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Malagiustizia, in attesa delle riforme che tutti invocano ma nessuno vuole

Approfondimento
Franco Nofori
06/05/2021
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Cinquant’anni d’ignobili panzane

Se ne parla da mezzo secolo e ne parlano tutti, da sinistra a destra, eppure le basilari riforme di cui il nostro sistema giudiziario avrebbe disperato bisogno, non partono e tutto lascia presupporre che non partiranno neanche in un prossimo futuro. Un Paese che si dice fondato sulla legalità e sul diritto, ma che riesce solo a dispensare malagiustizia, non può essere annoverato tra le nazioni civili e democratiche del mondo. Non passa giorno senza che la cronaca, dia notizia di provvedimenti giudiziari caratterizzati dalla collusione con la politica o asserviti al potere di criminali e faccendieri. L’Amministrazione della Giustizia, dispensata da sussiegosi giudici togati e assolutamente certi dei loro insindacabili poteri, appare sempre più come una putrida palude di malversazioni, abusi e complicità con il malaffare.

Quando i diritti di una persona offesa, richiedono decenni per essere riconosciuti (“se”, saranno riconosciuti…), l’universale concetto di “Giustizia” è già stato spudoratamente violato, posto che le inderogabili aspettative di vita, fanno sì che molte sentenze arrivino quando chi doveva beneficiarne è ormai defunto. Sommersi da migliaia di fascicoli polverosi, esasperati dalla costante e bizantina speculazione dialettica, molti giudici e procuratori si affidano a esami frettolosi e sommari delle istanze, senza neppure comprenderne appieno gli aspetti fondamentali, così che molte delle loro pronunce si rivelano spesso del tutto assurde e contradditorie. Cicerone così definiva la giustizia: “Iustitia est perpetua voluntas ius suum cuique tribuendi” (la giustizia è la perpetua volontà di riconoscere a ciascuno il proprio diritto), proposito, questo, che nell’attuale esercizio giudiziario, molto raramente risulta soddisfatto.

Non più certezza del diritto, ma del sopruso

La “Magna Charta” custodita nella cattedrale di Salisbury (GB)

Non esiste situazione emergenziale o stato di estrema necessità, che induca l’elefantiaco meccanismo giudiziario a intervenire tempestivamente per proteggere chi ne ha diritto. Tutto deve infatti svolgersi attraverso annosi e borbonici procedimenti, fatti d’istanze, memorie, comparse di risposta, eccezioni e contro-eccezioni, che possono auto-propagarsi all’infinito, salvo poi transitare nei tre previsti gradi di giudizio. “La giustizia deve rendersi garante del diritto”, si dice, ma chi garantisce le vittime, il cui diritto è stato usurpato? Attraverso l’interminabile iter procedurale, un fascicolo può passare ripetutamente di mano da un giudice all’altro, causando così rinvii su rinvii perché il nuovo titolare della pratica, prima di procedere, dovrà rendersi edotto delle circostanze che l’hanno determinata. Così che anche l’interesse di figli minori, cui spetta la massima tutela, possono trovarsi abbandonati a se stessi per anni prima che una pronuncia giudiziaria riconosca il loro diritto all’assistenza.

Tutto questo non è Giustizia, ma ne è l’esatta negazione. Eppure, per migliorare le cose, non occorrono cervellotiche cogitazioni, basterebbe riferirsi ai collaudati sistemi anglosassoni che (guarda caso) si riferiscono alla “Magna Charta Libertatum” ispirata all’antico diritto romano, che era un nostro patrimonio culturale, ormai ampiamente profanato. Perché il continuo e reiterato mugugno contro il sistema giudiziario italiano – alternativamente additato da tutte le forze politiche – non approda mai a una riforma? Il sistema non può certo auto-riformarsi e occorre che a farlo, intervenga la politica, ma la politica, pur continuando a lanciare i suoi dotti anatemi, non lo fa e le ragioni per cui non lo fa, non sfuggono ormai più a nessuno, nemmeno ai cittadini più disattenti e sprovveduti: La politica utilizza la magistratura come il proprio formidabile strumento per la perpetuazione di se stessa e il Paese è ormai così assuefatto a scandali e collusioni, che ha finito per ascriverli al normale tran tran quotidiano.

Indecorosi primati

Tribunale di Venezia intasato di fascicoli nelle cancellerie

Non disponiamo di dati recenti, ma a tutto il 2014 i contenziosi civili pendenti presso alcuni tribunali europei, mostravano questa classifica:

  • Polonia: 875
  • Germania: 744.510
  • Spagna: 857.047
  • Francia: 1.571.438
  • Italia: 2.758.091    

Nel più vasto panorama internazionale delle cause civili, siamo secondi solo alla Bosnia, mentre per i reati penali la durata media del procedimento è di sei anni, un vero schiaffo alla Giustizia, perché, grazie a questi tempi, il 62 per cento dei casi si estinguono per intervenuta prescrizione, prima di arrivare a sentenza. In questa situazione, come si può avere il coraggio di esibirsi nel melenso ritornello “Io ho fiducia nella magistratura”? Tra le vittime di questo perverso sistema, c’è stato anche il fondatore del nostro giornale, Massimo Tumolo, scomparso il 24 dicembre scorso, mentre aveva in piedi, ben quattro vecchissime denunce contro gli abusi di Stato, denunce che ora saranno archiviate con buona pace dei colpevoli che sono risultati vittoriosi. La triste morale è che il potere, anche quando cade, cade sempre in piedi ed è invariabilmente il volgo a farne le spese.

Tutti presi a cimentarsi nel proporre nuove norme contro l’omofobia, a sostenere lo Jus solis, a predicare contro “fascismo” e “razzismo”, a disquisire sulle disgustose esternazioni di un Fedez qualsiasi… nessuno mostra un briciolo di solidarietà verso quell’esiguo numero di magistrati che cercano di mantenersi immuni dalle pressioni dei poteri forti che tentano di assoggettarli agli interessi di faccendieri e intrallazzatori, collusi con la politica. Per questa loro scelta, finiscono spesso sulla lista nera del sistema e vedono la propria carriera distrutta in uno schiocco di dita, ma loro riescono almeno a conservare intatti dignità e auto-rispetto, giacché, se il nemico è troppo potente e si deve soccombere, che almeno si soccomba, non come stolidi velli sacrificali, ma nella consapevolezza di non essersi piegati alla mefitica spirale del sopruso.

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