Inchieste

Perché è così difficile combattere la pedofilia in Africa e nel mondo? Parte seconda

Seconda parte

Le indagini preliminari

La prima parte si era conclusa con il Giudice della Procura della Repubblica di Torino, il Dott. Forno, che emise un avviso di garanzia a carico di Carlo, per il reato di abuso sessuale a danno di minori, e convocò presso la Procura torinese, le due ragazze keniane, la loro accompagnatrice Faith e il sottoscritto in qualità di testimoni. (link prima parte)

L’ottenimento del passaporto, in Kenya, è una procedura lunga e complessa che non sempre si conclude positivamente. Fu quindi necessario l’intervento dell’Ambasciata Italiana che sollecitò lo stesso ministro keniano dell’immigrazione perché intervenisse presso gli uffici di Mombasa, al fine di ottenere i passaporti nel più breve tempo possibile. Infatti, nel giro di una sola settimana, i documenti furono resi disponibili. Poiché minorenni, dovetti assumermi la responsabilità di tutore delle ragazze, la cui permanenza in Italia (rigorosamente limitata a una settimana) era esclusivamente finalizzata alla resa delle loro dichiarazioni agli inquirenti. Fu la stessa Procura a produrre i documenti di viaggio per noi quattro e a chiedere all’Ambasciata di Nairobi l’emissione dei necessari visti d’ingresso in Italia.

Un venerdì del luglio 2010, con i nuovi passaporti, ci recammo all’Ambasciata di Nairobi dove, furono immediatamente rilasciati i visti. Poi andammo presso la sede dell’Unicef, la cui direttrice volle a sua volta parlare con le ragazze. Il volo, effettuato dalla Lufthansa, prevedeva uno scalo intermedio a Francoforte, che rappresentava quindi il primo punto d’ingresso nell’area Schengen. Si rese perciò necessario dotarmi di un lasciapassare emesso dall’Autorità Giudiziaria Italiana, che mi facilitasse il transito, con le tre ragazze al seguito, per evitare complicazioni con la polizia di frontiera tedesca, poiché tra l’ora di arrivo e la successiva partenza per Milano c’era un intervallo di soli settantacinque minuti. Tutto filò liscio e nella mattinata del giorno successivo, domenica, approdammo all’aeroporto di Milano-Linate, dove ad attenderci, trovammo due auto della polizia giudiziaria con due agenti uomini e due donne.

L’accoglienza in Italia

Il capitano dei carabinieri che guidava il gruppo e che avevo già conosciuto in Procura, mi disse che aveva portato due agenti donne allo scopo di far sentire le ragazze a proprio agio nel tragitto fino a Torino. Io salii quindi nell’auto con i due uomini, mentre le tre ragazze presero posto in quella delle donne.

La forza di polizia giudiziaria è piuttosto eterogenea. Il gruppo che ci aveva accolti si componeva di due carabinieri maschi e due ispettrici donne; una della Polizia di Stato e l’altra della Polizia urbana torinese. Sorprendentemente, nessuno di loro conosceva una parola d’inglese. Imboccammo la tangenziale Est di Milano, ma giunti nel tratto di quella Ovest, ci trovammo impastoiati in un traffico ultra congestionato. Il capitano, che era alla guida, inserì quindi lampeggianti e sirena e si porto nella corsia d’emergenza, seguito dall’altra auto, per procedere più speditamente.

A questo punto si verificò il primo episodio che avrebbe dovuto allertarmi, ma che io, al momento, attribuii a fattori di diversa natura. Una delle ispettrici della seconda auto, ci chiese via radio di fermarci nella prima area di servizio, perché “c’era qualche problema con le ragazze africane”. Quando ci fermammo, mi avvicinai all’altra auto e vidi che Frida e Aziza stavano piangendo a dirotto, con l’isteria tipica che caratterizza spesso il pianto africano. “Cos’è successo?” chiesi alle loro accompagnatrici. Quelle si strinsero nelle spalle con espressione sbalordita. “Non lo sappiamo. – risposero – All’improvviso sono scoppiate a piangere come se qualcuno le stesse strangolando”.  Mi rivolsi in inglese alle due ragazze: “Perché piangete? Cosa vi succede?” La loro risposta mi fece sorridere: “Hanno acceso la sirena – rispose Frida tra i singhiozzi – ci vogliono arrestare e mettere in prigione!”. In qualche modo riuscii a tranquillizzarle, spiegando loro che nessuno voleva metterle in prigione e che le sirene servivano semplicemente a farci procede più velocemente nel traffico.

Ripreso il viaggio, cercai di spiegare al capitano e al suo collega, le possibili ragioni di quel pianto. Le ragazze non erano mai uscite dal Kenya e già il brusco impatto con una civiltà evoluta, doveva averle scombussolate non poco. Inoltre l’immagine dei poliziotti, nel loro Paese, non è abbinata al senso di protezione, ma a quello del pericolo per via della loro arrogante protervia, dei continui abusi e della costante intimidazione verso i cittadini. L’Inserimento delle sirene e l’improvviso aumento di velocità delle due auto, doveva aver fatto scattare in loro la paura, per quanto questo potesse apparire irragionevole. Raggiungemmo Torino nel primo pomeriggio, dove le ragazze furono alloggiate presso una struttura religiosa protetta, con l’accordo che io le avrei prelevate la mattina successiva, lunedì, per portarle in Procura e procedere ai necessari accertamenti.

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Gli accertamenti

La settimana che seguì fu fitta d’interrogatori, verifiche cliniche e altri vari accertamenti. Io, in quanto testimone dell’accusa (quindi di parte), non potevo assistere agli interrogatori delle ragazze e neppure agire come loro interprete. A questo scopo venne perciò reclutato un giovane italo-africano che parlava sia inglese, sia swahili. Io, dopo aver aggiornato il Procuratore Dott. Forno, sulla scarsa cooperazione della polizia keniana, fui lasciato in pace, salvo, in qualche occasione, essere incaricato del trasporto delle tre ragazze da e per il palazzo del Tribunale, ma nella mattina del quarto giorno di permanenza in Italia, fui chiamato al telefono dal capitano che mi chiedeva di raggiungerlo presso il residence, perché c’era bisogno del mio aiuto. Avrei poi scoperto che mi accingevo ad affrontare il secondo episodio anomalo che non fui al momento capace di rilevare.

Nella reception della struttura religiosa, trovai Faith, Frida e Aziza con espressioni accigliate, insieme al capitano e alle due ispettrici di polizia. Il capitano mi spiegò che, secondo gli ordini del dottor Forno, era previsto che, quel mattino, Frida e Aziza, si sottoponessero a un esame radiografico all’anca e al polso. Esame che non poteva essere eseguito senza il loro consenso. Consenso che Frida si rifiutava di fornire. Potevo, io, capire il perché di quel rifiuto e cercare di convincerla? “Perché non vuoi?” chiesi alla ragazza. “Perché le radiografie fanno male alla salute” rispose. Le spiegai che solo se sono ripetute molte volte, potevano diventare lesive ma fatte una volta ogni tanto erano del tutto innocue. Una delle due ispettrici, saputo il motivo del diniego, si offrì di fare la radiografia insieme a lei per dimostrarle l’inesistenza di pericoli, ma Frida continuò cocciutamente a mostrarsi irremovibile, fino a farmi perdere la pazienza.

Le ricordai quanto il nostro Paese stesse facendo per loro, nell’assisterle per la violenza subita; le dissi che, persistendo nel rifiuto, avrebbe compromesso l’intera operazione e che saremmo immediatamente rientrati in Kenya senza più poter garantire loro il risarcimento atteso. Infine, grazie soprattutto all’aiuto di Faith e di Aziza, che la rampognarono bruscamente in lingua swahili, Frida si lasciò convincere e firmò il consenso. In auto, mentre ci recavamo al laboratorio di radiologia, chiesi al capitano quale fosse lo scopo di quell’esame. “Lei è un testimone – rispose con un sorriso – e a stretto rigore non dovrei dirglielo, ma poiché è lei che ha promosso queste indagini, credo di poter fare uno strappo alla regola: le configurazione ossee del polso e dell’anca, sia pure in modo approssimativo, servono a far determinare l’età del soggetto”. Rimasi di sasso. Era forse quella la ragione delle resistenze di Frida? Aveva dichiarato un’età diversa da quella reale, oppure era davvero stata la sola paura delle radiazioni?

La sorpresa prima del rientro in Kenya

L’ultimo venerdì di luglio, terminò la serie d’interrogatori e di accertamenti disposti dalla Procura. Nelle primissime ore di sabato sarebbe partito il nostro volo per il rientro in Kenya. Quella stessa mattina il giudice Forno volle vedermi e mi ragguagliò su una parte degli accertamenti eseguiti. Quanto mi disse mi sconcertò non poco. Gli psicologi che avevano conversato con tutte e tre le ragazze, avevano concluso che Faith era un’astuta manipolatrice, mentre le due presunte vittime dell’abuso sessuale, si erano rilevate più mature di quanto l’età da loro dichiarata lasciasse supporre. Inoltre, gli esami medici, avevano permesso di appurare che Aziza era portatrice di una spirale, al fine di prevenire gravidanze indesiderate e, infine, le radiografie eseguite, attribuivano a entrambe le ragazze, un’età compresa tra i venti e i ventitré anni, quindi avvalorando tali responsi, i rapporti sessuali che, stando a quanto dichiarato dalle due interessate, erano avvenuti due anni prima, sarebbero invece  avvenuti quando loro erano già maggiorenni.

Del resto – proseguì il Dott. Forno – la documentazione raccolta da lei e dai suoi colleghi, afferma chiaramente il contrario e io non mi sento di smentirla. Non possiamo ignorare atti di nascita, certificati medici e tutte le altre dichiarazioni rilasciate dalla scuola, dall’Iman e dal capo villaggio di Watamu. La presenza della spirale non prova nulla. La stessa ragazza riferisce di averla inserita dopo la violenza denunciata e nessuno è in grado di smentirla. Del resto gli stessi radiologi riferiscono che la struttura scheletrica africana si presenta alquanto diversa da quella europea e si tratta comunque di riscontri radiografici scarsamente probanti, con un’ampia curva di approssimazione. Voglio quindi confermarle che sono determinato a spiccare un mandato di cattura nei confronti del signor Carlo, ma le chiedo di farmi un ultimo favore: prima del suo rientro in Kenya trovi un momento nel pomeriggio per incontrare la dottoressa Cattaneo che è una nostra esperta patologa e vuole chiederle qualche altro chiarimento. Capisco che le sembreremo troppo pignoli, ma tenga presente che la nostra convinzione sulla colpevolezza di questo Carlo non basta. Dobbiamo provarla “al di là di ogni ragionevole dubbioL’avvocato della difesa, invece, non ha bisogno di provare nulla. A lui basta creare un dubbio, anche minimo, su una sola delle nostre tesi e far crollare così tutto l’appalto accusatorio”.

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L’ex Giudice della Procura di Torino Dott. Piero Forno

La dottoressa Cristina Cattaneo è una patologa legale molto nota al pubblico italiano per essere stata perito dell’accusa in molti casi giudiziari, tra cui l’uccisione di Yara Gambirasio che ha prodotto una condanna all’ergastolo a carico del muratore bresciano Massimo Bossetti. Ciò che mi chiese, verteva unicamente sulle certificazioni mediche che attestavano l’avvenuta violenza sessuale. “Vorrei sapere – mi disse – se la legge del Kenya impone a un medico di denunciare alla polizia un accertato caso di stupro”. Risposi di sì e promisi che avrei chiesto a entrambi i medici se l’avevano fatto. “Inoltre – continuò lei – leggo che nelle loro certificazioni, riferiscono di aver rilevato tracce di liquido seminale all’interno della vagina delle ragazze. Sarebbe quindi bastato un esame incrociato del DNA per accertare la responsabilità del loro stupratore, ma sono consapevole che le strutture sanitarie del Kenya sono probabilmente carenti in questo campo. Tuttavia, vorrei che lei chiedesse a questi medici se hanno almeno conservato in un vetrino queste tracce in modo da poter compiere oggi la necessaria verifica”. Promisi che me ne sarei subito occupato al mio arrivo in Kenya e le avrei riferito immediatamente.

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La Dott.ssa Cristina Cattaneo famosa patologa forense del Tribunale di Milano

Che in tutti gli attori africani di questa vicenda, non ci fosse spazio per la vergogna, dovetti averne amara conferma pochi giorni dopo il rientro in Kenya. I medici che dovevo consultare in esecuzione alla richiesta della dottoressa Cattaneo, si resero irreperibili, ma il fatto più di rilievo, fu che Aziza, si rifiutò di partecipare a un altro collegamento skype richiesto dalla Procura torinese e quando, dopo vari giorni, riuscimmo a rintracciarla, riferì a una mia segretaria che il suo boy friend le aveva proibito di continuare nell’azione contro Carlo. Faith, contrariata dalla decisione della sua protetta, mi rivelò il nome del boy friend e scoprimmo così che era italiano. Lo convocai in ufficio e quando lui si presentò, gli dissi che Aziza era vittima e testimone in un procedimento penale in Italia e che il suo tentativo di farla rinunciare poteva configurarsi in ostruzione alla giustizia.

L’uomo mi ascoltava imbambolato, finché con assoluto candore, mi chiese: “Chi è Aziza?”.
Vuole farmi credere che non la conosce? – risposi – Aziza non è la sua ragazza?
Non so chi sia questa Aziza, – replicò lui cominciando ad arrabbiarsi – la mia ragazza si chiama Margareth e ci sposeremo tra due mesi. Cosa c’entro io con questa Aziza?
Vedendo che la sua ostentata sicurezza mi aveva lasciato un po’ perplesso, l’uomo cominciò a digitare nervosamente sul proprio cellulare, finché, trovato ciò che cercava, me lo mostrò.
Ecco, – disse compiacendosi della propria coerenza – questa è Margareth, la mia ragazza”.
Sul piccolo schermo, chiarissima e inequivocabile, mi guardava la sorniona faccia di Aziza.
Lei sapeva – chiesi con la voce già segnata dalla sconfitta – che la sua ragazza è stata in Italia, fino a meno di una settimana fa?
Certo che lo sapevo! – replicò lui con orgoglio – Margareth non mi nasconde nulla! E andata in Italia a trovare sua zia che stava male ed era ricoverata a Torino”.

Questa lunga storia è ormai vicina alla sua amara conclusione.

Nei giorni seguenti alla scoperta della doppia identità di Aziza scoprimmo tutto ciò che c’era da scoprire. Aziza e Frida erano in realtà Margareth e Helen, rispettivamente di ventitré e ventiquattro anni. Non erano musulmane; Margareth-Aziza era appartenente a una tribù “luo” e Helen-Frida a una “kikuyu”. Non avevano mai avuto rapporti con il loro presunto stupratore e neppure lo conoscevano. Le due donne, presentate come loro madri, erano due anziane musulmane, reclutate allo scopo di poter ordire l’inganno. Falsi erano tutti i certificati: quello di nascita, quello dei medici, quello della scuola, quello del fantomatico Imam e quello del Chief di Watamu. Ma non si trattava di documenti contraffatti; erano tutti genuini, solo che era falso ciò che attestavano. L’intera, complessa e intricata strategia criminale, era stata preparata e condotta con ammirevole efficienza da Faith, la belloccia trentenne, che, fungendo da protettrice delle false minorenni, aveva agito da superba regista e assegnato a ciascun truffatore e truffatrice, la parte che gli spettava.

Lo scopo? Accedere ai forse sopravvalutati riconoscimenti monetari che la giustizia italiana avrebbe imposto all’orco, che – almeno nei loro confronti – era del tutto incolpevole. Ma i modesti fondi da noi forniti in loro supporto non potevano essere stati sufficienti per corrompere i medici, l’ufficiale d’anagrafe, il Chief, il direttore della scuola e il falso Imam. Come Faith si era procurata il denaro necessario? Semplice: dando un poderoso incremento all’attività di meretricio che lei e le sue accolite praticavano. Un investimento gravoso, ma, nelle loro previsioni, certamente redditizio a medio termine. Nella mia lunga esperienza d’Africa, quella fu la prima volta che vedevo un progetto africano proiettarsi nel futuro. Le truffatrici, avevano però commesso un madornale errore.

Le eclettiche donzelle, si erano convinte che gli italiani frequentati in Kenya, formassero un tutt’uno, con le loro istituzioni in Patria; la polizia, i giudici, gli investigatori. Anche queste istituzioni – pensavano – non potevano essere diverse dai prototipi approdati sulle spiagge keniane. L’estrema accuratezza con cui in Italia furono invece sondate, scrutate in profondità nel corpo, nella mente e nella psiche, doveva averle sconvolte nel timore che il loro piano fosse scoperto.

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Fonte NCRB – Times Internet

Ecco quindi il terrore al suono di un’innocua sirena; ecco il rifiuto di sottoporsi a una semplice radiografia; ecco l’improvvisa decisione di Margareth-Aziza di abbandonare il progetto ed evitare i rischi che stavano incombendo su di lei, ma ormai, quel volano messo in moto da loro, non poteva più essere fermato e prima o poi avrebbe prodotto i suoi effetti. Effetti cui Faith, l’organizzatrice, riuscì scaltramente a sottrarsi facendo perdere le proprie tracce. Le altre due ragazze e le finte madri, non ebbero la stessa fortuna e finirono nelle carceri di massima sicurezza di Shimo La Tewa, dove forse si trovano tuttora.

Le loro confessioni rese nel mio ufficio, in presenza del nostro avvocato, vennero interamente registrate e presentate all’ufficio immigrazione di Mombasa, al quale riconsegnammo anche i passaporti ottenuti illecitamente. Loro e le anziane madri prese a prestito, avevano acquisito, nei molti anni d’indefesso “mestiere”, una consumata esperienza su quanto fosse facile irretire e alleggerire i molti italiani che rincorrevano l’amore ai tropici, convinti che quella terra ne dispensasse a iosa, senza riguardo a pelli grinzose, muscoli flaccidi e respiri ringhiosi.

Giustizia fatta, dunque, ma perché allora ho parlato di “amara conclusione”?

Scoperta la truffa, informammo la Procura di Torino che archiviò il caso, formulando però un’incriminazione per associazione a delinquere a carico delle cinque truffatrici. Incriminazione che, tuttavia, non andò oltre la carta su cui era scritta, visto che le imputate non si trovavano sul territorio nazionale. In Kenya, noi presentammo però una circostanziata denuncia direttamente alla direzione di Nairobi del Dipartimento Criminale Investigativo. Passarono sei mesi e quando chiedemmo notizie all’alto funzionario cui era stato assegnato il caso, questi ci diede una sbalorditiva risposta: “Il nostro intervento non è più necessario perché se ne occupa il dipartimento dell’immigrazione che ha già arrestato le quattro donne che sono ora in custodia”.

Incredibile! Nessuna imputazione a carico del funzionario dell’anagrafe che aveva prodotto i falsi certificati di nascita; dei due medici che si erano inventati abusi sessuali mai avvenuti; del Chief del villaggio; del direttore di scuola e dell’uomo di Watamu che si era spacciato per Imam.

Questa lunga esposizione, con cui spero di non aver troppo annoiato il lettore, mostra quanto il mondo africano sia misterioso, imperscrutabile e lontano anni luce da quello occidentale. Qui, l’inganno, la menzogna, la macchinazione, pregnano profondamente i costumi di vita, dove i sorrisi di benvenuto, spesso non sono sorrisi, ma ghigni eccitati che pregustano il successo delle frodi di cui stanno per renderci vittime. Eppure non si tratta di una condizione antropologica, perché non sono pochi gli africani cresciuti all’estero, che hanno raggiunto invidiabili vette di successo. Si tratta di una nefanda influenza ambientale in cui giocano ruoli importanti, l’antico retaggio tribale, la superstizione e l’irresistibile impulso al predonaggio.

Lo sparuto gruppo di gente onesta che vive in Africa è soggetta all’isolamento quando non alla violenta ostilità dei propri connazionali. Il fatto di avere con un africano una lunga frequentazione, non dà mai la certezza di conoscerlo a fondo e questo suggerisce quindi una costante cautela.

L’argomento mi fa ricordare Mario Denadei, un caro amico, oggi scomparso, che dirigeva la filiale FIAT di Mombasa. Era nato ad Asmara, da genitori italiani, durante l’occupazione coloniale dell’Eritrea e aveva speso l’intera vita in terra d’Africa.
Ciò che veramente pensa un africano – mi disse un giorno – non lo capirai mai e il giorno che tu dovessi capirlo, quello sarà il giorno in cui dovrai fare le valige e andartene”.
Allora – risposi io – perché tu sei ancora qui?
Lui sorrise mestamente e rispose: “Perché non l’ho ancora capito”.

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