Politica

L’Egitto di Al Sisi e il dramma di Giulio Regeni in un’ottica oggettiva anche se impopolare

I tragici effetti della “Primavera Araba”

Credo tutti ricordino gli eventi della “Primavera araba” occorsi tra il 2010 e il 2011. Si trattò inizialmente di proteste volte a rivendicare legalità e diritti civili che i regimi autocratici erano riottosi a concedere, ma presto, questa legittima contestazione, innescò anche movimenti estremisti islamici il cui proposito era di portare l’integralismo religioso ai vertici dello Stato. Fu un fenomeno epocale che esplose e dilagò coinvolgendo in un sol colpo Egitto, Siria, Libia, Tunisia, Yemen, Algeria, Iraq, Bahrein, Giordania, Gibuti, Mauritania, Arabia Saudita, Oman, Sudan, Somalia, Marocco e Kuwait. Cioè, gran parte dei paesi islamici dell’Africa mediterranea e del Golfo Persico.

In alcuni casi questa lotta fu premiata dal successo. In Egitto, il presidente Mubarak dovette lasciare l’incarico in favore di Mohamed Morsi, sostenuto dal movimento dei Fratelli Musulmani. In Libia, il colonnello Gheddafi, fu esautorato e quindi brutalmente ucciso. Yemen, Iraq, Siria, Sudan, Libia e Somalia piombarono nel caos e furono travolti da interminabili e sanguinosi conflitti che continuano tuttora. Chi riuscì a evitare questi disastri, furono proprio i regimi oligarchici, ben assestati al potere e in grado di soffocare (anche con estrema brutalità) i movimenti rivoluzionari che attentavano alla loro egemonia. In Egitto, il generale Al-Sisi, esautorò con un colpo di stato Mohamed Morsi, benché il partito dei Fratelli Musulmani, che lo sosteneva, avesse raggiunto il potere grazie a un vasto consenso elettorale.

La tragedia di Giulio Regeni

Dimostrazione dei “Fratelli Musulmani” al Cairo durante la Primavera Araba

Troppe volte un Occidente afflitto da gravi cecità geopolitiche, si è arrogato il diritto di portare la democrazia là dove la democrazia non era desiderata, né offriva i necessari presupposti per essere instaurata. Le tragedie della Libia post Gheddafi e del tragico avvento del Califfato Islamico, seguito alla sconfitta di Saddam Hussein, ne forniscono dolorosa riprova.
Ma tornando all’Egitto odierno, credo non esistano dubbi sul fatto che Al-Sisi, abbia instaurato una dittatura assoluta dove qualsiasi forma di dissenso è repressa con estrema ferocia. E’ in questo scenario che agli inizi del 2016, Giulio Regeni, studente all’Università di Cambridge, fu bestialmente torturato e ucciso.
Regeni era in Egitto per svolgervi una ricerca sulla limitazione dei diritti imposta ai sindacati indipendenti e nel farlo si appoggiò a Mohamed Abdallah, leader del sindacato ambulanti che lo denuncio alle forze di sicurezza egiziane, rivelando così di essere un loro informatore.

Tutti i governi che, tra quelli sopra citati, hanno resistito all’avvento dell’intransigente potere islamico, hanno potuto farlo solo adottando misure repressive di estrema brutalità e come tali, non certo accettabili dalle società civili. Marocco, Algeria, Tunisia ed Egitto, oltre ai paesi arabi del Golfo, non sono certo sensibili al rispetto dei diritti umani perché il riconoscimento di quei diritti, renderebbe fragile il loro potere.
Allora, che giudizio dare al riguardo? E’ meglio tollerare una spietata oligarchia o dare spazio alla libera scelta popolare, ancorché quella scelta sia foriera di violenti conflitti tribali e irriducibili fanatismi fideistici? Sull’onda dell’autodeterminazione e con il favore della Francia socialista, fu cacciato l’autoritario leader iraniano Reza Pahlavi, aprendo così le porte alla dittatura degli Ayatollah cui seguirono (e seguono tuttora) atti raccapriccianti, come impiccagione degli omosessuali, lapidazioni e decapitazione degli apostati, oltre a rappresentare una terribile e sempre latente minaccia per gli equilibri mondiali.

L’impari lotta contro le oligarchie

La brutale morte inflitta a Muammar Gheddafi dai “liberatori” libici

Viviamo in un mondo imperfetto, perché irrimediabilmente imperfetta è la società umana che, per sua natura, è sempre più incline alla prevaricazione che alla serena convivenza. Giulio Regeni è stato ucciso in modo bestiale, dopo indicibili e ripetute torture, ma dobbiamo abbandonare l’idea che le autorità egiziane ammettano le proprie responsabilità. Non lo faranno mai perché così deve agire una tirannia per restare al potere. Stimolare diritti e giustizia là dove diritti e giustizia sono i ritenuti i più acerrimi ostacoli alla preservazione del potere, significa mettere la propria vita nelle mani di mostro disumano, totalmente privo del senso di pietà.

Il governo italiano è stato largamente criticato per la debolezza mostrata nel gestire la questione Regeni con le autorità del Cairo e sebbene si tratti di un governo che merita ben poche simpatie, non si può non comprenderne l’imbarazzo nel trovarsi in bilico tra la sacrosanta affermazione del diritto e la tutela degli interessi nazionali.
L’Egitto conta oltre 100 milioni di abitanti ed è il più importante polo stabilizzante dell’area mediorentale. Le nostre esportazioni nei suoi confronti, a tutto il 2019, ammontavano a 4,34 miliardi di euro, cui vanno aggiunti altri due miliardi per le due fregate che stiamo per consegnargli.

Un poderoso partner commerciale

Una delle due fregate italiane in consegna alla Marina Militare Egiziana

Rispetto alle commesse realizzate nel 2018, le tensioni seguite al caso Regeni, hanno già prodotto un calo del 10 per cento sul volume dell’export verso il Paese nord-africano e non mancano certo stormi di avvoltoi pronti a rimpiazzarci nel ruolo di partner commerciali, evento che – data la drammatica precarietà della nostra economia, per la tragedia pandemica in atto – aggiungererebbe conseguenze devastanti al processo di recessione che già stiamo subendo. Questa è una realtà, senz’altro amara, ma che non può essere occultata da nobili dichiarazioni o da auliche parole di sdegno.

L’esortazione con cui intendo chiudere queste riflessioni, risulterà probabilmente sgradita a molti, ma è proprio in virtù di un’oggettiva valutazione della realtà che, nel piangere la giovane vita stroncata di Giulio Regeni e nel raccapriccio per i nove lunghi giorni di sevizie da lui subite, mi sento tuttavia di esortare tutti a non commettere l’errore di elevare ad esempio la sua scelta. Il farlo indurrebbe altri suoi coetanei a cimentarsi nella stessa opera contro un avversario che sempre userà le armi più infide e spietate per proteggere se stesso.

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