L'opinione

La tracotanza del “Noi non ci facciamo dare lezioni da nessuno!”

La suscettibilità è nemica del buon senso

Il tratto di strada comunale che separa la nostra abitazione in campagna dal paese è disseminato in vari punti di terra, ghiaia, brecciolino e fango, dilavati e trasportati dall’acquazzone di alcuni giorni prima. In un bar, la conoscente dal nord Europa con cui sto chiacchierando m’informa che nel suo paese obbligano i proprietari dei campi e dei viottoli adiacenti da cui quei materiali provengono, a sistemare griglie o quant’altro possa impedire che essi finiscano sul manto di strade pubbliche mettendo in pericolo l’incolumità o addirittura la vita degli utenti, soprattutto quelli su due ruote.

Pensiamo agli adolescenti, meno allenati di noi adulti a connettere causa con possibile effetto, a riconoscere un pericolo, a prevedere le conseguenze di un comportamento incauto. Pensiamo alla loro ingenua incoscienza, pensiamoli di notte su un motorino. Il tratto di strada cui facevo riferimento è in curva e nemmeno illuminato. La mia conoscente dice che, nella nazione da cui proviene, la prima volta ti ammoniscono, la seconda t’impartiscono una multa salatissima. Un uomo che ci sta ascoltando, con voce sgradevole e tono arrogante, esplode: “Ah raga’, e se nun ve sta bene, annatevene!” Al che io, imitandone la voce stridula e il dialetto, senza neanche guardarlo in faccia ma continuando il discorso sulla traccia da lui proposta, gracchio forte e chiaro: “Che se noi volemo fa’ mori’ i nostri figli sui motorini, voi de che v’empicciate?”

Lo stesso meccanismo si riscontra, amplificato, sui social: pletore di commentatori impulsivi e rabbiosi che emettono giudizi istintivi, irragionevoli, frettolosi, dettati da pulsioni intestinali e dall’atavica avversione per lo straniero. Articoli e post valutati non in base al loro contenuto ma alla provenienza geografica e ideologica dell’autore. Il risultato, come nella vita reale, è sempre quello: “Se non le va bene, se ne vada”. Lo slogan “Noi non ci facciamo dare lezioni da nessuno” ci ha un po’ troppo preso la mano. Al contrario, abbandonando ogni forma di alterigia, potremmo avvalerci di qualche ripetizione in certe materie; ne trarremmo sicuro beneficio.

Dove la presunzione rimpiazza l’umiltà, germogliano i disastri

Università italiane, costi elevati, ma poca efficienza
Università italiane: alti costi, ma bassa efficienza

Potremmo osservare come altrove si combattono con successo corruzione, malaffare e aumento incontrollato della spesa pubblica; come si rendono le città sicure di giorno e di notte; quali strategie si adottano per rendere i servizi efficienti invece di farli collassare. Potremmo, armandoci solo di un po’ di umiltà, imparare a non consegnare il Paese in mano a incendiari e palazzinari e a disprezzare i nani politici che, interessati solo al proprio tornaconto clientelare, lisciano il pelo agli elettori. Dovremmo modernizzarci in vari campi, siamo, ad esempio, una terra di terremoti con leggi antisismiche superate in Giappone e California da almeno cinquant’anni.

Copiando dai più bravi, potremmo opporci allo scadimento sistematico della qualità di tutto: sanità, magistratura, politica, istruzione. Senza dubbio dovremmo abbandonare l’abitudine ormai consolidata di promuovere a eccellenza nel mondo ciò che eccellenza non è. Pensiamo alle nostre università spesso citate come fiore all’occhiello nel panorama internazionale, pur non vantando l’Italia un solo ateneo fra i primi 100 nel mondo. Faremmo cosa saggia se imparassimo da altri a collaborare, a considerare la cosa pubblica come ricchezza condivisa anziché come preda da saccheggiare e se smettessimo di cercare sempre qualcun altro da infamare per vizi, peccati ed errori nostrani.

Siamo invece un Paese di gente che non ama assumersi le proprie responsabilità, che reclama diritti rifiutando l’idea che a essi si accompagnano sempre altrettanti doveri. Un Paese di gente che tira a fregarsi, dove tutti imbrogliano tutti secondo il principio che pesce grande frega pesce piccolo, con meccanismi regolati da una spietata scala gerarchica delle dimensioni ittiche, atta a consegnare progressivamente ogni pesce alle fauci di quello più grosso di lui. Abbandonando i condizionali e tornando dall’ipotetico ai fatti, la realtà è che l’Italia procede impettita nel contesto internazionale intonando in coro i soliti meme:

“Siamo stati i padri fondatori dell’EU”;
“Siamo il museo del mondo con il 50% (all’occorrenza 60, 70, anche 90 e oltre) del patrimonio artistico mondiale” (una delle bufale più clamorose inventate dal ciarlatano di turno);
“Come si mangia da noi non si mangia da nessun’altra parte del mondo”;
“Quando noi eravamo già froci loro stavano aggrappati ai rami”.

Un passato glorioso non giustifica i fallimenti del presente

Le glorie dell’Impero Romano. Ben poco è rimasto nell’Italia odierna

Giustamente fieri del nostro glorioso passato imperiale, sbandieriamo tuttavia questa eredità senza renderci conto che se altri popoli, in alcuni aspetti, ci hanno superati, qualche errore lo dobbiamo aver commesso. Se eravamo partiti, duemila e più anni fa, con tanto vantaggio, da qualche parte lungo il cammino della storia sicuramente dobbiamo essere inciampati.

“Quando loro ancora stavano sugli alberi noi eravamo già froci” è il nostro cavallo di battaglia, dimenticando che l’antico popolo romano si è garantito secoli di gloria proprio grazie alla capacità di osservare in cosa le genti conquistate fossero migliori e all’intelligenza di assorbirlo. I barbari, invece, quello che non conoscevano, non lo capivano e di conseguenza lo distruggevano, praticamente come spesso avviene oggi nella vita reale e nei vari commenti sui social: “Se non vi sta bene, andatevene”, invece di fermarsi, osservare, riflettere, assorbire.

Sostituendo a “siciliani” il termine “italiani” in una riflessione di Tomasi di Lampedusa, otteniamo un quadro realistico della situazione attuale: “I siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria, ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla”. A volte, invero, all’attesa del nulla si sostituisce l’attesa del miracolo.

Una fetta della popolazione italiana si è ridotta a un branco di lemming impazziti che corrono sconclusionati verso il precipizio, inneggiando baldanzosamente al “Che noi…noi non ci facciamo dare lezioni da nessuno!”

Peccato, proprio ora che loro, i “barbari”, finalmente sono diventati “froci”, molti di noi… sono tornati sugli alberi.

Fonti:

https://www.finestresullarte.info/focus/favola-dell-italia–50-per-cento-del-patrimonio-artistico-mondiale

https://amp.baritoday.it/formazione/universita/world-university-rankings-2020-migliori-universita-mondo.html

https://www.gqitalia.it/news/article/migliori-universita-mondo-2020 

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Una risposta

  1. Articolo splendido.
    14 anni che vivo all’estero, ancora sperando di vedere il mio bel paese risvegliarsi dal torpore…

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