Politica

La speculazione finanziaria rischia di distruggere le imprese manifatturiere e l’economia reale

Economia
Franco Nofori
17/05/2021
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

L’antico principio dei profitti e delle perdite

C’era un tempo, neppure troppo lontano, in cui le imprese industriali, artigiane e commerciali, ma anche le attività professionali e quelle dedite alla fornitura di servizi, prosperavano o languivano, in ragione di un semplice calcolo aritmetico: dalle entrate si sottraevano le uscite e se il risultato aveva un segno positivo, lo si definiva “profitto”, se invece era negativo, prendeva il nome di “perdita”. L’abilità dell’imprenditore, consisteva nell’ottimizzare i processi produttivi e ridurre quanto più possibile – attraverso la costante ricerca dell’efficienza – i costi di gestione. Tutto questo, oltre a sapersi confrontare con la concorrenza, per realizzare un rapporto vincente tra qualità e prezzo, al fine di attrarre l’interesse del consumatore.

In quel tempo, distribuita una parte del profitto ai soci, il resto veniva reinvestito nell’azienda: nuove tecnologie produttive, nuove strategie commerciali, studio delle tendenze di mercato e conseguente aggiornamento dei servizi offerti. Se si ricorreva al prestito bancario, era unicamente per facilitare il raggiungimento di tali obiettivi. Gli Istituti di Credito, nelle loro sedi sparse sul territorio, agivano in totale autonomia. Il direttore e il personale, mantenevano i propri incarichi, sempre nella stessa sede, fino alla pensione e acquisivano così una profonda conoscenza dei propri clienti, la bontà dei loro progetti imprenditoriali e la loro affidabilità. Sulla base di tali conoscenze, potevano concedere finanziamenti e facilitazioni senza scomodare le sedi centrali, diventando così affidabili consulenti della propria clientela.

L’era dei fondi d’investimento

Nasce la figura del “Consulente finanziario”

Poi, con il passare del tempo, alla reddittività aziendale, si affiancò un altro (all’apparenza allettante) sistema per fare soldi: la speculazione finanziaria. Si scoprì che la trattazione dei titoli in borsa poteva diventare molto redditizia. Attraverso l’acquisto e la vendita di pacchetti azionari altrui, si riusciva a realizzare guadagni molto più alti di quelli forniti dal semplice profitto aziendale. Naturalmente occorreva possedere una certa competenza in merito che, attraverso la stretta osservanza sull’andamento dei titoli, potesse far ragionevolmente prevedere quelli che erano destinati a scendere o a salire. Nacquero così i “consulenti finanziari” di cui, oltre alle varie società d’investimento, si dotarono anche le banche stesse, che presero così a consigliare i propri clienti su come far fruttare rapidamente i propri capitali.

Gran parte del profitto aziendale, anziché essere reinvestito nell’azienda, fu così fatto confluire nel mercato azionario, il cui andamento restava del tutto estraneo ai risultati conseguiti dall’impresa. In molti casi, i proventi che furono realizzati erano strepitosi, ma presto, al semplice andamento dei titoli azionari, si affiancò anche una loro disinvolta speculazione. Grossi gruppi finanziari, attraverso massicce operazioni di acquisto o di vendita, erano in grado di far salire o crollare rapidamente i titoli interessati, provocando così stratosferiche impennate del loro valore o disastrose bancarotte. Il tutto senza alcun riferimento all’effettivo sviluppo dell’attività aziendale cui si riferivano. I piccoli operatori di borsa, si trovarono così travolti da un impetuoso fiume in piena, senza che nulla potessero fare per contrastarne la corrente.

Le tragedie del “Guadagno facile”

Vicenza. Cittadini in corteo protestano per il crollo dei titoli della Banca Popolare di Vicenza

Il crollo della borsa americana di Wall Street del 29 ottobre 1929 (ricordato come il “martedì nero”) provocò l’istantanea rovina di migliaia d’imprese, cui seguirono centinaia di suicidi. La borsa americana perse di botto 14 miliardi di dollari e i suoi effetti devastanti si diffusero rapidamente in tutti i paesi industrializzati del mondo. Ma senza andare indietro di quasi un secolo, ci sono anche casi molto più recenti che illustrano la pericolosità di queste operazioni. Nel 1997, proprio nel pieno della sua imperiosa ascesa economica, la Corea del Sud, rischiò la bancarotta di Stato causa l’improvvisa vendita sul mercato internazionale dei propri titoli finanziari e poté salvarsi in extremis solo grazie al tempestivo intervento degli Stati Uniti e del Fondo Monetario Internazionale. Qualcosa di analogo, avvenne nello scandalo che nel 2003, provocò il fallimento della Parmalat, benché la sua presenza sul mercato fosse molto solida e redditizia.

Gianni Zonin, ex presidente della Popolare di Vicenza condannto sei anni di carcere

Per restare in ambito italiano, si arriva così alla vera e propria truffa attuata da due importanti banche del nord-est: la Popolare di Vicenza e la Veneto Banca, che imposero al personale delle loro sedi territoriali di offrire l’acquisto dei propri titoli alla clientela, proprio mentre la gestione si stava avviando alla bancarotta. Questo vergognoso episodio, ha finora prodotto quattro condanne a se anni per ciascun imputato, pene che, a fronte dell’ammontare di una truffa, stimata intorno ai 18 miliardi di euro, appaiono assolutamente oltraggiose per chi ne ha subito gli effetti. Eppure, malgrado questi precedenti, le speculazioni di borsa continuano, benché sia ormai chiaro che i loro esiti non sono molto diversi dalle puntate su una roulette o su un tavolo di poker. “Chi non risica non rosica” si dice, ma un conto è affidarsi alla cieca dea della fortuna, un altro e cadere nelle mani di lestofanti che sanno piegare la sorte al proprio volere.

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