Inchieste Politica

Il 69 per cento del Recovery Fund sarà destinato al meridione d’Italia?

La nefasta esperienza della “Cassa del Mezzogiorno”

Si prospetta un’altra pioggia di miliardi destinati al Mezzogiorno, quando (e se) i 209 miliardi di euro del Recovery Fund saranno versati da Bruxelles al Tesoro italiano, versamento che stando agli ultimi incontri in sede europea, è già slittato oltre i tempi previsti. Comunque, secondo le intenzioni espresse in sede governativa, il 69% di questo importo dovrebbe essere destinato alle regioni del mezzogiorno. Vale a dire 145 miliardi da spartire tra Lazio, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna, mentre le altre 14 regioni del Paese dovranno dividersi i restanti 64 miliardi.

Che il meridione d’Italia abbia effettivo bisogno di promuovere le proprie imprese e la propria economia è un fatto incontrovertibile e se quei 145 miliardi servissero allo scopo, il progetto non meriterebbe alcuna obbiezione, ma i precedenti non sono però tali da incoraggiare questa ipotesi. Sono ormai settant’anni che il Sud è il destinatario di varie iniziative di supporto che sono prodotte dal sacrificio di tutti i contribuenti italiani, ma ben poco è stato il beneficio che ne hanno tratto i cittadini meridionali. Dobbiamo davvero credere che questi 145 miliardi seguiranno oggi un percorso più virtuoso?

La gestione mafiosa dei finanziamenti

La rovinosa Cassa del Mezzogiorno, trasferì al Sud montagne di denaro per promuovere la creazione di posti di lavoro, ma chiunque avesse percorso l’autostrada costiera che collega Messina a Palermo, avrebbe visto un’interminabile sfilata di ruderi abbandonati alla ruggine e allo sfacelo, con erbacce le cui radici avevano fatto scempio delle fondazioni. Il potere dei palazzinari mafiosi aveva dato inizio ai lavori, solo per percepire, grazie a compiacenti periti pubblici, l’obolo statale e aveva quindi abbandonato i cantieri appena intascato il malloppo.

Del resto, i vari governi che si sono succeduti al potere, non hanno mai mancato di mostrare, nei confronti del Sud spendaccione, un’indulgenza quantomeno sospetta. Verso la metà degli anni ’70, le classi tariffarie per le assicurazioni auto, presentavo due province; Asti e Cuneo, con le tariffe più basse, mentre assicurare un’auto a Napoli e Bari, costava circa il doppio. Ciò derivava dal fatto che queste due ultime province presentavano risarcimenti di gran lunga più elevati di quelli riconosciuti nelle prime due. Questo perché, molti dei sinistri denunciati, erano semplici truffe. Con l’avvento dell’obbligo assicurativo e conseguenti tariffe controllate dallo Stato, il governo decise di abolire due delle classi a costo più basso e due di quelle a costo più elevato, facendo così gravare sulle province più virtuose, gli sprechi di quelle più viziose.

Le “brillanti” operazioni di Romano Prodi

Uno dei più significativi disastri fu quello riguardante il glorioso marchio Alfa Romeo che nel 1972 aprì uno stabilimento per l’assemblaggio del modello Alfasud, a Pomigliano d’Arco in Campania. Dieci anni dopo, alla presidenza dell’IRI, cui l’Alfa Romeo apparteneva, s’installò Romano Prodi che votato com’era alle strategie dell’assistenzialismo e non del profitto, fece si che ogni auto immessa sul mercato producesse una perdita secca di mezzo milione di lire. Se si fosse trattato di un’Azienda privata, sarebbe rapidamente approdata alla bancarotta, ma quella era un’azienda di Stato e a pagarne le perdite provvide il pantalone italico.

Oltre a rivelarsi un macroscopico flop finanziario, l’affidabilità dell’Alfasud fu minata da una serie di gravi inconvenienti. La carente cura degli assemblaggi provocava frequenti rotture; la ruggine corrodeva ogni parte della carrozzeria che era realizzata con lamierati russi; l’accanita attività sindacale produsse continui scioperi e alti picchi di assenteismo; il personale addetto al controllo qualità non fu convenientemente preparato al compito da svolgere… insomma molto presto fu lo stesso mercato a mettere sulla lista nera quel modello di auto e l’indebitamento dell’impresa campana trascinò nel disastro la casa automobilistica dell’Alfa Romeo che fu poi rilevata, per una manciata di spiccioli dal gigante torinese, FIAT

Intanto, insieme alla sciagura della Cassa del Mezzogiorno e dell’Alfa Romeo, continuavano senza sosta le infiltrazioni di mafia, camorra e ndrangheta in tutti i pubblici appalti. Un amico ex imprenditore settentrionale, oggi in pensione, conduceva un’azienda che produceva materiali ospedalieri ed era quindi a conoscenza dei prezzi correnti di molti prodotti, nel decennio 1985-1995. Il divario tra le regioni era enorme. Per esempio, una siringa acquistata dalle USL del nord veniva pagata circa 70 lire, al sud più del doppio e così anche per aghi sutura, aghi farfalla, garze, bende, set trasfusionali ecc. Tutto ciò era ed è di dominio pubblico, l’hanno riportato quasi tutti i media e più volte. Un affare con i fiocchi per i cosiddetti “mediatori” e i loro correi del settore pubblico!

“La volpe perde il pelo, ma….”

Sempre nello stesso periodo, l’ex imprenditore, venne a contatto con un “uomo di rispetto” siciliano, il quale acquistava per qualche centinaio di milioni di Lire, sofisticate apparecchiature mediche, che rivendeva poi alla Regione Siciliana al costo triplicato. Questa dichiarazione fu rilasciata senza alcun imbarazzo, anzi con l’orgoglio dell’astuto uomo d’affari capace di superare ogni ostacolo burocratico per raggiungere il proprio scopo. Di quanto sopra abbiamo nomi e dettagli che evitiamo di pubblicare per tutelare l’incolumità della nostra fonte.

Si potrebbe obbiettare che tutto questo riguarda il passato e che non può, quindi, essere preso a modello per giudicare il presente, ma qual è la situazione di questo “presente”?
Una recente ricerca pubblicata da Computime, mette a confronto la Regione Veneta con quella Siciliana. Si tratta di due regioni oggi guidate dalla destra, Luca Zaia e Nello Musemeci, non si ravvisano quindi finalità strumentali a vantaggio di uno o dell’altro partito, ma ecco ciò che emerge da questa ricerca:

Entrambe le regioni in esame hanno, grossomodo, lo stesso numero di abitanti, ma mentre la Regione Veneta impiega 3.000 addetti, quella Siciliana ne impiega 18.000; le spese per il funzionamento degli uffici regionali, imputano, nel Veneto, un costo a carico di ogni contribuente di 84 euro, mentre in Sicilia, tale costo sale a 551 euro; per i dipendenti, ogni cittadino veneto si fa carico di 30 euro, mentre il suo corrispettivo siciliano, deve assorbirne 346

Naturalmente, le prime vittime di questa enorme disparità gestionale, sono gli stessi cittadini che le subiscono i quali chiedono opportunità di crescita e di occupazione più che la pietistica elemosina che il “reddito di cittadinanza” gli destina. Quanti investimenti potrebbero essere realizzati attraverso una più accurata e onesta gestione della spesa pubblica? Per rispondere a questa domanda, basta guardare alla sfacciata opulenza delle famiglie mafiose, arrogantemente ostentata alla luce del sole, con la connivenza di autorità politiche e anche religiose, com’è avvenuto da parte di Vito Ciancimino, che fu sindaco democristiano di Palermo e di don Agostino Coppola, il parroco mafioso che celebrò e benedisse il matrimonio dello spietato macellaio corleonese, Totò Riina con Ninetta Bagarella.
Ora si prospetta un altro ingente flusso di finanziamenti a favore del Sud, ma l’assillante quesito resta lo stesso: chi ne beneficerà?

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