Politica

Magistratura e politica, le metastasi che stanno distruggendo l’Italia

 

 

Redazionale
Franco Nofori
28/03/2021
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Giustizia discriminante

E’ certamente vero che un atto criminale è un atto criminale e basta, chiunque lo commetta. Non avrebbe, quindi alcun senso giudicarne la gravità in base all’identità etnica del suo esecutore. Per ogni crimine, la legge prevede adeguate punizioni, sulla cui determinazione l’origine del colpevole non ha alcuna influenza. Così, almeno, dovrebbe essere, ma purtroppo così non è. La nostra magistratura ci ha abituati a sentenze di estremo rigore nei confronti di alcuni imputati e di altrettanta magnanimità nei confronti di altri. Troppo spesso, questa diversa valutazione del reato, si articola proprio su base etnica, realizzando così un’indiscutibile scelta discriminatoria che, proprio su questa matrice, finisce per innestare gli stessi impulsi discriminatori nel sentimento popolare. Ma ecco che quella stessa magistratura presenta il suo volto più intransigente quando deve intervenire a gamba tesa su quelli che ritiene suoi avversari politici.

Se non è in primis la giustizia ad applicare principi egualitari, come si può pretendere che lo faccia il cittadino comune che, di questa discriminazione, ne è vittima?  È ormai evidente che la giustizia umana colpisce con più rigore il cittadino che reagisce all’aggressione, molto più di quanto colpisca l’aggressore stesso, verso il quale si apre immancabilmente una certosina ricerca di elementi che possano attenuare la gravità del suo operato. Così che lo stupratore può essere rimesso in libertà perché (poverino!) e stante la cultura vigente nel suo paese d’origine, “non poteva sapere che stuprare una donna in spiaggia è un reato” o che lo spacciatore, si trovava costretto a distribuire droga perché (poverino anche lui!) “non aveva altri mezzi di sostentamento”.

Premiare sempre la trasgressione

La “capitana” Carola Rackete a bordo della Sea Watch

Questo bizzarro modo di amministrare la giustizia, non si attua solo in favore degli immigrati, ma abbraccia l’intera categoria delinquenziale, inclusa quella autoctona, all’insegna di un costante sforzo per minimizzare i reati commessi e quando la legge non lo consente, si può sempre rovistare nel calderone dei “principi umanitari” dove sarà possibile scovare la formula che calzi a pennello per approdare a una sentenza assolutoria.  Così è stato per la Sea Watch di Carola Rackete che, sulla base di tali “principi umanitari” ha potuto traghettare tranquillamente immigrati clandestini, forniti dai solerti e ben organizzati scafisti; violare il blocco imposto dalle autorità italiane e speronare un’imbarcazione militare che tentava di impedirle l’attracco. Naturalmente la “coraggiosa capitana” ne è uscita indenne, osannata come un’eroina, mentre il ministro degli interni che aveva ordinato il blocco, è stato denunciato per “atti contro i diritti umani”.

I vertici dell’intero mondo buonista, hanno espresso il loro entusiastico plauso alla sentenza della nostra magistratura, ma paradossalmente, solo tre giorni fa al confine di Claviere, la gendarmeria francese, ha addirittura usato le armi per bloccare l’accesso di una cinquantina di migranti che tentavano di passare il confine. La loro reazione è stata così brutale che una ragazzina afgana di soli tredici anni, ha dovuto essere ricoverata d’urgenza all’ospedale Regina Margherita di Torino, in grave stato di shock e non più in grado di parlare. Questi contradditori giudizi dei partner europei, nei nostri confronti, sono all’ordine del giorno e mentre da un lato l’Italia viene spesso biasimata perché non farebbe abbastanza nell’assistere i migranti, i loro giornali ci indirizzano scherni irrispettosi additando l’eccessiva permeabilità dei nostri confini colabrodo e l’imbelle ignavia con cui affrontiamo il fenomeno migratorio.

Ipocrisie pseudo-umanitariste

Anche ad alcuni paladini nostrani dell’attivismo umanitario, accade di svelare l’ipocrisia delle loro accorate esortazioni all’accoglienza. E’ il caso, in questi giorni, della deputata “pasionaria piddina”, Laura Boldrini, che è stata denunciata dalla sua colf moldava, per non averle liquidate, dopo ben sei mesi, le intere spettanze di fine rapporto. A lei si è aggiunta anche la protesta della sua collaboratrice parlamentare (pagata con fondi pubblici) che ha dovuto dimettersi, perché “tra i ruoli che mi erano stati imposti, c’erano anche quelli di pagare gli stipendi alla colf, andarle a ritirare le giacche dal sarto e prenotare il parrucchiere. Mi aveva anche negato la possibilità di operare con lo smart working da Lodi, dove vivo con tre figli”. Ce n’è abbastanza da sgretolare la sedicente immagine di un’indefessa sostenitrice dell’accoglienza migranti e dei diritti delle donne.

Non stupiamoci perché in quest’Italia, travolta dal frenetico impulso di apparire, ma tenendosi ben distanti dall’essere, demagogia e retorica sono gli strumenti più utilizzati per ottenere il consenso. L’ha dimostrato recentemente anche il nuovo segretario PD, Enrico Letta, figura senz’altro più competente e carismatica del suo predecessore, Nicola Zingaretti, ma anche Letta, non ha saputo esimersi dal ricorrere agli stereotipi dell’imperante umanitarismo salottiero e tra i progetti enunciati nell’assumere la carica, capeggiano due propositi: la legge sullo Ius soli e il voto ai sedicenni. Anche al più distratto degli osservatori non potrà sfuggire l’anacronismo di porre simili priorità in un’Italia piagata da una devastante pandemia e da una crisi economica senza precedenti.

Ma davvero il nuovo segretario PD non si rende conto di tali incongruenze? Non si cada nell’ingenuità di pensarlo! Letta è un uomo intelligente, ma ha rilevato un partito sull’orlo dello sfascio ed è comprensibile che la sua più impellente strategia sia quella di riportarlo alle glorie del passato. Fin dal movimento dei sessantottini, le attività dei giovani si sono sempre schierate a sinistra e in quanto allo Ius soli è fatale che i nuovi cittadini, appena abilitati al voto, esprimeranno il proprio consenso in favore di chi ha promosso i loro diritti. Questo è quindi l’ambito traguardo di Enrico Letta: ricreare un PD forte ed egemonico che torni a imporre i propri indirizzi politici al Paese. E il bene dell’Italia? A quello ci si penserà poi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *