italiani, infine, nelle loro perversioni sessuali sono dei grandi miserabili.

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