Politica

Il Kenya promuove l’accoglienza di turisti, ma non sempre rinuncia a taglieggiarli

Splendore inimitabile

Un mare di cobalto schiacciato dall’infinita trasparenza di un cielo azzurrissimo; finissime e immacolate spiagge coralline; steppe incontaminate e primordiali in cui vagano libere fiere di ogni specie… Questo è il Kenya che accanto a un’incredibile varietà paesaggistica, offre un senso di liberazione e uno struggente ricongiungimento agli archetipi universali. Questo è il Kenya, dove stuoli di estimatori, sparsi nel resto del mondo, agognano di ritornare, ostacolati in questo proposito, da una perversa pandemia che non accenna ad acquietarsi.
Ciascuno di loro, in Kenya, ha lasciato qualcosa cui agogna di potersi ricongiungere: una dimora accogliente ai bordi di un oceano incantato, che possa salvarli dagli inclementi rigori dell’inverno europeo; la nostalgia delle ampie distese della savana e della brulicante fauna che ospita; i non sopiti ricordi di amori sbocciati sui bagnasciuga assolati e della loro prorompente carica passionale.

Centinaia di strutture turistico-ricettive ed escursionistiche, lanciano accorati appelli affinché i tradizionali visitatori del Kenya ritornino, salvando così un settore che è ormai allo stremo e che rappresentava una delle principali voci nell’economia del Paese. “Vivere qui costa poco – si dice – un chilo di ottimo filetto a meno di sei euro; una freschissima cernia a poco più di due euro”. Tutto vero, purché ci si adatti ai cibi locali e ci si limiti nell’approvvigionamento dei classici prodotti italiani: olio evo, caffe, affettati, ecc. Inoltre non tutti i gestori di ristoranti e di bar, in Kenya, applicano tariffe proporzionate al principio del basso costo, forse in qualche modo ispirati ai loro colleghi veneziani, anche alcuni di loro tartassano i visitatori con conti da capogiro. La differenza è che, mentre in Kenya il turismo è pressoché scomparso, Venezia subisce un afflusso di ventimila visitatori al giorno e il suo attuale proposito è quello di limitarne l’accesso.

Furbizie scugnizzesche

Queste considerazioni nascono dalla segnalazione di un amico lettore che non è un turista, ma un imprenditore residente in Kenya, anche lui attivo nel settore dell’accoglienza. Dopo aver prelevato il figlio a scuola, decideva di fare una sosta al “Bar Bar”, uno dei locali a gestione italiana, tra i più popolari di Malindi. Il figlio ha otto anni e da cinque vive con il padre in Kenya. Nell’intento di fargli gustare un tipico prodotto italiano, il nostro lettore ordinava un piatto di affettati: 100 grammi di mortadella, 100 grammi di salame, 100 grammi di pecorino, due coca cola e alcune fette di pane. Il tutto, stando ai prezzi esposti, al costo di shs. 1.440 (circa 12 euro), ma con sua sorpresa si vedeva poi presentare un conto di shs. 2.500 (circa 21 euro). Quando l’interessato chiedeva spiegazioni per l’inatteso sovrapprezzo, gli veniva risposto che i prezzi riportati sul cartello si riferivano al take away e non al servizio al tavolo.

Anche se questo fosse accettabile, perché il sovrapprezzo del servizio al tavolo non risultava scritto nel cartello dei prezzi? Comunque, il lettore in questione, per evitare sgradevoli discussioni, decideva di pagare quanto richiesto, esigendo, però, lo scontrino fiscale, circa il quale ci ha riferito che, nelle precedenti occasioni, non veniva mai rilasciato. Un comportamento davvero singolare per chi, a parole, si propone di incoraggiare il turismo e gli avventori che a questo seguono. Davvero la scaltrezza di riuscire a incassare pochi scellini in più, compensa la perdita di affidabilità che simili azioni comportano? La comunità italiana di Malindi non è già da tempo soggetta a tanti, troppi esempi di affari loschi e malversazioni che affliggono la sua incolpevole e preponderante parte sana?

E’ noto che ogni esempio negativo esercita  un’influenza di gran lunga maggiore, sull’opinione pubblica, di quanta ne eserciti un comportamento corretto. Il Kenya resta un Paese splendido che oggi ha un disperato bisogno di poter tornare a quei flussi turistici che fino agli avanzati anni ’90 l’avevano elevato a una delle più ambite destinazioni internazionali.
Dovrebbe essere evidente a tutti coloro che operano in questo sensibile settore, che una delle migliori strategie per promuovere il ritorno di visitatori, è rendere le proprie strutture serie e affidabili.
Deturpare questa immagine per meschini interessi di bottega, oltre che biasimevole è del tutto sconsiderato, perché paga sempre un prezzo molto più alto di quello che raccoglie.

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