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I miti usurpati e le verità non dette su Ernesto Che Guevara

Eroe o carnefice?

Osannato come eroe dall’intellettualismo mondiale di sinistra e presentato come un mostro sanguinario dalle vittime del marxismo totalitario, Ernesto Che Guevara è tra i rivoluzionari più discussi nella storia degli ultimi due secoli. Paladino della libertà e dei diritti degli oppressi, per i primi; spietato persecutore e impietoso assassino per i secondi, l’Ernesto internazionale, mostra qualche similitudine con il nostro “eroe dei due mondi”, Giuseppe Garibaldi, cui però, non sono mai stati attribuiti lo stesso fanatismo e la stessa ferocia, benché entrambi avessero votato la propria vita al preteso riscatto degli oppressi.

Il medico rivoluzionario

Nato nel 1928 a Rosario (Argentina) da una famiglia dell’alta borghesia, il “Che” (com’è comunemente chiamato dai suoi estimatori) fu riformato alla visita di leva perché affetto da una grave forma di asma che lo perseguiterà per tutta la vita. Si laureò in medicina nel 1953, dopo aver ripetutamente interrotto gli studi, causa i suoi problemi di salute. Fu durante i corsi universitari che iniziò a interessarsi alle dottrine marxiste e si mostrò presto annoiato dalla prospettiva di una vita agiata e insipiente, che la sua condizione sociale gli riservava. Così, due anni prima di laurearsi, si concesse una pausa dagli studi e insieme all’amico Alberto Granado, partì su una motocicletta Norton 500, per visitare alcuni Paesi sudamericani, dove – soprattutto in Perù, Cile e Venezuela – fu colpito dall’indegno trattamento riservato alle popolazioni indigene.

Sperava per lo scoppio della terza guerra mondiale

Furono probabilmente queste esperienze a formare il Carattere rivoluzionario di Che Guevara, facendolo diventare un entusiasta ammiratore di Stalin, il massacratore di oltre trenta milioni di persone, ma presto il suo emulo diventò l’altro grande massacratore Mao Tze Tung, che il “Che” riconobbe incondizionatamente come il genuino faro mondiale del marxismo. L’odio per il capitalismo – da cui peraltro, lui stesso proveniva – lo portò ad auspicare che nel confronto tra Unione Sovietica e Stati Uniti del 1962, per i missili piazzati da Kruscev a Cuba, la Russia non cedesse e scatenasse un conflitto mondiale, nel quale – stando alla sua ottimistica previsione – gli Stati Uniti sarebbero stati spazzati via dal pianeta, così che il mondo potesse essere amministrato dai principi marxisti.

Il “Che” simbolo rivoluzionario-sexy

Che Guevara e Fidel Castro

Volitivo, tenebrosamente bello e con l’immancabile sigaro che ne aumentava il fascino, era prevedibile che Che Guevara, scaldasse i cuori delle giovani pasionarie nel mondo. In Italia, i movimenti studenteschi del ’68, lo consacrarono come l’icona delle loro proteste e i fiorenti busti delle giovani studentesse nostrane lo esponevano sulle magliette come uno stimolante simbolo rivoluzionario-sexy, provocando nei foruncolosi coetanei maschi, sottili e inconfessati rigurgiti d’invidia. Ma chi esce dal pathos della mera sublimazione del mito e valuta il fenomeno “Che Guevara”, con l’asetticità del cronista, non può non concludere che egli fosse dominato da un’intransigenza, un cinismo e una spietatezza, governate da un assoluto e delirante fanatismo.

“Prendete un fucile e sparate alla testa degli imperialisti”

Tra Fidel e Raul Castro, il più sanguinario era lui: il “Che”. Questo si evince, non solo dalle sue parole, ma anche dai giudizi che gli stessi compagni ideologici, hanno espresso su di lui. Alcune sue enunciazioni, riportate nelle bibliografie che lo riguardano, sono assolutamente raccapriccianti: L’odio dev’essere il nostro fattore di lotta – arringava i seguaci – l’odio intransigente contro il nemico, ci permette di superare le nostre naturali limitazioni e ci converte in un’efficace, selettiva e fredda macchina per uccidere”. (diari di guerriglia 1959-1967, Torino). E ancora: “Prendete un fucile e sparate alla testa di ogni imperialista che abbia più di quindici anni“. (Massimo Caprara, segretario di Palmiro Togliatti, Il Timone, luglio-agosto 2002)”. “Era del tutto anaffettivo – dice Camillo, uno dei suoi stessi figli – eravamo in cinque, ma non ci ha mai dedicato un solo momento del suo tempo”.

Non meno emblematico è il giudizio di una sua ex compagna di lotta, Juanita Castro, sorella di Fidel e di Raul, che nel suo libro (I miei fratelli Fidel e Raùl, Roma, 2010) scrive che era stato proprio Che Guevara a ordinare le fucilazioni indiscriminate nel famigerato carcere de La Cabaña anche contro molti dei suoi compagni che avevano combattuto per riportare la democrazia a Cuba. “Era del tutto disumano – scrive Juanita – un uomo senza sentimenti che in realtà voleva fare solo la guerra e uccidere”.

“Collezionò solo insuccessi economici e politici”

Juanita Castro, sorella di Fidel e Raul in una foto recente

Conscio del fatto che il mito di Che Guevara, è tuttora la musa ispiratrice di buona parte del radicato pensiero cosiddetto progressista, so che quest’articolo, mi esporrà a qualche epiteto non proprio amichevole ed è in vista di questa prevedibile reazione che non ho voluto citare, tra i detrattori di Che Guevara, i suoi avversari politici, ma solo coloro che, pur se in forma meno ossessiva, condividevano la sua stessa ideologia. Ecco cosa ha scritto di lui Carlos Franqui, già direttore del quotidiano Revolution e sostenitore della lotta castrista: “Che Guevara era un uomo arrogante che trattava con i piedi, chiunque gli era inferiore. Il suo mito è del tutto immeritato perché collezionò solo insuccessi economici e politici che contribuirono fortemente alla distruzione dell’economia e della società cubane” (Carlos Franqui, Cuba, la rivoluzione: mito o realtà, Milano, 2007).

Aspramente criticato dagli stessi compagni

Il corpo di Ernesto Che Guevara dopo la sua uccisione da parte delle forze di sicurezza boliviane

In effetti, non vi furono successi nelle rivoluzioni portate dal “Che” a Cuba, in Congo e in Bolivia, solo massacri e fallimenti. “ Era crudele e fanatico – scriveva Regis Debray, un convinto marxista che agli inizi della rivoluzione gli fu fedele amico – un dogmatico, freddo, intollerante che non ha nulla da spartire con la natura calorosa e aperta dei cubani“, (Révolution dans la révolution?, Parigi, 1967). Ma dice la sua anche un celebre sostenitore della rivoluzione cubana, Alvaro Vargas Llosa: “Il Che fu il responsabile di centinaia di esecuzioni nel carcere de La Cabaña nelle prime settimane di potere. Contribuì a consegnare la rivoluzione anti-Batista nelle mani del comunismo, allacciando le relazioni con il regime sovietico, e organizzò i primi campi di concentramento per i prigionieri politici, i credenti e gli “asociali” (tra cui gli omosessuali), creando nello stesso tempo un sistema economico autoritario che andò ben presto in bancarotta” (Il mito Che Guevara e il futuro della libertà, Torino 2007; Enrico Oliari, Pride, 9/2004).

Le vittorie che non ci furono

“Hasta la victoria siempre”, era lo slogan di Ernesto Che Guevara, “ Fino alla vittoria, sempre”, ma quella vittoria non fu mai conseguita, soprattutto non la conseguì il popolo cubano che dal regime Batista, si trovò catapultato nella feroce dittatura castrista, piombando nella miseria e nel terrore. Lo stesso avvenne, dopo gli inutili massacri di Congo e Bolivia, dove il 9 ottobre 1967 a Higuera, una scarica di mitraglia pose fine alla sua vita, quando non aveva ancora compiuto quarant’anni. Del resto Che Guevara, si era improvvisato stratega, senza aver mai ricevuto una formazione militare ed era solo esaltato dallo spirito belluino che non sapeva però trasformare in tattica operativa. Eppure, caduto il mito di Lenin, quello di Stalin e quello di Mao, veri padri del marxismo applicato, il mito di Che Guevara continua a sopravvivere, appassionatamente condiviso e cantato da molti nostalgici della sinistra, tra cui il nostro Francesco Guccini che nel suo suggestivo “Stagioni” conclude così l’inno a Che Guevara: “Da qualche parte un giorno, dove non si saprà, dove non lo aspettate, il Che ritornerà”.

Profezia o speranza?

 

 

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