Approfondimenti

Indegno sfruttare il lavoro degli immigrati. Ma oltre gli sterili slogan “Chi sfrutta chi?”

Non più sudditi dell’oppressore bianco, ma finalmente uomini liberi.

Da oltre mezzo secolo, i paesi africani, si sono ormai affrancati dal dominio coloniale europeo. Ora sono le leadership nere a governare i propri popoli. Le genti africane non sono più soggette al giogo degli invasori, ma sono finalmente libere di autogestirsi, di eleggere chi deve guidarle, di assicurarsi gli irrinunciabili diritti che sanciscono l’esistenza di una società civile. Per questo gli africani, ovunque s’incontrano, si chiamano l’un l’altro “brother” o ”sister”. Questo fraterno appellativo implica la consapevolezza di essere donne e uomini liberi, pur entro l’anello di solidarietà che li congiunge. L’asservimento alla volontà altrui è scomparso e con esso, è anche scomparsa l’odiata discriminazione che li rendeva non cittadini ma sudditi. Ora unendosi in un entusiastico sforzo solidale, possono trasformare i luoghi in cui sono nati, nell’agognata terra promessa. Ma è davvero così?

Libertà e solidarietà nel ricco Sudafrica.

L’opulento Sudafrica, quando riuscì a sottrarsi alla brutale segregazione boera, apparve come una vivida luce di speranza per tutti i diseredati del continente nero. C’era finalmente una terra ricca e piena di opportunità, gestita da altri fratelli neri che, proprio come fratelli, li avrebbero accolti a braccia aperte. Fiumi di migranti africani si riversarono quindi nelle attive città di Johannesburg, Cape Town, Durban, Pretoria, in cerca d’impieghi che consentissero loro di approdare a più decorose condizioni di vita, ma si scontrarono subito con la più amara delle sorprese: i “fratelli” sudafricani non aprirono affatto le braccia per accoglierli, anzi, quelle braccia le usarono per pestarli a sangue e sbatterli in galera, per procedere poi alla loro espulsione. Il nuovo governo di quei “fratelli” neri, istituì addirittura compensi in denaro per chiunque desse loro la caccia e li affidasse alla polizia.

Dimostrazione anti immigrati in Sudafrica

Il concetto africano della solidarietà.

Come si vede, la pretesa solidarietà africana, è una delle molte e ipocrite favole propagandate dalla retorica buonista. In realtà, nessuno sa sfruttare gli africani, meglio dei loro stessi “fratelli” che li sfruttano oltre il possibile e schiacciano i loro diritti sotto la macina di un’arrogante e impietosa tracotanza.

Ecco ciò che scrive Giacomo Brusto, un amico che in Africa ha speso la maggior parte della propria vita: “Naomi, è una ragazza africana, sveglia, efficace, seria e anche attraente. Fa la cameriera in un ristorante sulla costa del Kenya, di proprietà di un suo connazionale. La sua giornata lavorativa si protrae per dodici ore; dalle sei del mattino alle sei di sera. Non è assunta in forma permanente. E’ pagata a giornata con poco più di due euro, ma se è ammalata, com’è avvenuto negli ultimi tre giorni, non prende nulla. Da questo magro compenso, Naomi, deve detrarre cinquantacinque centesimi per il trasporto da casa al posto di lavoro e resta cosi con un euro e quarantacinque centesimi con cui deve sfamarsi, vestirsi e pagare l’affitto di casa che condivide con la sorella. Chiamarla casa, in realtà, è un puro eufemismo: non ci sono servizi igienici, acqua ed elettricità sono spesso assenti. Il canone d’affitto è di otto euro e cinquanta centesimi mensili di cui Naomi si accolla la metà, cioè trentasei ore di lavoro solo per poterlo pagare. Mangia come e quando può e non ha alcuna tutela sociale. Se si ammala, deve farsi carico dei farmaci e pagare il medico che la visita. Ciò nonostante, Naomi, riesce miracolosamente a mettere da parte circa trenta centesimi al giorno con i quali cerca di affrontare le emergenze”.

Per tentare di raggiungere l’Europa o si paga o ci si rende schiavi.

Per avere un riferimento che consenta di meglio valutare il rapporto tra lo stipendio di Naomi è il costo della vita in Kenya, basterà dire che il prezzo di una birra locale e intorno a un euro. Eppure la situazione di Naomi, non è che un esempio delle molte realtà che gli africani vivono nei propri Paesi, oggi autogestiti da “fratelli” che si rivelano più voraci e impietosi dei vecchi colonizzatori bianchi ed è sorprendente che una ragazza giovane e attraente, accetti di schiavizzarsi in un lavoro affatto gratificante, quando potrebbe usare il proprio corpo, come non raramente fanno altre ragazze per sopravvivere. Chi potrebbe sostenere che, in queste condizioni, Naomi non ha l’umano diritto di tentare la fuga verso i lidi europei? Sì, ne avrebbe diritto, ma anche se lo volesse, dove potrebbe trovare i quattro o cinquemila euro necessari per sostenere il viaggio? Certo, è giovane e bella; le basterebbe vendere se stessa, ma se l’avesse voluto fare, l’avrebbe già fatto nella terra in cui vive, invece di farsi sfruttare dal satrapo per cui lavora.

Un bar a gestione locale sulla costa del Kenya

Gli africani in Africa e gli africani in Italia.

“L’Africa presenta situazioni di ben più grave indigenza, rispetto a quella vissuta da Naomi – osserva ancora Giacomo – e allora come può non stupire che un’Italia becera e manieristica si commuova e si spertichi in favore di giovani immigrati, fancazzisti che ciondolano tutto il giorno con smartphone e cuffiette per sentire musica e chiacchierare (ma con chi parleranno mai per ore e ore?), indossando jeans con il cavallo basso modello “scagazza” che lasciano in bella mostra mutande colorate con le macchinine, e coordinate con scarpe di tela rossa, come impone la moda. Certo, loro possono farlo. Hanno appartamenti gratis con servizi privati e televisori. Mangiano tutti i giorni, sono curati gratuitamente (anche se arrivano con epatite, scabbia e tbc) e se avvertono i richiami del sesso, possono sempre ricorrere ad alcune “pasionarie dell’accoglienza” che non glielo negheranno, ma in caso di necessità più impellenti, resta sempre lo stupro di qualche ragazza bianca incontrata in un angolo buio”.

Chi delinque nel nostro Paese?

A questo proposito e al di là di ogni fede partitica, credo siano illuminanti i dati recentemente forniti dal Centro Studi della Confcommercio: “Su mille cittadini italiani, quattro si dedicano al crimine; su mille immigrati regolari, otto si dedicano al crimine; su mille immigrati irregolari, ben duecentoquaranta (uno su quattro) si dedicano al crimine”. Ora, fingere di ignorare volutamente questa realtà – riscontrata da un organo assolutamente estraneo alla faida politica – da parte di chi è tenuto ad avere a cuore le sorti dell’Italia, non è solo gravemente irresponsabile, ma è addirittura criminale, perché significa lasciare che venga innescata una bomba a orologeria nel nostro Paese. Possibile che si debba continuare a spacciare queste scelte vergognose, come atti di elevato umanitarismo?

Africani richiedenti asilo in Italia

La colpa di tutto è sempre e soltanto del colonialismo?

Così, mentre l’Europa si macera nell’auto-fustigazione per il suo turpe passato coloniale e spalanca le braccia all’accoglienza, molti di quei nuovi ospiti – che nessuno ha mai invitato – reclamano a gran voce diritti di cui le popolazioni autoctone non hanno mai goduto. Partecipano a ogni manifestazione in cui ci sia la possibilità di sfasciare strutture pubbliche e private, galvanizzati dal sostegno dei centri sociali e dai lacrimosi umanitaristi che popolano il vecchio continente.

Giacomo non ha rivelato a Naomi questa realtà dell’Italia di oggi, nei confronti dei suoi “fratelli” emigrati. E’ intelligente e probabilmente si sarebbe sentita presa in giro, ma a ben guardare, a essere presa bellamente in giro è quest’Italia schiamazzante e rigurgitante ottuso umanitarismo, portata a mercificare se stessa, come la più consumata delle cortigiane, ma con una differenza: è lei a pagare per le prestazioni che fornisce, non il contrario.

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