Politica

Luigi Einaudi sta a Sergio Mattarella, come Alcide De Gasperi sta a Giuseppe Conte?

Semplici uomini ma grandi statisti

Luigi Einaudi e Alcide de Gasperi. Due uomini straordinari. Due uomini rispettati in tutto il mondo e che hanno fatto grande l’Italia dopo l’immane tragedia del secondo conflitto mondiale da cui uscivamo sconfitti. Due uomini i cui corrispettivi odierni sono rappresentati da Sergio Mattarella e Giuseppe Conte e ogni parola che possa valutare le similitudini di questo confronto, credo sia del tutto superflua.
Piemontese il primo e trentino il secondo; l’uno a capo del Quirinale e l’altro del governo repubblicano, non avevano altro traguardo se non quello di far grande l’Italia, attraverso la moralizzazione dei suoi apparati pubblici e la tenace ricerca dell’equità dei diritti sociali.

Einaudi era nato nel 1874 a Carrù, in provincia di Cuneo e sali alla carica di presidente della repubblica nel 1948, dopo essere stato ministro delle finanze, capo del governo repubblicano e governatore della banca d’Italia. Si distinse come valente economista, giornalista e docente universitario all’università di Torino e alla Bocconi. Le prestigiose università di Oxford e della Sorbona, gli conferirono la laurea honoris causa e per l’intera durata dei suoi mandati, portò l’Italia ai primi posti della ribalta internazionale, stimolandone l’orgoglio e la volontà di affrancarsi dai disastri causati dalla guerra.

Alcide de Gasperi, era nato nel 1881 a Pieve Tesino in provincia di Trento, quando quel territorio era ancora sotto il dominio dell’Impero austroungarico. Furono probabilmente il rigore e l’efficienza teutonica a formarne l’indefessa moralità e il carattere, che nei cinquant’anni di governo gestito dalla Democrazia Cristiana, fanno assurgere la sua conduzione come la più fulgida e rappresentativa dell’intera storia repubblicana. Dopo la laurea in lettere, conseguita a Vienna, De Gasperi assunse la carica di Presidente del Consiglio nel 1945 e la mantenne fino al 1953, realizzando il “Boom” economico che ricosse l’ammirazione del mondo.

Confronti improponibili

Entrambi dichiarati antifascisti, ma ben lontani dall’ideologia comunista, Einaudi e De Gasperi, subirono le conseguenze della dittatura mussoliniana, il primo trovandosi costretto a fuggire in Svizzera, il secondo incorrendo, nel 1927, in una condanna a quattro anni di reclusione per attività sovversiva. Condanna che, un anno dopo, fu graziata dallo stesso Mussolini che, pur considerandolo un tenace avversario, non riusciva a nascondere un certo rispetto per l’irriducibile oppositore trentino. Parliamo di due uomini di specchiata onestà e di profondo amore per il proprio Paese. Uomini che nei quasi ottant’anni di storia repubblicana, si stenta a trovarne di eguali.
Chi sono, oggi, i moderni eredi di queste due autorevoli figure di statisti?
Eccoli: Sergio Mattarella e Giuseppe Conte.

Sappiamo che alle alte cariche istituzionali, va tributato il rispetto che spetta alle loro posizioni, ma se è doveroso rispettare ciò che esse rappresentano, non è per nulla doveroso rispettarne le azioni, quando esse, in luogo di dedicarsi al Paese, si dedicano agli intrallazzi di Palazzo, alla conservazione del proprio status e alla compiacente attenzione verso i propri cortigiani, branchi d’infimi adulatori che non perseguono altro bene se non quello a favore di se stessi.

In che mani siamo finiti?

Dopo lo scempio golpista del suo predecessore, Giorgio Napolitano, che meriterebbe la messa in catene per alto tradimento, ci troviamo oggi un Mattarella che dà l’impressione di essere la controfigura di se stesso. “La sfinge”, “L’oracolo muto”, “L’ectoplasma”, “la proiezione olografica”, per citare alcune delle definizioni che gli vengono attribuite. Un uomo volto alla perpetuazione del pensiero unico, alla genuflessione verso i poteri forti e alla costante umiliazione di un Paese che ha dato origine all’intera civiltà del pianeta. Al suo fianco (almeno fino al momento in cui scrivo) uno sconosciuto avvocato vanesio, narcisista e presuntuoso che fa dell’eleganza in pochette e del dongiovannismo, i suoi pretesi valori di alto statista.

“Quando la politica entra nella giustizia, la giustizia esce dalla finestra”, diceva Luigi Einaudi e oggi sappiamo bene quanto questa frase si sia rivelata profetica. “La libertà di critica deve essere piena, perché il controllo che esercita la stampa libera è un correttivo necessario della democrazia”, gli faceva eco De Gasperi. Certamente lui non ipotizzava una stampa asservita alla politica come avviene oggi.
Si tratta di enunciazioni profondamente sentite da chi le esponeva, ben diverse dalle retoriche concioni che Mattarella e Conte ci propinano oggi e che approdano sistematicamente a un forbito e aulico nulla.

E’ certamente amaro che, dopo un così superbo esordio, il nostro Paese si trovi affidato alle mani di figure tanto incapaci quanto meschine. Una gran parte d’Italia non lo merita e neppure lo merita, l’altra parte che, per superficialità, incompetenza e ottusa fedeltà ideologica, si lascia ammansire dalle lusinghe di quegli abili affabulatori che non hanno altro scopo se non perpetuare su di loro, il proprio irrinunciabile potere.

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