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Nella stampa del Kenya torna il tormentone della “mafia italiana di Malindi”

Inchiesta
Franco Nofori
08/04/2021
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Un ciclico e gratuito imbrattamento

Puntuale, inesorabile e fastidiosa come un ciclo mestruale, ricompare ancora una volta l’acredine che la stampa del Kenya riversa sulla presunta “Mafia italiana di Malindi”. Questa volta, a cimentarsi nella bisogna, provvede un certo John Kamau, articolista del Nation, che per trovare lo spunto a esprimere il suo bilioso attacco, va addirittura a riesumare, il tragico evento della morte di Edoardo Agnelli avvenuta oltre vent’anni fa e – nel suo articolo di domenica scorsa – s’ingegna a guarnirla con una lunga e disgustosa serie d’illazioni che coinvolgono non solo, lo sventurato erede suicida, ma anche suo padre, dipinto come un Tycoon anaffettivo e sesso-dipendente.

Chi mi segue da tempo, sa che non sono mai stato tenero nei confronti di alcuni connazionali che, soprattutto sulla costa del Kenya, tenevano e tengono, comportamenti non proprio edificanti ai fini di salvaguardare l’immagine del proprio Paese. Queste prese di posizione, mi hanno spesso assoggettato a valanghe di piccate reazioni e d’insulti, dimostrando quanto, tra questi trasgressori, fossero diffuse le code di paglia, cui la verità provocava effimere indignazioni di “Lesa Maestà”. Tuttavia, com’è stato più volte detto, queste discusse figure, pur se in numero non trascurabile, non sono mai state tali da rappresentare l’intera comunità italiana che vive e lavora in Kenya e che, mantiene grandi meriti nello sviluppo del Paese che la ospita.

“No Italians, no Malindi”

Veduta della Lamu road a Malindi (Kenya)

Cos’erano Malindi e Watamu prima dell’avvento dell’imprenditoria italiana? La risposta la danno gli stessi abitanti di queste due cittadine: “No Italians, no Malindi”, recitano. E questa indiscussa verità trova conferma nella golden age degli anni ’90, quando gli afflussi turistici si costituirono come la prima voce nell’economia keniana. Le due località costiere, prima dell’avvento degli italiani, erano due sparuti e miseri villaggi di pescatori, afflitti da una costante indigenza e quasi totalmente abbandonati al proprio destino dalle autorità centrali. Oggi, grazie soprattutto agli italiani, questi villaggi si sono rapidamente trasformati in fiorenti centri commerciali dove tutti i funzionari pubblici sono disposti a pagare decine di migliaia di euro per esservi trasferiti. Perché il solerte John Kamau del Nation non si chiede la ragione di questo possente desiderio di approdare sulla costa keniana?

Se il nostro Kamau si ponesse questa domanda, forse potrebbe definire meglio il suo concetto di “Mafia Italiana”, scoprendo che più spesso, anziché di corruzione mafiosa, si tratta di vera e propria “estorsione” attuata proprio da quei pubblici funzionari che, approdati a Malindi, si sono subito dati alacremente da fare per recuperare l’esborso di cui si erano fatti carico per raggiungere l’ambito scopo. Allora, Kamau, di quale mafia stai parlando, quando la migliore espressione mafiosa è proprio quella offerta dai tuoi connazionali che rivestono cariche pubbliche?  Il maggio scorso a un posto di blocco in Mtwapa, un poliziotto mi aveva dichiarato in arresto perché avevo una strisciata sul parafango sinistro e quindi “non provvedevo un’adeguata manutenzione alla mia auto”. Nella sua eccelsa magnanimità, l’agente in questione, era tuttavia disposto a concedermi il “perdono” contro un modesto obolo d 2.000 scellini (circa 15 euro).

Corruzione o estorsione?

Kenya: Un agente del traffico mentre sollecita la bustarella al conducente di un veicolo

Grazie alla mia pluridecennale esperienza di Kenya, lo mandavo a quel paese e ripartivo, infischiandomene della sua espressione tra l’attonito e il risentito, ma quanti altri stranieri, residenti o turisti, avrebbero subito messo mano al portafoglio per evitare di finire in carcere? Tu, caro Kamau, avresti forse il coraggio di definirli “corruttori”, oppure incolpevoli vittime del ricatto e della prevaricazione attuati da un tutore della legge? Tu, Kamau, sei un meschino imbrattacarte, fazioso e menzognero. Hai semplicemente fatto un copia e incolla di quanto scritto dai colleghi che ti hanno preceduto per gettare fango su un’intera comunità. Tu parli di “mafia” senza avere la più pallida idea di cosa la “mafia” realmente sia e quel “paradiso mafioso” che citi è proprio quello costituito dall’entourage dei tuoi connazionali che con il loro comportamento avvelenano il vivere del proprio Paese, ma tu, di loro, ti guardi bene dal parlare e quindi, definirti “giornalista” è un oltraggio all’intera categoria.

John Kamau, autore dell’articolo sulla “mafia italiana” in Kenya

Evidentemente la mia opinione su John Kamau non è condivisa  dal “Media Council of Kenya” (MCK) che nel 2016 gli ha conferito nientemeno che l’awards come migliore giornalista dell’anno. Eppure, leggendo ciò che scrivi, è piuttosto ostico ritenerti tale, caro Kamau. Come puoi non renderti conto che il tuo Paese è un’inesauribile fonte di corruzione, soprusi, malversazioni e degradi di cui potresti più attivamente occuparti, anziché lordare una comunità che, pur nelle sue imperfezioni, ha portato e porta al Kenya occupazione, assistenza e benessere? Ma è ovvio che tu sei supinamente sodale con la linea tracciata dai tuoi padroni ai quali ti genufletti, facendo forfait della tua dignità professionale e umana. Poteva essere legittimo che tu stigmatizzassi qualche discutibile comportamento italiano, se avessi messo in altrettanta evidenza tale comportamento con il fertile humus locale che lo favoriva, ma evidentemente l’obiettività non è una tua caratteristica e con il tuo scritto, ciò che hai voluto offrire ai tuoi lettori e all’intero  mondo editoriale, è uno spettacolo infimo e rivoltante.

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