Politica

Molti italiani invocano una rivoluzione contro le angherie dello Stato, ma sarebbe la più tragica delle scelte

Redazionale
Franco Nofori
14/05/2021
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Tutte le colpe di un governo irresponsabile

Una coriacea pandemia che da diciassette mesi ha soggiogato il mondo; il rovinoso impoverimento che ne è seguito; l’imposizione del coprifuoco; la limitazione delle libertà individuali; lo spaventoso indebitamento pubblico che richiederà decenni per essere recuperato; le sempre più inique discriminazioni sociali; l’impunito e quotidiano esercizio del sopruso e della violenza; l’insicurezza del vivere; un sistema giudiziario che nega il diritto ai deboli e si mostra pavido con criminali e potenti; la rampante corruzione che infetta ogni settore del potere politico e giudiziario; la biblica invasione che sta gradualmente estromettendo popolazioni autoctone dal proprio territorio in favore di orde straniere che lo occupano illegittimamente; una millenaria cultura calpestata e vilipesa in favore di costumi incivili e aberranti.

Tutto questo avviene in Italia e in Europa, mentre una significativa fetta del potere politico si gingilla con lo Jus Solis; il voto ai sedicenni; i diritti LGTB; l’utero in affitto; il diritto di adozione da parte di coppie gay; la stesura di un nuovo lessico espressivo; il Ddl Zan contro l’omotransfobia… sì, perché secondo i soloni del più illuminato progressismo, i disagi lamentati dai cittadini non sono reali, ma solo “percepiti”. Quest’ottusa e ipocrita rappresentazione dei fatti sta facendo montare una pericolosa esasperazione popolare che si esprime attraverso l’etere, con un sempre più acceso e condiviso richiamo alla ribellione, alla disobbedienza civile, a una vera e propria rivoluzione.

Reali effetti di una guerra civile

Spesso le ribellioni sono genitrici delle dittature

In Francia, hanno recentemente dato voce a questi sentimenti, le stesse Forze Armate che, rintuzzate dal potere politico, quando contavano poche centinaia di dissidenti, sono oggi approdate a decine di migliaia e il loro appello – che ha ottenuto un vasto e immediato consenso popolare – lascia agevolmente trasparire la minaccia di un colpo di stato militare allo scopo di scongiurare il rischio di un’imminente guerra civile. Non siamo di fronte a mere supposizioni di fantapolitica, perché è sotto gli occhi di tutti che i gesti di ribellione popolare, sono ormai diventati una quotidiana realtà che attraversa, come un vento nefasto, l’intero continente europeo con l’Italia tra le prime nazioni a esprimerli.

E’ quindi solo una rivoluzione che potrà liberare i cittadini dalle ormai intollerabili vessazioni che subiscono? Il mestiere mi ha portato a sperimentare gli effetti di una ribellione popolare in terra d’Africa e credo di essere legittimato a sostenere che una rivoluzione sarebbe la più catastrofica esperienza che un paese si trovi a dover affrontare. Quasi tutte le rivoluzioni, nascono da motivazioni legittime e anche nobili, ma il fatto è che non si riuscirà mai a gestirle nell’ambito della legalità e questo le porterà inevitabilmente a sfociare nell’esercizio del sopruso, nel terrore e nel sangue. Non si creda che una rivoluzione in terra d’Africa presenterebbe aspetti più cruenti di quelli che interesserebbero paesi di civiltà più avanzata.

Manifestare il dissenso, ma rinunciare alla violenza

Mahatma Ghandi: il successo di una pacifica disobbedienza civile

Quando gente comune si sente legittimata alla violenza, può fatalmente scoprire dentro di se pulsioni di aggressività che neppure credeva di possedere. L’impeto di colpire, prevaricare e uccidere, si autoalimenta nella sua stessa attuazione e il fatto di sentirsi spalleggiati da una folla animata dagli stessi propositi, non può che favorirne l’amplificazione, diffondendo così un contagioso e irrefrenabile delirio d’onnipotenza che colpirà tutti, anche le persone più miti e moderate. Le vittime di questo incontenibile furore, sono spesso del tutto estranee agli obiettivi designati e basterà un gesto male interpretato, una mera incomprensione per produrre tragici effetti. Tutti i moti di ribellione, a partire dalla rivoluzione francese, hanno dato vita a indicibili massacri, sempre e del tutto sproporzionati rispetto al conseguimento degli scopi perseguiti.

Si dice che la rivoluzione, per quanto sanguinosa, sia un irrinunciabile passo verso la conquista della libertà e del diritto, ma non sempre è così e più spesso le forze regolari chiamate a reprimerla, scadono negli stessi comportamenti di coloro che l’hanno provocata e possono sentirsi legittimati a instaurare un regime dittatoriale. Siamo davvero disposti a pagare un così alto prezzo? Un paese civile non ricorre alla violenza per manifestare il dissenso, ma sceglie il democratico ricorso alle urne e – quando tale ricorso appare troppo lontano – può anticiparlo attraverso la pacifica disobbedienza civile, da porre in atto finché i governi decidano di accoglierne le istanze. Allo stato delle cose, è comunque incontestabile che se mai una violenta ribellione dovesse verificarsi, la colpa non sarà dei cittadini, ma sarà nella cieca e ottusa protervia di chi era stato chiamato a rappresentarli e che dovrà quindi farsi carico delle inevitabili conseguenze.

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