Politica

Il Paese Italia, un gaudente spendaccione ridotto in mutande dai mentori che ha eletto a rappresentarlo

Un patrimonio in rovina

Pensate quale sarebbe la sorte di una qualsiasi impresa privata se avesse un patrimonio immobiliare di circa 750 mila strutture, completamente abbandonate al degrado. E’ noto che tali imprese private, sono prevalentemente costituite da istituti finanziari e assicurativi, obbligati per legge a costituire idonee riserve patrimoniali a garanzia delle obbligazioni assunte verso i propri clienti. Lo Stato, invece, non è tenuto a questi adempimenti, perché ogni volta che ha bisogno di denaro, è sufficiente che scelga d’indebitarsi, tanto a pagare quel debito, con annessi interessi, ci penseranno i cittadini. Alloggi, ville, palazzi, strutture industriali, reti ferroviarie incomplete, oltre 1.700 stazioni inutilizzate, ospedali, caserme, vecchi sanatori, varie opere pubbliche iniziate e poi abbandonate… un immenso patrimonio di oltre 15 miliardi di euro, appartenenti allo Stato (cioè a tutti noi) lasciato al completo sfacelo.

Molte di queste strutture, sono situate nelle più prestigiose zone centrali delle grandi città e si ergono come elefantiaci ruderi a simboleggiare l’amara inefficienza della pubblica amministrazione. Di là del tristo spettacolo che offrono, deturpando il fascino di antiche vestigia architettoniche, questi cadaveri di cemento, non diventano mai oggetto di una sensata rigenerazione urbana che consentirebbe di alleviare gli annosi problemi che affliggono la nostra società: accessibili soluzioni abitative, efficienti strutture sanitarie, scuole, asili e altri edifici di utilità sociale. Ma anche là dove alcuni di questi caseggiati presentano condizioni adatte per essere utilizzati, sono spesso locati, agli “amici degli amici”, a canoni anche dieci volte inferiori a quelli di mercato. E’ questo il caso dell’INPS, il carrozzone previdenziale che – in totale imprevidenza – possiede, da solo, 30 mila strutture immobiliari per un valore di circa 2,5 miliardi di euro.

Esiste un Nobel per gli sprechi?

Case popolari INPS in stato di totale fatiscenza

Tutto questo non rappresenta che una minima parte del pauroso ammontare di sprechi che, secondo una stima della CGIA, ammontano a ben 200 miliardi di euro, il doppio della presunta evasione fiscale e circa l’8 per cento del debito pubblico nazionale. Tra questi sprechi, non sono considerate le principesche prebende riconosciute a molti dipendenti pubblici (inclusi gli usceri di Montecitorio, Palazzo Madama, Quirinale, ecc.), le consulenze governative, le commissioni pagate agli intermediari, i vitalizi, le indennità spettanti ai parlamentari, gli enti inutili… eppure, ogni volta che qualcuno punta il dito su questi sperperi, c’è sempre qualcun altro che insorge a minimizzare: “Ma stiamo solo parlando del … per cento del nostro PIL! Anche abolendo questa voce, non ne ricaveremmo alcuna utilità!” E così il magna magna continua indisturbato alla faccia di quel “quer popolo cojone” cantato da Trilussa.

Poi c’è il capitolo dei “confronti” con il resto del mondo. Confronti che non ci vengono mai risparmiati quando servono a enfatizzare quanto, noi italiani e il nostro governo, siamo bravi, efficienti e abili. Mai, però, ci viene detto che, per esempio, lo stipendio percepito dai nostri parlamentari è il più alto tra tutti i paesi europei: 144.000 euro annui, contro gli 84.000 della Germania, i 63.000 della Francia e i 35.000 della Spagna, mentre siamo al 12° posto per quanto riguarda lo stipendio medio dei cittadini: solo 23.000 euro annui, contro i 41.000 della Germania, i 34.000 della Francia e i 29.000 della Spagna. Ci seguono solo Portogallo, Slovenia, Malta e Slovacchia, dove, tuttavia, il costo della vita è molto inferiore al nostro. Eppure, in questa munifica vocazione a vezzeggiare chi ci rappresenta, l’ammontare del nostro debito pubblico è il più alto d’Europa e – nel mondo – è solo secondo al Giappone, che viaggia però adesso con un incremento annuo del 5 per cento del PIL.

Il masochistico piacere di essere ultimi

Un contesto, in cui c’è ben poco per cui sentirsi orgogliosi, perché ci definisce come un popolo di straccioni dediti allo sperpero più dissennato. Inutile e puerile, in queste condizioni, accanirsi contro un’Europa che ci guarda con sospetto e tiene ben stretti i cordoni della borsa. Certo, è un’Europa matrigna che, con la complicità di chi ha gestito per nostro conto il passaggio dalla lira all’euro, è corresponsabile di molti dei nostri guai, ma prima di esibirci in lacrimosi appelli, dovremmo cercare di mettere un po’ d’ordine nel nostro cortile anziché continuare disinvoltamente a retribuire un apparato pubblico che dilapida risorse economiche come un colabrodo. Inoltre, in presenza di un così intenso scialacquare, l’Italia è il Paese in cui si va in pensione più tardi: 67 anni, contro i 60 della Francia, i 61 della Svezia, i 62 di Ungheria e Slovacchia e i 65 della Germania.

Insomma, pur pagando le più alte prebende ai propri rappresentanti politici e pubblici funzionari, i cittadini italiani sono i più bistrattati d’Europa. Una sperequazione iniqua che dovrebbe far seriamente riflettere e indurci ad abbandonare ogni insulsa partigianeria ideologica nel momento in cui si accede alle urne. Non è più tempo di rivolgersi ai pubblici servitori dello Stato, nel lessico della “Signoria vostra illustrissima”, ma di pretendere che la nostra sovranità, come sancito dalla costituzione, sia pienamente rispettata, perché qualsiasi tema si voglia mettere a confronto con i nostri cugini europei, ci vede quasi sempre perdenti, come per esempio, dover pagare 500 euro per la voltura di un’auto, quando per la stessa operazione nell’opulenta Germania se ne spendono solo 30!

Il sodale salvataggio dei “Trombati”

Intanto nella sua scaltrezza elevata a sistema, il palazzo continua a illuderci e ad abbindolarci impunemente. Fin dal 1919 – in piena epoca fascista – era stata proposta l’abolizione del Senato, poi rilanciata dal referendum-pastrocchio di Matteo Renzi, che non aboliva la seconda camera, ma semplicemente, la “ridisegnava”. Lo stesso vale per l’abolizione delle Province, che risale a dieci anni fa ed è ormai caduta nell’oblio più totale. Per alcuni versi si trattava di abolizioni non sempre condivisibili, ma il punto non è questo. Il punto è che qualsiasi istituzione venga abolita, si tratta sempre di dover accorre in aiuto ai “trombati” che ne facevano parte. Per loro ci sarà sempre un lucroso rifugio nei vasti meandri della pubblica amministrazione, sicché, ai fini di limitare gli sprechi, non si sarà realizzato nulla.

Questa, che lo si accetti o no, è l’impietosa radiografia del nostro Paese. Un Paese che vive delle nostalgiche glorie del passato. Un Paese che, nell’insipiente illusione di essere grande e bello; di primeggiare nel mondo per la propria arte; la propria cultura; la propria e geniale eccletticità… il tutto unito agli spaghetti, alla pizza, alla moda, all’accoglienza migranti e allo jus solis, dimentica troppo spesso di essere nel frattempo scaduto al ruolo di un accattone, spogliato e vessato, proprio da chi credeva di aver eletto al proprio servizio.

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