Estero Inchieste

L’agente segreto francese ucciso. Perché nessuno ne parla?

Un appello inascoltato

Verso la fine di febbraio del 2019, a Nairobi, un amico mi mise in contatto con un cittadino del Congo-Brazzaville, da cui era fuggito, rifugiandosi in Kenya, per sottrarsi alla condanna a morte pronunciata dal regime filo-francese di Sassou-Nguesso. L’uomo (evito di riportarne il nome per la sua sicurezza) mi disse di aver operato fino alla metà degli anni ’90 come funzionario del Ministero degli Esteri, sotto il governo di Pascal Lissouba, poi abbattuto con un colpo di stato dell’attuale presidente Sassou-Nguesso e attualmente rifugiato a Londra.

L’avvento di Sassou-Nguesso al potere – triste caratteristica africana – diede il via a una furiosa persecuzione dei dissidenti rimasti fedeli al vecchio leader. Molti di questi ripararono in Francia, altri si sparsero in varie parti dell’Africa. Il congolese con cui m’incontrai, benché proveniente da una Nazione francofona, aveva scelto il Kenya, dove poteva contare su alcuni amici, oltre all’ottima padronanza della lingua inglese. Quando scoprì che ero un giornalista italiano e non francese, non nascose la sua delusione, ma decise comunque di mettermi al corrente degli eventi che riguardavano lui e i suoi compagni dissidenti.

Tra le cose che mi disse, emerse una gravissima accusa che, per la verità, mi lasciò alquanto perplesso e cioè che il Governo francese, solido alleato di Sassou-Nguesso e avverso alla precedente leadership, non solo aveva sostenuto e finanziato il colpo di stato contro Pascal Lissobua, ma stava anche organizzando l’eliminazione fisica di Ferdinand Mbaou, un generale dissidente che era stato capo della sicurezza sotto la presidenza di Lissobua e che, dopo il colpo di stato, aveva ottenuto asilo politico dal Governo Francese.

Grave accusa alla Francia di Emmanuel Macron

Il generale Ferdinand Mbau, già capo della Sicurezza del governo di Pascal Lissobua e poi rifugiato in Francia dopo il colpo di stato di Sassou-Nguesso

Si trattava di un’imputazione molto pesante e che non potevo certo prendere alla leggera né, tantomeno, farne oggetto di un articolo. Oltretutto, a sostegno delle sue accuse, il mio interlocutore non pareva in grado di portare solide evidenze, ma solo generici indizi. Che la Francia, una delle più antiche democrazie europee, complottasse per uccidere nel proprio territorio un dissidente, cui aveva concesso asilo politico e per giunta, utilizzasse a questo scopo, i propri organi istituzionali, mi appariva del tutto surreale e finii per imputare quest’accusa all’eccessiva acredine della mia fonte, nei confronti del nuovo regime congolese e di Parigi che lo sosteneva.

Mi congedai, con la laconica promessa che avrei cercato di raccogliere più informazioni in merito e che l’avrei quindi ricontattato, non appena avessi ottenuto concreti elementi a sostegno della sua accusa. Lui mi ringraziò, ma la sua espressione, lasciava chiaramente intendere che non mi credeva. “Quanto le ho riferito – mi disse – l’ho già ripetuto ad altre decine di suoi colleghi, ma nessuno mi ha mai preso sul serio. Non sarò quindi sorpreso se anche lei farà altrettanto”.

Naturalmente, quella previsione non poteva rivelarsi più azzeccata. Già il giorno successivo al nostro incontro, mi ero completamente dimenticato di lui e della sua storia. Chi, come me, ha fatto il giornalista in Africa per molti anni, sa che le informazioni raccolte molto raramente si rivelano attendibili poiché o si ottengono dietro un obolo, il che porta l’intervistato a dire ciò che reputa di maggior effetto, anche se inventato, oppure fornisce una ghiotta occasione per vendicarsi dei propri avversari e – a mio giudizio – quanto mi era stato riferito, rientrava nella seconda ipotesi.

Il puzzle comincia a comporsi

Daniel Forestier, il cinquantasettenne agente del DGSE francese, ucciso in Alta Savoia

Circa un mese dopo questo incontro, nel consultare le varie notizie quotidiane, incappai nella breve nota di un’agenzia di stampa britannica che riferiva dell’assassinio di un ex agente segreto francese, tale Daniel Forestier, avvenuto in un villaggio dell’Alta Savoia. La nota non diceva molto, ma utilizzando il nome della vittima, feci una rapida ricerca su internet scoprendo che solo un giornale britannico e uno francese riferivano l’accaduto. Apparentemente, nulla di quanto riportato dai due quotidiani aveva attinenza con la storia riferitami poco tempo prima a Nairobi, ma la curiosità mi spinse ad approfondire la cosa, attingendo a tutte le fonti disponibili e quando finalmente riuscii a ricostruire l’evento nei suoi dettagli, scoprii che quell’attinenza esisteva eccome!

Il cinquantasettenne Daniel Forestier era stato freddato con cinque colpi di pistola, uno dei quali al cuore e un altro alla testa. Il corpo veniva rinvenuto in un parcheggio, accanto ad alcuni bidoni per l’immondizia, il 21 marzo 2019 a Ballaison, una gradevole località turistica dell’Alta Savoia, non molto distante dal confine svizzero. Forestier, per quattordici anni, aveva operato come agente del DGSE, la Direzione Generale per lo Spionaggio Estero dell’Eliseo, ma da circa sei mesi si era ritirato a vita privata, con la moglie e i due figli, nel paese di Lucinges, a soli quindici chilometri dal luogo in cui era stato ucciso. Le modalità dell’esecuzione la fecero immediatamente attribuire dalla polizia, a un killer esperto e spietato. Ma chi poteva aver avuto interesse a uccidere Forestier?

Di lui si dice fosse un uomo simpatico e socievole. Fortemente legato alla moglie e ai figli. Nel settembre precedente alla sua uccisione, si era congedato prematuramente dal servizio per coltivare (pare) la sua irresistibile passione per lo scrivere. Infatti, aveva quasi ultimato un’opera semi-autobiografica dall’accattivante titolo “Spying for the Republic” (spiando per la Repubblica). Era forse il contenuto di quest’opera a preoccupare i mandanti del suo assassinio? E dov’è finito oggi questo manoscritto? Chi ne conosce il contenuto? Ma, cosa più importante di tutte: Chi ha voluto la morte di Forestier? E perché?

Cronologia dell’evento omicida

Il parcheggio di Ballaison in cui è stato rinvenuto il corpo dell’agente ucciso

E’ importante, ai fini di poter formulare un quadro realistico dell’evento, porre gli accadimenti nella giusta cronologia. Forestier si dimise dal servizio presso il DGSE, nel settembre 2018, ma poco prima di questo, un po’ singolare congedo, si trovò inquisito dalla Procura di Lione per aver ordito, insieme a un collega, l’omicidio di un importante esule congolese, tenace avversario del presidente in carica Sassou-Nguesso. E chi era questo “importante esule” che doveva essere eliminato? Sì, era proprio lui: il Generale Ferdinand Mbaou, l’acerrimo nemico del regime di Brazzaville, rifugiato in Francia e di cui la mia inascoltata fonte mi aveva parlato nel nostro incontro di Nairobi. Il cerchio si chiude? Macché! C’è ancora molto di più e molto più sconcertante!

A questo punto è opportuno porsi alcune domande, cercando di fornire adeguate risposte.
Domanda: Era fondata l’accusa nei confronti di Daniel Forestier?
– Risposta: Sì, lo era, per ammissione dello stesso accusato il quale, stando agli atti, dichiarò di aver ricevuto tale incarico in esecuzione al quale, nel maggio 2018, si era recato a Parigi per studiare un possibile piano operativo, per poi concludere che, per mere condizioni logistiche, “la cosa non risultava fattibile”.
Domanda: Come si concluse il processo accusatorio nei confronti di Daniel Forestier?
– Risposta: Si chiuse in fase istruttoria con la pronuncia: “Il fatto non sussiste”, ma le indagini restarono attive per appurare su ordine di chi, Forestier, doveva compiere l’omicidio riferito.
Domanda: Chi denunciò alla Procura il piano di uccidere il Generale Ferdinand Mbaou per mano dell’agente del DGSE?
– Risposta: qui la cosa si fa alquanto stupefacente perché a denunciare Forestier, non furono gli investigatori della polizia, ma un altro poderoso apparato della sicurezza Nazionale: il DGSI, cioè la Direzione Generale per il contro-spionaggio Interno. Due colossi dell’Intelligence transalpina che, in luogo di collaborare, si fanno lo sgambetto a vicenda.
Domanda: Perché Forestier si dimise dal servizio subito dopo essere stato inquisito? E perché fu ucciso sei mesi dopo, mentre le investigazioni erano ancora in corso?
Riposta: A questa domanda si può solo rispondere con quelle ipotesi che chiunque stia leggendo, avrà già formulato.

Rivalità e lotte intestine tra i servizi dell’Intelligence francese

Quartier generale del DGSE a Parigi

Filmografia e letteratura sulle “Spy story” ci hanno abituati alla narrazione dei perenni conflitti tra FBI e CIA o tra gli Mi5 e gli Mi6 britannici, ma qui, l’opposizione tra DGSE e DGSI appartiene alla realtà e avviene nel cuore della vecchia e civilissima Europa. E’ noto che il servizio per lo spionaggio estero (DGSE, appunto) deve scupolosamente astenersi dall’agire entro i confini della Nazione cui appartiene, poiché questo compete esclusivamente alla sua organizzazione gemella: il DGSI. Ma, ci sono le prove che Daniel Forestier agiva in stretta esecuzione degli ordini ricevuti dall’istituzione cui apparteneva? Solo lui potrebbe negarlo o confermarlo, ma con cinque pallottole in corpo, non è ormai più in grado di farlo. A chi giova quindi la sua scomparsa?
Non fatelo dire a me, ma provate a rispondetevi da soli.

Certo è che, mentre le investigazioni sul presunto complotto sono tuttora in corso, l’omicidio dell’ex agente del DGSE – ormai definitivamente zittito – getta una torbida luce sul già intricato scenario che coinvolge, il regime di Sassou-Nguesso; dei suoi oppositori rifugiati in Francia e dello stesso governo parigino. Del resto, questo è anche quanto sostiene lo stesso generale Ferdinand Mbaou. “Con l’omicidio di Forestier – ha dichiarato – cade anche l’ultima speranza di scoprire chi fosse il mandante dei complotti per uccidermi”.

Sì, complotti, perché non più tardi di quattro anni fa, il Generale congolese, fu vittima di un attentato nei pressi di Parigi, nel quale fu ferito gravemente, ma riuscì miracolosamente a sopravvivere, benché viva tuttora con una pallottola a pochi centimetri dal cuore, pallottola che i chirurghi preferiscono non estrarre per non compromettere le funzioni vitali. “Ho più volte informato le autorità francesi che vogliono uccidermi – ha riferito Mbau alla stampa –ma nessuno ha mai preso provvedimenti al riguardo”. Opinione, questa, largamente condivisa da altri esuli congolesi, che si dicono soggetti a costanti intimidazioni in tutta Europa, perché si astengano da commenti negativi nei confronti del governo in Patria.

L’ambiguo silenzio dei media italiani

Quartier generale del DGSI a Parigi

E’ piuttosto improbabile che questa spinosa vicenda sia di supporto al sussiegoso e sempre ostentato grandeur francese, anzi… un accadimento del genere, con i foschi sospetti che ispira, basterebbe a far tremare l’intero establishment di qualsiasi grande potenza occidentale e dimostra quanto sia ancora tenace la morsa con cui la Francia stringe, influenza e controlla le sue ex colonie africane (e non solo quelle) con ostentata aggressività e assoluto cinismo.

Ma oltre al rammarico di aver deluso le attese dell’esule congolese incontrato a Nairobi, sbalordisce anche il totale silenzio che i media italiani hanno riservato a un accadimento di tale gravità, esploso ai vertici di una delle più importanti Nazioni europee. Incidentalmente, si tratta dello stesso silenzio che i nostri organi d’informazione hanno riservato agli oscuri e mai decifrati retroscena che facevano da sfondo alla vicenda di Silvia Romano, la volontaria milanese rapita in Kenya. Che significato attribuire a questi silenzi? Indifferenza? Superficialità? O, peggio, collusione, con chi ha interesse a mantenere un basso profilo su questi accadimenti?

Da sinistra a destra, i giornali italiani, sono ormai quasi del tutto privi di corrispondenti esteri di valore. Si limitano a raccogliere notizie dalle agenzie di stampa, aggiungendovi solo un po’ di maquillage per poterle pubblicare, ma sono sempre più simili a bollettini parrocchiali, dove l’obiettivo imperante e quello di fare campagna politica per le ideologie care ai propri editori.

Appena venuto a conoscenza dello scenario in cui si è compiuta l’uccisione di Daniel Forestier, ho tentato di rintracciare l’uomo incontrato a Nairobi, ma si era volatilizzato. Forse era rientrato in Congo o (come spero) aveva ottenuto asilo in qualche paese francofono fuori dall’area d’influenza dell’Eliseo.
Il “Congo-Brazzaville” (Congo-B) viene spesso confuso con la “Repubblica Democratica del Congo” (Congo-K), la cui capitale è Kinshasa. Si tratta di due distinte Nazioni del tutto indipendenti l’una dall’altra, benché abbiano purtroppo in comune instabilità politica, conflitti e continui rovesciamenti di potere.

Come riferisce Le Monde”, nei suoi ultimi giorni di vita, Daniel Forestier, appariva nervoso e preoccupato. Pur senza scendere in dettagli, aveva detto ai familiari: “Sento che sta per succedermi qualcosa”.

Le cinque pallottole del ventun marzo 2019 gli hanno dato tragicamente ragione.

 

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