Politica

Iraq, da osannante amico a feroce avversario degli Stati Uniti

Estero
Franco Nofori
25/06/2021
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Prima battimani, poi scariche di mitraglia

Vita difficile per le truppe americane ancora presenti in Iraq. La rabbia popolare monta giorno dopo giorno, alimentata da agitatori iraniani che organizzano attacchi contro le installazioni militari. Si tratta di ribellioni ormai caratterizzate da un’incessante escalation che ha avuto inizio dalla fine del 2019. L’Iran ha del resto gioco facile poiché – proprio grazie alla dabbenaggine americana – opera oggi in un Paese governato dagli sciiti e non più dagli odiati nemici del partito Baath sunnita. Le truppe della coalizione internazionale, nelle due guerre contro l’Iraq, hanno conosciuto tutti gli aspetti di una vasta schizofrenia popolare. C’era chi li osannava come liberatori e chi scaricava loro addosso sventagliate di kalashnikov, ma non si trattava d’altro che dell’esternazione delle profonde e mai sanate fratture tra due distinte etnie islamiche: quella dei sunniti e quella degli sciiti. Le stesse che hanno insanguinato la Siria e continuano a insanguinare lo Yemen nell’aspro confronto tra Iran e Arabia Saudita, rispettivamente appartenenti alle etnie in questione.

L’Iran è il regime che più trae vantaggio da queste tensioni che servono per rintuzzare la politica di Washington volta a ostacolare i loro costanti tentativi di dotarsi dell’armamento nucleare. Ecco quindi la domanda da porsi: E’ stato davvero saggio abbattere il regime di Saddam Hussein, per cadere nello spietato fanatismo degli Ayatollah? Gli equilibri geopolitici, non si basano sui principi umanitari o morali e benché il precedente governo dell’Iraq fosse una feroce dittatura, era improntato all’assoluto laicismo e non conosceva le intransigenti barbarie del fondamentalismo religioso. Tant’è che lo stesso ministro degli esteri, Tarik Aziz, pur essendo il fedele braccio destro di Saddam Hussein, era anche un cristiano osservante, cosa che nell’Iran odierno gli sarebbe probabilmente costata la testa.

L’alto prezzo degli errori USA

Sciiti iracheni abbattono la statua di Saddam Hussein

Il popolo iracheno non amava Saddam Hussein. Non solo non lo amava la maggioranza sciita, ma non lo amavano neppure i sunniti, etnia cui il dittatore apparteneva. Perfino all’interno del partito Baath, di cui era a capo, il prevalente sentimento nei confronti del leader baffuto era uno sconfinato terrore, benché mascherato dalla servile adulazione. Saddam Hussein era uno psicopatico crudele e paranoico. I suoi biografi narrano che già da bambino, si divertiva a infilare nel retto dei cani barre di ferro incandescente beandosi dei loro strazianti guaiti di dolore. La sua caduta, in un altro contesto geopolitico, avrebbe quindi sancito la liberazione di un popolo oppresso, ma l’aspro confronto etnico che vige a quelle latitudini, ha invece aperto la strada a un’altra influenza non meno spietata e intransigente: il fanatico regime iraniano degli Ayatollah di confessione sciita.

Se la prima Guerra del Golfo, aveva una sua legittimazione, la seconda, condotta dalla coalizione internazionale a guida statunitense, era nata in forza di un artifizio che imputava all’Iraq il possesso di ordigni nucleari che in realtà non esistevano. Le prove confezionate ad arte a questo scopo, caddero una dopo l’altra creando serio imbarazzo alle amministrazioni americana e britannica. Tuttavia, quell’intervento, avrebbe almeno avuto un risvolto positivo nell’aver liberato il popolo da un despota feroce e sanguinario, quale era Saddam Hussein, ma quel risvolto positivo fu grossolanamente vanificato dagli americani che, con una scelta del tutto sprovveduta, non solo consegnarono l’Iraq all’influenza iraniana, ma fecero di peggio: smantellarono totalmente le forze armate irakene, incluse le truppe d’élite della Guardia Repubblicana, disperdendo così il più potente e meglio organizzato esercito della regione.

Fu quella una decisione tanto insensata quanto tragica perché da essa derivò la nascita dell’Isis, con i conseguenti e indicibili massacri che si protrassero per anni e che ancora oggi non sono del tutto spenti. I miliziani del Califfato Islamico, provenivano, infatti, dallo spodestato esercito iracheno e nella loro rapida espansione diedero esauriente e drammatica prova dell’alto livello di capacità bellica e strategica, infliggendo al mondo un immane bagno di sangue. Con tutti i suoi errori e le sue contraddizioni, l’America resta comunque l’unico potente baluardo a protezione della civiltà e del diritto, non certo patrimoni dei voraci regimi asiatici o di un’Europa perennemente litigiosa e dagli artigli ormai spuntati. Il furioso antiamericanismo che infiamma spesso alcuni strati del mondo occidentale, equivale quindi a una corsa verso il suicidio. Ciò premesso, non sarebbe male che la grande Nazione d’oltre Oceano, abbandonasse l’atteggiamento del bravo ragazzo dai tratti bulleschi e affinasse le proprie strategie evitando danni a se stessa e all’intero Occidente che a lei s’ispira.

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