Politica

Il pollo e lo stormo (liberamente ispirato alla fiaba di Fedra)

Un pollo (P) e uno storno (S) si ritrovano contemporaneamente ad attraversare il ponte sull’arcobaleno e a occupare insieme quella specie di fascio di luce, composto di molti fotoni e qualche bosone di Higgs, che altro non è che un ascensore che conduce le anime di chicchessia verso l’ultima definitiva dimora.
Già intravedono in lontananza, avvolto da nuvole rosa, un cancello con su scritto, giacché si tratta del dipartimento degli uccelli e si trova sulla verticale di Roma, “PEACE AND L’OVA”.

Lo storno chiede al pollo:

(S): “Ma tu come sei morto?”

(P): “Se te dovessi di’ come so’ morto,
ma sai che in verità nun me so’ accorto?
La mia nun è che è stata proprio vita,
pertanto so’ contento se n’è ita;
e se me chiedi il modo in cui ho vissuto
te dico in modo indegno da pennuto.
E tu come sei morto?”

(S): Ero con gli altri su un albero, grande e bello, nel cuore di una città stupenda. Dormivamo tutti. Eravamo di passaggio… poi non so, un botto, una luce, uno scontro e poi una luce, diversa però… ho visto il mio corpo sull’asfalto, e c’erano anche tanti miei fratelli…”

(P). “Me fa piacere ch’hai amato la mi’ città,
ah sicché tu sei vissuto in libertà?”

(S): Ma certo, perché, tu invece come sei vissuto? Ma tu parli sempre in rima, scusa?”

(P): Qui a Roma tutti tutti, anche gli uccelli,
amamo li sonetti e li stornelli.
Quanno so’ nato nun c’era la gallina,
c’era un cassone e su na lampadina.
C’erano un par de mille piumosetti
nun emo mai volato su li tetti;
c’hanno riempito bene le budella
in un pollaio fori Roma bella”.

(S): “Capisco, un pollo da allevamento…mi dispiace sai…ad alcuni di noi storni due volte l’anno tocca volare fino allo stremo delle forze, poco cibo, dobbiamo evitare le pallottole dei cacciatori, ma molti ci lasciano le penne. Nelle città la gente ci maledice per il guano e ci vorrebbe tutti morti, a volte mettono in atto piani di cattura e abbattimento, ma nel momento in cui moriamo in massa per altre cause, maledice le cause della nostra morte. I botti, ma tanti di noi sono morti l’altra volta uguale che era febbraio… voglio dire… abbiamo una vita dura, ma non scambieremmo mai la nostra libertà con nessun’altra esistenza. Ma sai che mi sembra di averti visto già? Aspetta… ieri sera, da quel ramo, prima di chiudere gli occhietti… t’ho visto sul piatto di quelli del terzo piano, con una crosticina dorata intorno, in mezzo alle patate… Dai amico pollo, ormai siamo arrivati, ecco il cancello che si apre…”

(P): “Fra gli umani sì, c’è tanta ipocrisia,
ma ormai semo arivati, e così sia”.

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