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Il lavoro in nero e le dissennatezze del sistema Italia

Approfondimento
Franco Nofori
17/06/2021
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Dove l’astuzia sconfigge il diritto

Il lavoro in nero, in Italia, è una delle principali piaghe che depauperano la finanza pubblica. Stando a quanto rilevato dall’ISTAT nel 2017 l’economia sommersa – di cui il lavoro in nero è una parte consistente – si attestava sul 12 per cento del PIL, pari a circa 211 miliardi di euro, cioè una somma sufficiente a rendere superfluo il tanto dibattuto Recovery Fund. Chi vigila (o dovrebbe vigilare) sulla regolarità dei rapporti d’impiego, sono gli Ispettorati del Lavoro che fanno capo all’omonimo ministero. Il reclutamento di personale, al di fuori delle normative previste, è trattato dalla legge 151 del 2015 e prevede a carico del datore di lavoro multe salate che possono arrivare fino a 36.000 euro, oltre al recupero coatto dei contributi e delle tasse evase, maggiorate di tutte le penali prescritte. Si tratta di un’infrazione esclusivamente amministrativa che può però trasformarsi in reato, se la persona impiegata è un minore o uno straniero senza permesso di soggiorno. In questi casi, oltre all’inevitabile condanna penale, l’importo della sanzione è aumentato del 20 per cento.

Il dipendente è considerato la parte debole del rapporto e quindi non è prevista a suo carico nessuna sanzione, salvo che lo stesso, mentre svolgeva l’attività in nero, non beneficiasse già di un supporto governativo, come reddito di cittadinanza o indennità di disoccupazione. Nel qual caso, anche lui, oltre alle sanzioni previste, sarà soggetto a un provvedimento penale per frode ai danni dello Stato. E’ tuttavia comprensibile che il potere contrattuale di un lavoratore, cui venga offerto un lavoro in nero, sia molto ridotto. Si tratta di prendere o lasciare e quindi, più che di una scelta, si è di fronte a un vero e proprio ricatto esercitato nei suoi confronti. Ricatto che, in molti casi si estende anche a forme di trattamento del tutto spregiudicate e ciniche: paghe da fame, assenze per malattia non retribuite, non riconoscimento di tredicesime, festività, straordinari, ferie, preavvisi di licenziamento e indennità di fine rapporto.

Ma quale “Tutela del lavoratore”!

Accade quindi che il dipendente, una volta terminato l’irregolare rapporto d’impiego, si rivolga al Giudice del Lavoro per ottenere quelle somme che gli sono state indebitamente sottratte. In questo caso, la legge prevede che le parti, rappresentate dai propri legali o dalle rispettive associazioni di categoria, accedano a un tentativo di conciliazione extragiudiziale, nel corso del quale il giudice tenterà una mediazione e ove questa fallisca, aprirà un procedimento formale con escussione dei testi e delle prove fino ad approdare a una sentenza che, come avviene per ogni altro contenzioso, potrà condursi fino al terzo grado di giudizio. Una simile causa, per il lavoratore che l’ha promossa, non gode di nessuna agevolazione, come sarebbe invece lecito attendersi. Pur trovandosi in grave indigenza, il dipendente che l’ha promossa dovrà farsi carico delle proprie spese legali e anche se è alla fame, sarà costretto ad attendere anni e anni, prima che il suo diritto sia riconosciuto. Il pomposo disposto, riferito alla “tutela del lavoro”, resta quindi una mera enunciazione del tutto anacronistica.

Ma oltre al sopruso sofferto dal dipendente, c’è anche un’altra vittima che soffre le conseguenze del lavoro in nero ed è una vittima ancora più incolpevole: si tratta del contribuente italico. Quel pantalone sempre più vessato da mille balzelli con cui una bizantina gestione della cosa pubblica continua a vessarlo. Sarà lui a farsi carico di tutte le somme che il datore di lavoro ha iniquamente evaso e neppure avrà la certezza di poterle recuperare, perfino quando l’illecito sarà stato scoperto ed è proprio questa la più sconcertante situazione che si viene a creare causa gravi negligenze legislative. Benché sia emersa l’esistenza di un rapporto di lavoro irregolare – non emersa da illazioni, pettegolezzi o sentito dire, ma certificata dalla magistratura – nulla viene contestato al datore di lavoro per le contribuzioni evase. Perché ciò avvenga, sarà lo stesso dipendente a dover promuovere un nuovo procedimento (anche quello a sue spese) perché gli organi preposti possano intervenire e reclamare quanto è loro dovuto. Insomma, un vero e proprio ambiente kafkiano, dove anche la logica più elementare non ha alcuna dimora.

I ferrei confini che separano i dicasteri

Il ministero del Lavoro è un importante dicastero della Repubblica, così come lo sono quelli del Tesoro, della Sanità, dell’Istruzione, delle Infrastrutture, ecc. Tutti questi dicasteri si finanziano attraverso l’esazione fiscale attinta dalle casse dello Stato. Possibile che venuta alla luce una grave infrazione in un procedimento civile non esista un meccanismo che consenta la trasmissione degli atti al ministero competente perché possa procedere di conseguenza? E’ come se nel contenzioso di un diritto patrimoniale, venisse fuori che una delle parti in causa ha commesso un omicidio. Potrebbe, quel giudice civile, dopo aver emesso la sua sentenza, esimersi dal segnalare quell’omicidio al tribunale penale affinché provveda per la sua competenza? Oppure un assassino sarebbe mandato libero perché la sua colpa non è attinente al caso in discussione?

C’è davvero da restare disorientati nel vedere come le varie componenti dello Stato si muovano alla stregua di vaccari ottusi e accecati mentre guidano le mandrie loro affidate (noi) verso il precipizio. Senza alcun senso logico, senza discernimento e senza neppure curarsi di tutelare il bene comune, ma dopo tutto, perché dovrebbero curarsene? Ci sono oltre 60 milioni di capi a loro disposizione, una gigantesca mandria di vacche da continuare a mungere a proprio piacere, per autoalimentarsi e per coprire le voragini che la loro dissennata e incompetente gestione continua infaticabilmente a produrre. Il simpatico volumetto di Andrea Camilletti, “Amici di montagna”, destinato alle scuole medie, narra di mucche rivoluzionarie che, stanche di essere sfruttate, si ribellano al pastore. Forse sarà il caso che tutti ci decidiamo a leggerlo.

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