Politica

Italiani, fate ciò che lo Stato ordina, ovvero: “Obbedir tacendo e tacendo morir!”

Pensare al pasto attorno a resti già spolpati

L’Agenzia delle entrate ha smentito una dichiarazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze in merito all’Iva da applicare ai pasti a domicilio, quelli prenotati via Facebook, applicazioni di smartphone e altri sistemi e che consentono ai ristoranti di incassare qualche euro nei lunghi periodi in cui i DPCM ne impongono la chiusura totale o l’apertura solo per poche ore del giorno, escludendo la sera.

Rispondendo a un’interrogazione sul tema lo scorso 18 novembre, durante le interrogazioni a risposta immediata presso la Commissione finanze della Camera dei deputati, il sottosegretario Alessio Mattia Villarosa, aveva assicurato che ai pranzi da asporto e consegnati a domicilio si può applicare la stessa aliquota Iva imposta ai pasti somministrati nei ristoranti. Non tutti lo sanno, ma la normativa vigente prevede che ai pasti consumati al ristorante sia imposta l’aliquota del 10 per cento, mentre per l’asporto e la consegna a domicilio l’aliquota è quella ordinaria del 22 per cento o comunque quella specifica dei prodotti acquistati.

La grave emergenza in corso – questo è il parere del Ministero dell’Economia – consente delle eccezioni per le categorie colpite da restrizioni e nel caso specifico l’imposizione dell’aliquota al 10 per cento sia per la somministrazione, sia per l’asporto e la consegna a domicilio fino a quando siano in vigore le suddette restrizioni. Ma il 15 dicembre. “Eutekne.info”, organo di stampa dei commercialisti, ha pubblicato la replica dell’Agenzia delle entrate: “Le cessioni di alimenti e bevande da asporto, in mancanza di servizi a supporto della vendita, non possono qualificarsi come somministrazioni soggette ad aliquota Iva del 10 per cento. L’utilizzo di un’applicazione Internet che consente di effettuare gli ordini a distanza, assicurando una migliore gestione dei tempi di attesa nei locali, anche in ragione dell’attuale contesto di restrizioni legate all’emergenza epidemiologica, non è sufficiente, di per sé, a qualificare l’operazione come prestazione di servizi”.

Guerra bizantina tra Agenzia delle Entrate e Ministero delle Finanze

Inutile obiettare che anche per i cibi da asporto e consegna a domicilio si prestano servizi, ovvero l’intervento umano necessario per la loro preparazione e confezione. Secondo l’Agenzia delle entrate “tra gli elementi qualificanti un’operazione di ristorazione, idonei a distinguere quest’ultima dalla mera cessione di alimenti da asportare, vi sono, tipicamente, la cottura dei cibi, la loro consegna materiale su sostegno, la disponibilità di un’infrastruttura comprendente una sala da ristoro con servizi annessi, arredi e stoviglie e l’eventuale presenza di personale per il servizio al tavolo”. Tutto questo l’Agenzia delle entrate lo afferma richiamando “i principi affermati nella giurisprudenza comunitaria” ovvero la Corte di giustizia UE.

Non è finita. Proprio per non lasciare dubbi, nel parere pubblicato su “Eutekne.info”, si legge che nel caso specifico posto da una società che gestisce diversi ristoranti con lo stesso marchio: “La preparazione del prodotto sembra richiedere essenzialmente azioni standardizzate, effettuate in modo costante e regolare. Pertanto il lavoro umano di preparazione non può essere considerato quale elemento preponderante dell’operazione”.

In altre parole, nell’asporto e nella consegna a domicilio prevale il “dare” sul “fare” e quindi l’aliquota non può essere al 10 per cento. Intervistato dal quotidiano Il Giornale, l’ex viceministro al Ministero dell’Economia Enrico Zanetti, commercialista, ha commentato che la posizione dell’Agenzia delle entrate sembra quasi un incentivo all’assembramento e sicuramente suona come un accanimento verso il settore del ristoro così provato, come altre categorie, dalle disposizioni adottate dal governo nel tentativo di contenere la diffusione del Covid-19.

 Siamo in piena epoca Orwelliana

“Qui si sconta il pressapochismo politico del Ministero dell’Economia – ha detto Zanetti – e l’ottusità tecnica dell’Agenzia che giocano a farsi i dispetti sulla pelle di un settore già in ginocchio. Adesso è urgente – ha aggiunto – una norma d’interpretazione autentica. Altrimenti, per fare un’effimera bella figura politica, si lasciano consapevolmente esposti i contribuenti interessati alle contestazioni dell’Agenzia che la pensa diversamente dal Ministero”.  

Come se non bastasse, l’incertezza su che cosa si potrà fare nei prossimi giorni, durante le festività natalizie, crea altri enormi problemi a ristoranti, bar, a tutto il settore della ristorazione e di conseguenza alla filiera di aziende a esso legate. Dopo le chiusure imposte a novembre, per “garantire un Natale libero”, sembra che stia per essere annunciato un lockdown senza eccezioni. Chi ha già acquistato generi alimentari e altro, in previsione di poter aprire e lavorare, si domanda che ne farà dei prodotti che non userà e ha di fronte la prospettiva di nuovi, ulteriori danni economici. Chi ha fatto delle ordinazioni, si domanda se non sia meglio sospenderle o l’ha già fatto, lasciando i propri fornitori con merci invendute.

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