Attualità

Opere umanitarie in Africa frustrate dall’ingratitudine

Quando la riconoscenza si trasforma in risentimento

Si può essere cristiani osservanti, agnostici o anche atei; si può ritenere (come molti sostengono) che gli aiuti all’Africa, siano una delle cause della sua arretratezza, ma comunque la si pensi, non si può restare indifferenti di fronte all’infaticabile opera di uomini e donne che, senza secondi fini, nel totale disagio di ambienti ostili e spesso pagando con la vita la propria missione, si dedicano alle sofferenze altrui con totale e genuina dedizione.

A questo commendevole sforzo, l’Africa, risponde spesso con atteggiamenti ostili, intralciando l’opera di assistenza, mostrando aperta ingratitudine e anche, a volte, togliendo la vita ai propri benefattori. Perché? Forse perché, nei popoli afflitti dal disagio, accanto alla soddisfazione di aver assolto i propri bisogni, si affianca il risentimento verso chi, mostra di avere i mezzi per potersi occuparsi di loro. Questi benefattori, secondo la comune accezione africana, resteranno ricchi, anche dopo aver donato, mentre loro, i beneficiati, pur se oggi sfamati e curati, sono condannati a restare poveri. Così, quel sentimento di gratitudine, che era lecito attendersi, può trasformarsi in un bilioso senso d’ingiustizia, invidia, rivalsa.

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La Dott.ssa Rita Fossacieca uccisa in Kenya il 28 Novembre 2015

La solidarietà pagata con la vita

In Kenya, questi tumulti che agitano il cuore africano, hanno fatto non poche vittime. Tra queste, la dottoressa cinquantunenne Rita Fossacieca, uccisa – pare dai suoi stessi beneficiati – nel villaggio di Mijomboni, nell’entroterra di Malindi. Operava per la Onlus For Life di Novara e prestava la sua opera di medico in favore della popolazione locale.

La stessa sorte toccò anche a padre Luigi Andeni, ucciso nella remota missione di Archer Post della Consolata. Era un prete mite e socievole, di straordinaria umanità. Quando i rapinatori irruppero nella missione, li accolse aprendo le braccia con un sorriso: Fratelli – disse loro – cosa posso fare per voi. Gli risposero con tre fucilate, togliendogli la vita.

Giuseppe Bertaina, di 81 anni, anche lui missionario della Consolata, fu ucciso in pieno giorno nel popoloso quartiere di Langata a Nairobi,da uomini che conosceva e aveva aiutato.

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 L’ospedale di Wamba, Kenya, costruito da Silvio Prandoni

Le eccellenze del Wamba Hospital e del Chaaria Hospital in Kenya

Ma anche chi non ha perso la vita, è stato comunque moralmente ferito per la rabbiosa irriconoscenza del Paese cui si era indefessamente dedicato, come il Dottor Silvio Prandoni che a Wamba, nella desolata regione del samburuland, sotto l’egida della Consolata di Torino, ha creato un ospedale che, per dimensioni ed efficienza è diventato la terza struttura sanitaria del Kenya, pur essendo in mezzo al nulla, senz’acqua, senza elettricità e senza altre infrastrutture.

Prandoni, ormai in pensione, era però riuscito a superare il tutto, raggiungendo l’autonomia, con il riciclo dell’acqua piovana e di scarico e utilizzando i flussi della stessa per produrre elettricità. In uno dei nostri incontri, si lasciò andare a un amaro sfogo: 

“Non solo il governo non ci aiuta, ma ci crea enormi problemi quando riceviamo aiuti dall’Italia, come farmaci e materiale ospedaliero, che pretende di tassare in modo esoso. Gli ospedali nazionali, sia pubblici, sia privati, sono i nostri peggiori nemici, perché grazie alla costante presenza di primari italiani di grande esperienza, riusciamo a fornire un’assistenza sanitaria d’eccellenza a costi irrisori, contro le loro tariffe milionarie”.

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“NN era arrivata in piena notte. Mi avevano chiamato perché era pallida e sanguinava tantissimo. Mi ero alzato, seppur molto stanco. Le avevo fatto un controllo della cavità uterina e poi avevo trascorso quasi un’ora a fare prove incrociate perché la paziente era molto anemica. L’abbiamo trasfusa e l’indomani stava bene, pronta per la dimissione. Il marito, però, invece di usare i canali previsti, è venuto a trovarla con dei vestiti nascosti dentro un contenitore per alimenti. In questo modo sono riusciti a fuggire nell’orario di visita, evitando di pagare la piccola contribuzione di spesa che normalmente chiediamo ai pazienti e… si sono rubate anche le divise che l’ospedale fornisce loro!” 

Dello stesso tono è il lamento di Fratel Beppe Gaido, un altro religioso e medico, che dirige a Meru il Chaaria Hospital delle missioni del Cottolengo di Torino. Ecco cos’ha dichiarato poco tempo fa:

“Questa sera alle 22.30, abbiamo scoperto un’altra donna che saltava la rete di recinzione per scappare dopo essersi ristabilita da una malaria… anche lei non voleva pagare e semplicemente intendeva sparire ora che aveva ottenuto la guarigione che sperava. Poco fa mi sono trovato un paziente abbandonato su una barella dai parenti che si sono volatilizzati: ha una frattura e dovrà andare in sala operatoria; anche in questo caso l’irresponsabilità dei nostri assistiti, ha fatto sì che si continui a giocare questo squallido gioco: ‘Io ho bisogno; tu, uomo bianco, mi devi servire; io poi non cercherò minimamente di aiutare l’ospedale perché tutto mi è dovuto.” 

“Lo stesso vale per chi abbiamo operato e che non se ne vuole più andare. Se ne stanno qui per settimane e mesi, sempre asserendo di essere così poveri da non poterci dare neppure uno scellino, finché ci prendono per esaurimento e noi li dimettiamo per disperazione, senza che paghino nulla. In tutta onestà, è davvero scoraggiante quando per loro spendi notti e giorni, sabati e domeniche, e poi vedi che questa è la riconoscenza che ti offrono. Ma tutto è fatto per la gloria del Signore!”

Anche la solidarietà individuale comporta spesso dei rischi

Ma c’è anche chi, pur mostrando una solidarietà non istituzionalizzata, si adopera per offrire agli africani fiducia e opportunità, come la coppia di anziani cittadini svizzeri, Verner Borner Paul e Marriane Hornel, che da oltre dieci anni soggiornavano in Kenya, durante i rigidi inverni europei. I due avevano una casa sulla Link road, nel prestigioso quartiere residenziale di Nyali a nord di Mombasa. Il loro personale domestico era trattato alla pari di membri familiari. Avevano un’auto a disposizione che potevano usare liberamente nei mesi in cui i proprietari restavano in Svizzera, percepivano regolarmente gli stipendi ed erano stati più volte assistiti nelle loro emergenze mediche e finanziarie.

Un sabato di due anni fa, sbarcarono a Mombasa poco dopo mezzanotte e – come sempre avveniva – trovarono ad attenderli il loro autista e l’house boy. Caricati i bagagli, partirono quindi alla volta di Nyali con i loro accompagnatori, ma questa volta, quella destinazione non fu mai raggiunta. La mattina successiva, domenica, un passante scoprì i loro corpi senza vita buttati ai bordi di un tratto di strada sterrata, tra Kisauni e Kiembeni, due popolose borgate di fama discutibile, nella contea della capitale costiera. L’auto, successivamente ritrovata, presentava numerose tracce di sangue, mentre tutto il personale domestico si era dileguato, così come erano scomparsi i bagagli delle vittime..

Non è difficile ipotizzare cos’era successo. Con tutti gli averi al seguito e con una presumibile e consistente somma di denaro che avrebbe loro consentito la necessaria autonomia finanziaria durante la permanenza in Kenya, i due sventurati coniugi, fornivano senz’altro, agli occhi dei loro carnefici, un’attrattiva troppo allettante, per sollecitare anche quel minimo residuo di umanità che ancora potevano possedere.  Nessun valore era stato attribuito ai dieci anni di rapporto e ai ripetuti gesti di generosità di cui gli assassini avevano beneficiato. Su tutto era prevalsa la cieca e crudele avidità di potersi facilmente arricchire, pur sacrificando due vite innocenti.

Solo un mese prima, un’altra coppia d’italiani ultrasettantenni; Luigi Scassellati e Laura Satta, che spendevano sei mesi l’anno nella loro casa di Kikambala – poco meno di trenta chilometri a nord di Nyali – venivano selvaggiamente aggrediti di notte a colpi di panga (specie di machete). Laura moriva istantaneamente con il cranio sfondato, mentre il marito riusciva a sopravvivere pur riportando gravi e debilitanti ferite. Anche in questo caso, la polizia accertava che l’aggressione era stata organizzata grazie alla complicità del loro giardiniere. Così come la coppia svizzera, anche i due italiani erano arrivati da pochi giorni in Kenya provvisti del denaro necessario alla loro permanenza. Denaro che, naturalmente, era interamente scomparso.

E’ ovvio che non tutta la comunità africana merita di essere assimilata ad azioni di tale ferocia, ma la cautela è d’obbligo perché il numero di chi compie queste atrocità non è affatto indifferente. Il più delle volte si devono subire i soli furtarelli che molti addetti ai lavori domestici compiono all’interno delle abitazioni in cui prestano la loro opera, anche questi ovviamente feriscono, ma almeno non attentano all’incolumità fisica dei datori di lavoro. Del resto sono gli stessi africani ad aver adottato lo scioglilingua inglese:

“God made man, man made money, money made man mad”. (Dio fece l’uomo, l’uomo fece il denaro, il denaro fece impazzire l’uomo).

L’Africa – si dice – vive essenzialmente nel presente. Del tutto indifferente al proprio passato e con una visione del futuro che non va oltre il giorno successivo. Deve per forza essere così, visto che risponde spesso con l’ingratitudine al bene che riceve, senza pensare che, presto o tardi, potrebbe aver nuovamente bisogno del generoso aiuto che oggi incautamente tradisce, ma come non ammirare, chi, pur nella costante frustrazione, continua ad adoperarsi per portare un raggio di speranza, là dove il quotidiano squallore del vivere, riesce a ispirare i più crudi sentimenti umani? Il loro atteggiamento verso la sofferenza, è ben diverso da quello delle cliniche private del Kenya, dove, per tanto che le tue condizioni siano gravi, non riceverai alcuna assistenza se non costituendo, seduta stante, il congruo deposito che ti viene richiesto.

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