Politica

Le tangenti asiatiche stanno trasformando l’Occidente nella patetica Cenerentola del XXI secolo

Export Internazionale
Franco Nofori
14/06/2021
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

La strategia della “mazzetta”

Almeno tre quarti di questo nostro vecchio e bizzarro mondo – ma forse la stima è troppo ottimistica – si compone di paesi in cui, senza “mazzetta”, non si fanno affari. E’ una realtà incontrovertibile e benché essa sia a gran voce deprecata da tutti i governi occidentali, con ipocriti e moraleggianti bla-bla, resta il fatto che chiunque riesca a strappare un appalto in quei paesi, riesce a farlo solo grazie al foraggiamento (più o meno occulto) degli alti funzionari che devono firmare i contratti. All’epoca del governo Craxi, quando la Somalia era ancora un Paese senza guerra e molto legato all’Italia, gli ingenti aiuti economici che il nostro Tesoro riconosceva all’allora presidente, Siad Barre, erano divisi in tre parti: un terzo andava alle casse dello Stato; un terzo allo stesso presidente e un terzo a non meglio precisati “mediatori” che favorivano la transazione.

Che l’Italia, per regalare soldi alla Somalia, avesse bisogno di retribuire profumatamente dei “mediatori” è quantomeno stravagante e non occorre un sommo esperto di geopolitica per capire che quella “mediazione” altro non era se non un astuto sotterfugio per mascherare le mazzette elargite all’entourage governativo Somalo affinché continuasse a privilegiare l’Italia come partner commerciale. Pratica scandalosa che promuoveva la corruzione in un Paese emergente? Forse, ma se non l’avesse attuata l’Italia, sull’ambita preda somala si sarebbero subito avventati i falchi delle altre potenze mondiali, cedendo allo stesso giogo mazzettaro. Così è (ahimè) e così sempre sarà, nonostante le nobili, tonanti e reiterate enunciazioni volte a estirpare la corruzione che affligge il terzo mondo.

L’imprenditoria asiatica e quella occidentale

Gli accaniti detrattori del sistema occidentale, irridono all’incapacità delle nostre politiche export e portano d’esempio le strategie asiatiche che ci stanno gradualmente soppiantando in ogni angolo del pianeta, ma si tratta davvero di maggiore capacità imprenditoriale? Agli inizi del 2018, a Nairobi, nel corso di un party in una villa dell’esclusivo quartiere collinare di Muthaiga, Philip Murgor, ex Procuratore Generale del Kenya, concesse a me e alla collega Jina Moore, del New York Time, un’intervista esclusiva. Alla domanda del perché la Cina stesse sostituendosi all’Occidente come partner privilegiato del Kenya, Murgor, uno dei pochi leader africani schietti e che non ricorreva a perifrasi, rispose: “La Cina ottiene i contratti perché un terzo del loro valore lo cede ai politici che hanno il potere di ratificarli. Mentre voi – aggiunse con un sorriso – siete vittime di troppo perbenismo. Fatelo anche voi e i contratti saranno vostri. China – disse ancora– will swallow our country like a piece of cake” (la Cina inghiottirà il nostro Paese come una fetta di torta). Sconfortante profezia, ma non certo lontana dal vero”. 

Pochi anni prima, l’Iveco Defence di Bolzano, che produce mezzi bellici – presentò un’offerta per un certo numero di camion in risposta a una richiesta avanzata dal Ministero della Difesa keniano. Senza badare troppo alla forma i funzionari incaricati delle trattative, chiesero apertamente quale sarebbe stata la loro parte. L’Iveco rifiutò e poco dopo il Kenya importò quei camion dalla Cina. Qualcuno ricorderà che durarono ben poco. Avevano una grave fragilità nella barra dello sterzo e molti finirono fuori strada causando anche la morte di un paio di soldati. In tutta fretta, il governo del Kenya, sostituì quei mezzi con altri prodotti dalla Leyland britannica, ma come sempre accade a quelle latitudini, nessuno fu perseguito per aver autorizzato l’acquisto dei mezzi cinesi ormai al macero, ma a parte questo: è davvero credibile che la Leyland abbia ottenuto il successivo appalto senza scucire un centesimo a chi l’aveva autorizzato?

Perché l’Occidente soccombe?

Negozi cinesi in Via Paolo Sarpi, Milano

Affermarlo sembrerà cinico, ma è proprio l’osservanza dell’encomiabile principio di non soccombere alla corruzione che porterà fatalmente l’Occidente a cedere la propria egemonia economica allo spregiudicato strapotere asiatico. In ampia misura è già così. Cina, Giappone, Sud Corea, Taiwan, India… invadono quei mercati, che un tempo erano i nostri, vezzeggiando e ricoprendo d’oro gli avidi pupazzi che guidano i governi dei paesi emergenti. Offrono prodotti d’infima qualità a costi la cui maggiore componente, è proprio costituita da quella deprecabile “mazzetta” che noi (almeno a parole) aborriamo indignati. Il nostro è un suicidio volontario, quindi assolutamente prevedibile, perché basato su una rettitudine imposta e si sa bene che le leggi di un mercato in perenne competizione, con rettitudine e morale, hanno ben poco a che fare. Non che le nostre imprese non siano pronte a corrompere pur di accaparrarsi commesse, ma il fatto è che i governi occidentali lo proibiscono e le trasgressioni possono comportare la galera.

Almeno da un ventennio, l’Asia ha anche messo a punto un progetto per invadere i mercati occidentali e occorre ammettere che ci sta riuscendo egregiamente perché, accanto a prodotti di qualità discutibile, ne ha via via inseriti altri che rispettano i nostri standard e sono offerti a costi, che i nostri sistemi di trattamento salariale e di tutela sociale, non ci consentiranno mai di uguagliare. Non solo: grazie alla loro scaltra intraprendenza, sono anche riusciti a estrometterci dalla gestione di molte piccole e medie imprese nostrane che ora sono in mani orientali e con il frenetico cambio di ragioni sociali, riescono a operare evadendo allegramente gran parte delle tasse e delle contribuzioni previste. Purtroppo, il nostro sistema di prevenzione dei reati è così elefantiaco e burocratico che uccide ogni speranza di poter mai riuscire a contrastare un simile andazzo.

Eni, Finmeccanica e “patto d’integrità”

Il già amministratore delegato di Finmeccanica Giuseppe Orsi a bordo di un elicottero Augusta

Nel febbraio 2013 l’amministratore delegato della Finmeccanica, Giuseppe Orsi, perse una commessa di 560 milioni di euro per la fornitura di 12 elicotteri Augusta all’India e finì in manette con l’accusa di aver infranto il “Patto d’Integrità” per aver corrotto alcuni funzionari del Paese asiatico affinché favorissero l’appalto. Pare che l’illecito fosse emerso grazie alle investigazioni delle aziende concorrenti che erano state escluse dal Tender, ovvero Sikorsky Aircraft, Eurocopter e Lockheed Martin che, probabilmente, avevano peccato d’ingenerosità nell’offerta delle “mazzette”. E’ inoltre del febbraio scorso l’ennesimo scandalo dell’ENI, accusata di aver pagato una super-tangente di un miliardo di euro a politici nigeriani, per l’ottenimento di concessioni estrattive. Il procedimento è finito con un “tutti assolti”, ma su di esso, si è innestato un altro caso di tentata corruzione, questa volta addirittura a carico del Pubblico Ministero milanese, Fabio De Pasquale, che avrebbe intenzionalmente occultato prove che scagionavano gli accusati, onde poter esercitare nei loro confronti un lucroso ricatto.

Il vorace drago asiatico

Insomma, come si vede, le norme imposte dal “Patto d’Integrità” e le conseguenze penali che esse comportano, non eliminano certo l’attività di corrotti e corruttori, ma la rendono solo più difficoltosa e questa non è una discriminante da poco. Le imprese occidentali, per strappare gli appalti e soddisfare l’ingordigia dei partner terzomondisti, sono costrette a escogitare complesse e cervellotiche strategie per non essere scoperti, mentre, nei Paesi asiatici che abbiamo citato, la corruzione non è solo disinvoltamente tollerata, ma è addirittura promossa dagli stessi governi cui le imprese appartengono. Si tratta, in sostanza, di una lotta impari che non può che vederci sconfitti. Forse, nei prossimi decenni, quel terzo mondo, cui oggi rivolgiamo l’offerta, diventerà il “nostro” mondo, ma saremo almeno confortati dal consapevole orgoglio di esserci impoveriti a testa alta, mantenendoci integri verso quegli etici principi di cui non frega più niente a nessuno.

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