Politica

Impeachment e censura per Donald Trump, certificano la morte della democrazia

I mai dimenticati orrori del comunismo

E’ passato poco più di un secolo dalla rivoluzione russa dell’ottobre 1917 che ha introdotto il primo esempio di marxismo socialista nel mondo. Da allora l’ideologia di sinistra ha subito trasformazioni così radicali, da renderla addirittura antitetica verso i principi propugnati al suo esordio. Fino agli anni ’70 il comunismo di matrice sovietica dilagò nel mondo, diffondendovi la bandiera del progressismo sociale volto a rappresentare i diritti dei poveri contro le iniquità del capitalismo. Gli esiti del secondo conflitto mondiale portarono metà della popolazione europea sotto l’egemonia di Mosca e il comunismo raggiunse anche molti paesi, africani, asiatici e sudamericani, portandovi sanguinosi conflitti, che anziché combatterle, promossero ovunque povertà e feroci oligarchie.

Il mondo visse per decenni sotto la spada di Damocle della “guerra fredda” che rischiò più volte di sfociare in un conflitto nucleare. Tuttavia, la dottrina dell’uguaglianza e la difesa delle classi operaie contro il capitalismo, restarono i solidi emblemi del socialismo internazionale, sublimando così anche alcuni dei suoi più feroci rappresentanti, tra cui; Stalin, Mao Zedong, Fidel Castro, Che Guevara, Idi Amin Dada e Bokassa.
In Italia, l’allora leader del partito comunista, Palmiro Togliatti, abiurò addirittura alla cittadinanza italiana per ottenere quella sovietica e poi proclamare, dopo averlo fatto, che si sentiva “finalmente rinato”.  Il socialismo finì così per abbandonare l’originaria connotazione di partito, per assumere quella di credo dogmatico e fideistico, che sopravvisse fino al totale disfacimento dell’Unione Sovietica avvenuto nel 1989 con la caduta del muro di Berlino.

L’indegno voltafaccia della sinistra odierna

Date queste premesse, è quantomeno bizzarro che la sinistra odierna – le cui origini resterebbero solo più rappresentate dal regime cinese – si sia oggi convertita a favore di quei poteri economici un tempo furiosamente deprecati. Banche, grandi imprese e autarchie miliardarie che, indisturbate, monopolizzano l’informazione, applicando censure a proprio insindacabile giudizio, sono oggi alleate alla sinistra. Una sinistra ormai del tutto votata alle strategie dei Rockefeller e dei Soros, che non protegge più i poveri, ma tutti coloro che li rendono tali, cominciando proprio da quella Cina, avviata a conquistare il titolo di prima potenza mondiale, che non poteva tradire meglio la sua pretesa ideologia marxista.

In questo repentino e imprevedibile cambio di fronte, la lotta oggi dichiarata dalla sinistra, è quella contro il populismo, il nazionalismo e il sovranismo, cioè contro qualsiasi sistema che privilegi il bene prioritario del proprio paese, così da poter accedere al disastroso progetto globalista. L’esatto contrario di quanto propugnato dalla filosofia marxista e naturalmente – perché questo progetto si realizzi – occorre abbattere senza pietà chiunque vi si opponga, ancorché rappresenti un’ampia volontà popolare. E’ il caso del presidente americano uscente, Donald Trump.

Gli innegabili errori di Donald Trump

Donald Trump, ha fatto tutto ciò che poteva fare per danneggiare la propria immagine pubblica. Si è creato potenti avversari negli apparati d’intelligence, nei guru dell’informazione e perfino in molti alleati repubblicani. Si è mosso in modo maldestro nell’affrontare il disastro epidemico, minimizzandolo e addirittura irridendolo, salvo poi esserne a sua volta contagiato. Sprezzante, aggressivo e bullesco, ha riscosso un cumulo di antipatie, soprattutto tra i sostenitori dei diritti umani, ambientali, etnici e di gender. Ma se tutto questo è vero, occorre però domandarsi su quali criteri si deve basare il giudizio su uno statista che è alla guida della più potente (almeno per ora) nazione del mondo. Occorre accreditarlo in virtù delle qualità oratorie e gigionesche, oppure in virtù di quanto realizzato nell’espletamento del proprio mandato?

Nel corso della sua presidenza, Trump, ha raggiunto risultati, mai realizzati dalle amministrazioni che l’hanno preceduto. Barack Obama, consacrato con il Nobel per la pace, aveva scatenato ben sette disastrosi conflitti in Afghanistan, Libia, Somalia, Pakistan, Yemen, Iraq e Siria, mentre Trump ha ritirato o ridotto la presenza di truppe americane da vari teatri di guerra, riuscendo, tuttavia, ad annientare lo stato islamico, con l’eliminazione del suo fanatico leader, Al Baghdadi. Ha riaperto i contatti tra USA e Russia. Ha riavvicinato le due Coree, patrocinando l’incontro tra Kim Jong-Un e il suo corrispettivo sud coreano. Ha rivitalizzato e protetto l’economia americana. Ha ridotto le tasse e la disoccupazione. Ha ottenuto il riconoscimento dello Stato d’Israele, da parte di Emirati Arabi, Barehin, Sudan, Kosovo e Marocco che, insieme ai già consolidati buoni rapporti con Giordania ed Egitto, isolano i nefasti propositi iraniani volti alla distruzione dello Stato Ebraico.

Ignobili vendette

Genuinamente convinto che i brogli elettorali gli avessero sottratto la legittima riconferma alla Casa Bianca, Donald Trump, ha ancora una volta obbedito al proprio tumultuoso temperamento. Ha dato pubblico sfogo alla propria rabbia, finché questa è diventata la miccia che ha fatto esplodere (prima volta nella storia americana) la rivolta dei suoi sostenitori che hanno addirittura preso d’assalto Capitol Hill, il santuario della democrazia americana. Un fatto di assoluta gravità, non c’è dubbio, ma è del tutto puerile assumere che Trump, intendesse con questo ribaltare i risultati elettorali a suo favore, non fosse altro perché, se fosse stato il consapevole istigatore della rivolta, avrebbe facilmente realizzato che questa non poteva concludersi, se non con una sconfitta.

Oggi, nel loro cieco e vendicativo livore, i suoi avversari tentano addirittura di assoggettarlo all’umiliante atto dell’impeachment, annullando con un colpo di spugna, tutti gli innegabili risultati conseguiti dalla sua amministrazione. Un intento spropositato e vigliacco che si aggiunge all’intollerabile e vergognosa censura impostagli dalla coalizione di Facebook, Twitter, Instagram, Google e dell’ultima adepta Youtube. Censura che si sta gradualmente estendo anche ai mezzi d’informazione e a ogni commento che esprima solidarietà verso il presidente uscente. Nessuno può affermare con certezza se i brogli denunciati da Trump fossero o no fondati. Certo era un suo diritto esternarli, mentre questa inusitata aggressività nei suoi confronti, non può che fare da preludio al totale disgregamento dei centenari principi democratici.

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