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L’ininterrotta e millenaria storia di massacri compiuti nel nome di Dio

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Franco Nofori
19/04/2021
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Religioni unite nella macellazione dei propri simili

Fin da quando l’uomo ha fatto la sua comparsa sulla crosta terrestre, si è sempre trovato soggetto all’imperioso bisogno d’interrogarsi sulle proprie origini e sul progetto che ne aveva determinata l’esistenza. La perfetta e misteriosa complessità dell’universo; il vasto e tumultuoso patrimonio di emozioni da cui era dominato; l’insopprimibile ansia di svelare gli arcani accadimenti che lo circondavano e la frustrante impossibilità di farlo, l’hanno fatalmente portato a crearsi degli idoli cui potersi riferire. Si è trattato di un comprensibile impulso ad alimentare la spiritualità che avvertiva dentro se stesso, ma quando quest’impulso ha assunto il carattere di una fede ottusa e bigotta verso verità rivelate, nel belluino bisogno di difendere quelle verità a tutti i costi, contro chi non le condivideva, l’intera umanità si è spaccata in fazioni agguerrite che hanno preso a massacrarsi l’una contro l’altra.

E’ paradossale che la cieca devozione verso divinità create dall’uomo, abbia prodotto nei millenni così tanti conflitti e massacri, a molti dei quali si assiste tutt’oggi. Quali divinità possono essere così crudeli da promuovere lo sterminio delle creature da loro create? Eppure nessuna religione si è mai esentata dallo sponsorizzare orripilanti massacri. Neppure se n’è esentata la religione cristiana che, con l’avvento delle Crociate, ha compito eccidi d’inusitata ferocia, come quello conseguente alla riconquista di Gerusalemme avvenuta il 15 luglio 1098, quando pur avendo ormai neutralizzato le truppe nemiche, la furia dei Templari si sfogò sugli abitanti della città, ebrei e musulmani, in una strage che contò più di 60.000 vittime tra uomini, donne e bambini. Naturalmente, in quanto a crudeltà, le forze islamiche non furono mai da meno. Due eserciti, entrambi ispirati da un presunto Dio “misericordioso” che della vera misericordia era l’esatta antitesi.

La graduale islamizzazione d’Europa

MIlano. Musulmani in preghiera in piazza Duomo

Oggi, l’ingresso nel terzo millennio, ha fatto sì che, grazie all’instaurazione di convenzioni laiche, questi massacri si siano fortemente ridotti, benché non azzerati. Ignoranza e superstizioni fideistiche, sono ancora all’origine di alcune sanguinose ostilità in molte parti del mondo: tra queste, il sempre più esteso fondamentalismo islamico che tende a portare ovunque il credo religioso a regime di Stato. Chi si oppone a questo progetto è un infedele o un’apostata che, come tale, merita la morte. Un recente rapporto della “Fondapol”, calcola che negli ultimi 40 anni vi siano stati 33.769 attentati terroristici di matrice islamica, che hanno provocato la morte di 167.096 persone e il ferimento di 151.431, del resto, la mattanza di “infedeli” o il loro forzato assoggettamento ai disposti coranici, riempie le pagine della cronaca quotidiana e non rappresenta certo una sorpresa per nessuno, ma paradossalmente, tutto ciò avviene mentre centinaia di migliaia di musulmani emigrino dai propri paesi d’origine per approdare in Occidente ed è questo un epico impatto i cui effetti non possono essere sottovalutati.

Uscendo dalle troppe strumentazioni politiche e delle vulgate d’insipienti slogan immigrazionisti, occorre oggettivamente guardare alle reali possibilità di adattamento della cultura islamica alle normative vigenti nei paesi a conduzione laica. Così come un cristiano osservante, mal si adatterebbe a vivere in un paese retto dalle norme coraniche, così un devoto islamista, pur esente da fanatismo, non riuscirebbe a trasformare rapidamente le proprie norme di vita in quelle richieste dal nuovo tessuto sociale in cui si trova inserito. Molte delle sue più radicate convinzioni religiose, saranno considerate alla stregua di reati e quindi proibite nel paese adottivo. La libertà e l’autodeterminazione della donna saranno sempre viste come un oltraggio ai disposti coranici e lo stesso sarà per la macellazione halal, l’imposizione del velo femminile, la mutilazione genitale, l’obbligo della conversione in caso di matrimonio… La dicotomia creata dal brutale impatto con una cultura radicalmente diversa dalla propria finirà fatalmente per favorire un isolamento del soggetto all’interno della società in cui si è inserito e – di conseguenza – lo porterà a un’inevitabile aggregazione con altri immigrati islamici.

I pericoli della mancata integrazione

Strage del terrorismo islamico al mercatino di Natale in Germania

Occorre riconoscere che la grande maggioranza del mondo islamico, non si riconosce e non condivide gli atti terroristici del fondamentalismo, di cui si trova spesso a essere vittima, ma l’isolamento che è costretta a sperimentare, una volta approdata in Europa, finisce inevitabilmente per costituire il seme su cui germoglia l’intolleranza verso i nuovi coabitanti. Ecco perché anche alcuni immigrati di seconda generazione, pur essendo nati in Europa, dove hanno vissuto e studiato, finiscono per radicalizzarsi, dando vita a quelle azioni terroristiche che i loro stessi padri avevano abiurato. Negare questa realtà significa relegarsi volontariamente a un’effimera illusione che non consentirà mai di adottare le necessarie misure per affrontare le avversità di questo evidente fenomeno. Il problema non è di facile soluzione. Le società occidentali non possono certo far regredire i propri costumi a quelli in vigore nella più cupa epoca medievale, ma altrettanto difficile sarà per gli islamici, liberarsi dalle proprie convinzioni religiose per abbracciare in toto le norme liberiste in vigore nei paesi in cui sono approdati.

Di questa radicalizzazione religiosa, che impone all’uomo di glorificarsi nella propria morte, quando la stessa morte è inferta all’infedele, gli stessi musulmani ne sono tuttora vittime. E’ avvenuto in Bosnia per opera degli sterminatori serbi, in India nei massacri degli indù; in Cina contro gli uiguri e in Myanmar, dove l’integralismo buddista scatenò una guerra senza quartiere contro le minoranze musulmane dei rohingya. Appare quindi inverosimile che un certo islamismo integralista odierno, che è stato ripetutamente vittima del fanatismo religioso altrui, si sia a sua volta radicalizzato e abbia finito per compiere gli stessi eccidi dei suoi persecutori, ma così è oggettivamente ed è quindi con questa realtà che il mondo ha il dovere morale di confrontarsi, nella consapevolezza che gran parte dell’umanità si ritiene guidata da divinità crudeli e per nulla compassionevoli.

La tangibilità di queste considerazioni, dovrebbe far capire al mondo occidentale che occorre adottare una seria ed efficiente regolamentazione sugli ingressi migratori, soprattutto quelli di religione islamica. Questa necessità non può essere disattesa dai continui e insipienti leit-motiv contro razzismo, intolleranza e discriminazione, tanto cari all’imperante moralismo progressista, perché il disattenderli ha già portato e porterà sempre di più in futuro, grave nocumento ai principi della cultura, delle tradizioni e dei costumi europei, ma – soprattutto – metterà a intollerabile rischio l’incolumità dei propri cittadini, inclusi – tra questi – quegli immigrati che hanno saputo inserirsi, rispettare le nostre leggi e contribuire, con il proprio lavoro, allo sviluppo delle società cui oggi appartengono a pieno titolo.

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