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Il Paese del bengodi all’insegna di “avanti c’è posto per tutti!”

Diritti all’accoglienza e sentenze bizzarre

Dall’inizio dell’anno circa l’80 per cento delle richieste di asilo esaminate dalle Commissioni territoriali, incaricate di verificarne la fondatezza, sono state respinte. Ma, approfittando del gratuito patrocinio di cui godono, gli emigranti che si vedono negata protezione internazionale ricorrono in Cassazione e, se il ricorso è accettato, la loro richiesta viene esaminata nei tribunali competenti. Non sono pochi i casi in cui la decisione della Commissione viene contestata e il richiedente ottiene di rimanere in Italia: magari non con lo status giuridico di rifugiato, ma godendo di protezione sussidiaria (la forma di protezione internazionale istituita dall’Unione Europea nel 2004) o di un permesso di soggiorno per motivi umanitari (istituito dall’Italia nel 1998 e ridefinito nel 2018 riducendo le condizioni alle quali può essere concesso).

I sostenitori del diritto a entrare in Italia sempre e comunque si rallegrano. Secondo loro molte decisioni negative espresse dalle Commissioni territoriali sono infondate; “a ciò rimedia successivamente il giudice, figura imparziale”. La figura del giudice sarà anche imparziale, ma a leggere certe sentenze qualche dubbio viene. Pur di non rimpatriare nessuno, adesso è entrato in scena persino il COVID-19. Ecco alcuni casi:

E anche il covid-19 fa la sua parte…

Un cittadino del Pakistan il 25 giugno ha ottenuto dal Tribunale di Napoli, Sezione specializzata in materia di immigrazione, un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Il giudice si è detto d’accordo con la Commissione territoriale che le ragioni addotte dall’uomo per ottenere protezione internazionale erano di “dubbia credibilità” e quindi la richiesta andava rigettata. Tuttavia “dalle fonti internazionali consultate – si legge nella sentenza – emerge che la pandemia da COVID-19 ha assunto una situazione di rilevante gravità cui il sistema sanitario pakistano non appare capace di fare fronte”. Determinante poi è stato il fatto che il sistema sanitario pakistano “per effetto di una diffusa privatizzazione che ha consolidato un orientamento commerciale alle cure mediche” garantisce scarsi servizi sanitari ai poveri. Costringere l’uomo a rientrare in patria lo avrebbe esposto a condizioni di “estrema vulnerabilità” e il suo diritto alla salute sarebbe stato gravemente compromesso.

In Pakistan alla data del 20 settembre i casi di COVID-19 erano 305.671, i morti 6.416 su 212 milioni di abitanti; in Italia i casi alla stessa data erano 296.569 e i morti 35.692 su 60 milioni di abitanti.

Il 13 agosto il Tribunale di Bari ha riconosciuto protezione umanitaria a un cittadino del Senegal perché l’espulsione lo esporrebbe “a pericolo della dignità” e perché “in Senegal il numero complessivo di casi di persone colpite da COVID-19 ha subito un notevole incremento”.

Per un raffronto con la situazione italiana, in Senegal il 20 settembre risultavano 14.688 casi e 302 morti su 16 milioni di abitanti. Per inciso, il pericolo per la dignità deriverebbe dal fatto che prima di emigrare l’uomo ha chiuso il suo negozio, ha lasciato il paese dal 2014, e quindi è “sradicato dal contesto”, e “la situazione comunque difficile sotto l’aspetto economico del Senegal” fa sì che al rientro si troverebbe privo di occupazione e fonti di reddito il che comporterebbe una estrema vulnerabilità con compressione di quel minimo di nucleo irrinunciabile di ormai acquisita dignità personale”.

Gratuito patrocinio per tutti, tanto c’è chi paga…

Per giudicare quanto sia “difficile” la situazione del Senegal: il Pil del paese è cresciuto del 7,2 nel 2017, del 6,4 nel 2018 e del 5,3 nel 2019. L’Italia nel 2018 è entrata in recessione (era già successo nel 2013). Ha registrato una crescita del Pil dello 0,8 per cento quell’anno (dello 0,7 nel 2017) e dello 0,2 per cento nel 2019.

Il 30 giugno è stata la volta, di nuovo, del Tribunale di Napoli, che ha concesso protezione umanitaria a un cittadino del Bangladesh in considerazione della sua buona integrazione, ma soprattutto dell’andamento dell’epidemia nel suo paese di origine. “In Bangladesh – si legge nella sentenza – la pandemia da COVID-19 ha colpito buona parte della popolazione”. Inoltre, “da notizie di recente acquisite, è emersa l’inadeguatezza dei rimedi posti in essere dal Governo per contenere la propagazione di tale pericolosa malattia. I giornali nazionali hanno segnalato casi di persone sintomatiche (febbre, tosse) che si sono recate in ospedali e cliniche, dove non sono state ammesse essendogli stato rifiutato qualsiasi trattamento o test al virus”. Il sistema sanitario inoltre, secondo il collegio giudicante, “è carente perché vi è mancanza di personale sanitario qualificato nel settore pubblico e l’accesso dei poveri alle cure è molto problematico, specie nelle zone rurali. Tale situazione contribuisce a creare quel clima d’insicurezza per la tutela della salute, che integra una condizione di particolare vulnerabilità in cui l’istante (sic) si ritroverebbe in caso di rimpatrio”.

In Bangladesh il 20 settembre risultavano 347.372 casi e 4.913 morti su oltre 164 milioni di abitanti: non esattamente “buona parte della popolazione”.

Va ricordato che il gratuito patrocinio viene concesso ai richiedenti asilo, così come ai cittadini italiani, se indigenti. Quindi devono dimostrare di esserlo tramite certificazione consolare attestante la veridicità di quanto da loro dichiarato. Ma a partire almeno dal 2014 una serie di tribunali hanno deciso che per dimostrare la mancanza di redditi nel paese di origine, e ottenere quindi il gratuito patrocinio, è sufficiente un’autocertificazione con allegata l’istanza senza esito al proprio consolato.

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