Politica

Magistratura, politica e malaffare. Il perverso giogo che attanaglia l’Italia

Redazionale
Franco Nofori
01/06/2021
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Il “pentimento”: un’usurpazione lessicale

Inetta, collusa, spregiudicata, boriosa e sempre impunita. Ecco la principale caratterizzazione di gran parte della Magistratura che gestisce l’apparato giudiziario nel Bel Paese, un apparato sempre meno distinguibile da quel potere mafioso che – paradossalmente – sarebbe invece chiamato a combattere. Oggi, l’assunto secondo cui si dovrebbe “avere fiducia nella magistratura”, suona sempre più come un paradosso tragicomico, ahimè, molto più tragico che comico. Giovanni Brusca, l’attentatore di Capaci, quello che ha premuto il pulsante facendo saltare in aria l’auto su cui viaggiava Giovanni Falcone, uccidendo lui, la moglie e gli agenti della scorta, è da ieri libero, grazie al suo dichiarato “pentimento” e alla decisione di diventare un collaboratore di giustizia.

“U verru”, il porco, com’era soprannominato nell’ambiente mafioso, è oggi un arzillo sessantaquattrenne libero, dopo 25 anni passati nel carcere di Rebibbia e l’Italia dovrebbe quindi vederlo come un rinnovato gentiluomo, contrito per il proprio nefasto passato e umanamente recuperato all’insegna di un davvero improbabile pentimento. Quantomeno bizzarro è che, proprio causa quel “pentimento”, il Brusca uccise e sciolse nell’acido il piccolo Di Matteo, per punire il padre mafioso, anche lui a suo tempo toccato dallo stesso rammarico per le proprie azioni criminali, ma ecco la definizione che dà la Treccani al termine pentimento: “Sentimento di dolore per le colpe e i peccati commessi in trasgressione delle leggi divine”. E’ davvero questo il nobile impulso che ha toccato il cuore di Giovanni Brusca? Impossibile crederlo. Si è solo trattato di un codardo e scaltro baratto per uscire anzitempo dal carcere. Baratto favorito dalla complicità politica che, con la legge del 13 febbraio 2001, garantiva la riduzione di pena ai collaboratori di giustizia, per quanto fossero stati efferati i loro trascorsi criminali.

Giudici con licenza di delinquere

Il mafioso “pentito” Giovanni Brusca al tempo del suo arresto

Per semplice decenza, sarebbe almeno apprezzabile che si smettesse di usurpare il significato del termine “pentiti” e ci si limitasse a definirli semplicemente “collaboratori di giustizia”, divenuti tali solo grazie a una scelta esclusivamente opportunistica. Per sua stessa ammissione, Giovanni Brusca, ha sulle spalle almeno 150 omicidi “Non ricordo bene – disse nel corso degli interrogatori – ma erano senz’altro più di 150, benché credo non superassero i 200”. Questo è l’uomo che da oggi si ritrova libero e che potrà godere di qualche ulteriore decennio di totale autodeterminazione. La legge è stata rispettata, si dice, ma che ne è della Giustizia? Tuttavia, se questo dicotomico risultato è più imputabile all’apparato legislativo che a quello giudiziario, la spudorata tracotanza di quest’ultimo, continua a fornire riscontri tutt’altro che rassicuranti.

La recente ricerca effettuata dalla brava Milena Gabanelli nel suo Dataroom su La 7, presenta una sfilza di giudici coinvolti in azioni non certo edificanti. Si tratta, per citarne alcuni, del procuratore generale di Reggio Calabria, Francesco Mollace; del presidente del Tribunale di Sorveglianza di Palermo, Nicola Mazzamuto; del giudice di Catanzaro Federico Sergi; del Sostituto Procuratore di Reggio Calabria, Luciano Padula; del giudice presso il tribunale di Pisa, Cesare Cipolletta… tutti questi “insigni” signori togati si sono lasciati andare ad azioni tutt’altro che irreprensibili: uno ha rotto il ginocchio a una signora per un diverbio sul traffico; un altro ha preso a pugni i carabinieri che l’avevano sorpreso ubriaco alla guida dell’auto; un altro sorpreso a drogarsi nel bagno del tribunale; un altro colluso con ambienti mafiosi; un altro ancora sorpreso a forare con un coltello le gomme dell’auto di una collega…

L’apparato auto-protettivo del CSM

Il Presidente Sergio Mattarella presiede il Consiglio Superiore della Magistratura

Certo, prima che di giudici, si tratta pur sempre di uomini e come tali soggetti alle stesse pulsioni dei loro simili, ma ciò che risulta indigesto è che a giudicarli, sia sempre e soltanto l’organo più autorevole dello stesso apparato cui appartengono, cioè il CSM, l’onnipotente Consiglio Superiore della Magistratura, che per quanto si tenti di rigirare la frittata, mostra sempre una smaccata indulgenza verso i propri pargoli un po’ scapestrati. Infatti, nessuno di loro è stato cacciato dal sistema. In qualche caso vi sono state temporanee sospensioni e trasferimenti in altre sedi, superati i quali è tranquillamente proseguita la loro carriera, le loro promozioni e – non raramente – anche l’assegnazione d’incarichi più prestigiosi. Emblematico è anche il fatto che nei vari fascicoli procedurali, i loro nomi vengano immancabilmente oscurati allo scopo di “preservare il buon nome della Magistratura”.

Se tutto questo non può essere definito come un comportamento cialtronesco, occorrerà coniare un più specifico vocabolo che ne rappresenti la sostanza. Come potrà sentirsi il cittadino che dovrà sottoporsi al giudizio di un censore togato che si faceva di droga in un cesso? Che prendeva a cazzotti il carabiniere che gli contestava la guida in stato di ebrezza? Che sfogava la sua antipatia verso una collega bucandole le quattro gomme dell’auto? Che intrallazzava con i boss mafiosi? Che fracassava il ginocchio di una signora in un alterco di strada? Si sa, sono tutte domande retoriche perché l’indegnità del nostro sistema giudiziario, la sua inattaccabile onnipotenza e la costante proliferazione dei troppi “Palamara”, espongono da tempo l’Italia alla vergogna del mondo. Un ennesimo primato di cui l’invincibile malaffare può andare orgoglioso.

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