Politica

L’Europa ci paga per poterci disprezzare. E’ ora di farsene una ragione

Fiume di denaro da Bruxelles all’Italia, ma non senza condizioni

Finalmente dall’UE arriveranno gli aiuti contro la crisi economica provocata dalla pandemia COVID-19. Del fondo Recovery Fund di 750 miliardi di euro proposto dalla Commissione Europea, all’Italia ne toccheranno quasi 173, pari al 22 per cento. Il nostro paese è di gran lunga il maggiore beneficiario della manovra, seguito dalla Spagna a cui andranno 140,4 miliardi.

Riceveremo 81,8 miliardi a fondo perduto e 90, 9 miliardi di prestiti a condizioni molto favorevoli, con tassi di interesse “irrisori” e lunghi tempi di restituzione. A questi importi si dovrebbero poi aggiungere 36 miliardi del Mes, da destinare alla sanità, e forse anche 20 miliardi provenienti dal Fondo per la cassa integrazione e altri 20 per le garanzie dei crediti alle imprese.

 “Alla comprensibile euforia per questi aiuti – commentava Ruben Razzante il 31 maggio sul quotidiano on line Lanuovabq.it – dovrebbe essere affiancato un sano realismo circa la necessità di impiegare bene le somme che ci arriveranno, precisando che ci arriveranno a rate, non subito e in base alle scelte di politica socio-economica e fiscale che faremo. Ci saranno dei meccanismi di rendicontazione imprescindibili e l’Ue valuterà la nostra capacità di fare riforme strutturali in grado di rilanciare l’economia e di generare ricchezza per tutti gli italiani. La cosiddetta spesa pubblica improduttiva spezzerebbe la catena degli aiuti, che s’interromperebbero, così come l’erogazione di sussidi a pioggia, tipo reddito di cittadinanza. Misure in grado di tamponare nell’immediato l’emergenza, ma senza contribuire a stimolare in modo duraturo investimenti e consumi sono, dunque, da bandire. Pertanto, al di là dell’arrivo della liquidità, che pure è urgentissima per scongiurare il rischio di altre chiusure di attività produttive e commerciali, occorrerà capire come verranno spesi tutti questi soldi. Il Governo Conte, per attingere al Recovery Fund, dovrà presentare un programma di spesa coerente con le raccomandazioni della Commissione UE. Bisognerà puntare anzitutto su investimenti ecologici (isolamento degli edifici, riconversione di acciaierie come l’Ilva, auto elettriche, pannelli solari) e digitalizzazione delle attività (potenziamento banda larga)”.

Espressioni della benevolenza germanica

Queste precisazioni richiamano alla mente le discussioni delle scorse settimane in sede europea, la diffidenza nei confronti dell’Italia, l’ostilità in particolare di Olanda e Germania. Il 9 aprile il quotidiano tedesco “Die Welt” si era addirittura permesso di scrivere: “In Italia la mafia aspetta soltanto una nuova pioggia di soldi da Bruxelles”. L’articolo proseguiva dicendo che “gli italiani devono essere controllati dalla Commissione europea” e, a proposito dei fondi del Mes, che gli italiani “devono dimostrare” di spendere gli aiuti esclusivamente per l’emergenza sanitaria. Più in generale la questione sollevata era “fino a che punto deve arrivare la solidarietà finanziaria tra i 27 stati membri. In altre parole: “se un paese sbaglia e ne paga le conseguenze, perché altri paesi dovrebbero aiutarlo rimettendoci?”

Sorvolando sugli insulti all’Italia e agli italiani (ai quali però il nostro governo avrebbe dovuto reagire con fermezza), il dovere di solidarietà è indiscutibile all’interno di un’unione di stati come l’UE. Tuttavia è chiaro che bisogna verificare come i fondi prestati e donati vengono spesi, con quali risultati, e che sia prevista la facoltà di sospenderne l’erogazione nel caso si accertino irregolarità nel loro uso. È altresì ovvio che, oltre alla trasparenza, a chi riceve aiuti si possa chiedere di rispettare determinate condizioni, ad esempio l’attuazione di riforme strutturali o il rispetto di principi e norme di comportamento.

Sono regole necessarie, e allora, però, devono valere sempre e per tutti. Invece non è così. Mentre esita ad affidare capitali a dei paesi membri, ormai da decenni l’Unione Europea, e i suoi stati membri, concedono prestiti e finanziamenti a titolo di dono a beneficio di paesi extracomunitari sapendo che finiranno in pessime mani, in parte sprecati, dilapidati, stornati, sapendo che i governi ai quali vengono affidati hanno eretto la corruzione a sistema, addirittura sapendo che si tratta nel migliore dei casi di “democrazie imperfette” e nel peggiore di regimi autoritari dissimulati, guidati da leader disposti a reprimere il dissenso con la forza, nel sangue se necessario.

Ma ci sono Paesi che godono del diritto di sperpero 

Un caso tra i più clamorosi è quello della Somalia, dove da quasi 30 anni è in corso un conflitto tra clan – politico tra quelli che si spartiscono cariche governative e amministrative, armato tra i clan al governo e quelli che hanno scelto l’islam integralista e il jihad – e dove su 10 dollari consegnati dalla cooperazione allo sviluppo al governo sostenuto dalla comunità internazionale sette non arrivano nelle casse dello stato. Lo denunciava il Gruppo di monitoraggio sulla Somalia dell’ONU già nel luglio del 2012 a conferma di quanto in precedenza rivelato dalla Banca Mondiale secondo cui, tra il 2010 e il 2011, si erano perse le tracce del 68% degli aiuti internazionali al paese. Le denunce non sono valse a mettere fine alla pratica predatoria della leadership somala, soprattutto perché, nel caso della Somalia come di altri paesi africani, si sa che i prestiti male utilizzati vengono comunque rinegoziati, e che il flusso di denaro continua incessante, incuranti tutti del crescente indebitamento che d’altra parte spesso si risolve cancellando i debiti accumulati.

Nel 1996 un gruppo di stati molti dei quali europei tra cui l’Italia, che ha contribuito con quasi cinque miliardi di euro, hanno creato un programma per la remissione dei debiti dei paesi poveri altamente indebitati, HIPC è l’acronimo inglese. Da allora il programma ha rilevato il debito contratto da 37 stati, 31 dei quali africani, con Banca Mondiale, Fmi e altri creditori per un totale di oltre 100 miliardi di dollari. Alcune settimane fa la Somalia ha ricevuto la notizia di essere stata inclusa nel programma.
Comunque vadano le cose, l’Italia non godrà di altrettanta indulgenza.

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