Politica

I massacratori dimenticati dell’Impero del Sol Levante

Le prerogative di un “popolo eletto”

Degli orrori commessi dal nazionalsocialismo hitleriano, sappiamo tutto. Negli oltre settant’anni trascorsi dall’ultimo conflitto mondiale, ci è stato rivelato ogni minimo e raccapricciante dettaglio. Così dev’essere perché la storia ha il dovere di ricordare le atrocità commesse dall’uomo all’insegna di una tanto boriosa quanto presunta superiorità sui propri simili. Può il mondo fornire, in quanto a ferocia, esempi peggiori di quello fornito dalla Germania nazista?

Sì, può, al punto di surclassare tal esempio con un primato tanto assoluto, quanto raccapricciante. Parliamo dei ripetuti, disumani ed efferati crimini compiuti dal celebrato impero del Sol Levante: il Giappone.

Gran parte dell’Occidente ha sempre guardato al Giappone come alla Patria delle suggestive e raffinate ritualità, delle cerimoniose Geishe, degli splendidi giardini, dei graziosi bonsai, del complicato rito del tè, dell’indomito coraggio dei samurai e dell’incondizionato amor di Patria degli eroici kamikaze, termine che significa “vento divino”, divino come il loro imperatore Hirohito che – finche fu in vita e proprio perché designato dal cielo – sopravvisse alla sconfitta continuando a regnare su un popolo devastato dalla bomba atomica che, senza quell’orrendo massacro, non si sarebbe mai arreso fino al proprio totale sterminio.

E’ difficile, per un occidentale, comprendere a fondo la mentalità giapponese, una mentalità che dietro agli interminabili inchini e agli smaglianti sorrisi, cela uno smisurato senso di superiorità su ogni altro essere vivente. Non essere giapponese equivale a essere uno spregevole insetto, senza decoro e senza onore. Una creatura inetta, rozza e codarda. Questo perché tutti i figli del Sol Lavante esistono quali facenti parte di un progetto divino, destinato a regnare sul globo terracqueo. Almeno questa era la concezione che dominava il pensiero giapponese del secolo scorso. Oggi, finalmente, le nuove generazioni sembrano orientarsi verso altri modelli transnazionali.

L’orrore elevato a principio divino

Impiego di gas tossici giapponesi in Cina

Il principio secondo cui, il resto del mondo era composto di sottospecie umane, faceva si che a tali creature non spettasse alcun diritto né rispetto. Il semplice fatto che questi ricorressero alla resa o a ritirate strategiche, quando le sorti di uno scontro lo suggerivano, apparivano agli occhi giapponesi come spregevoli esibizioni di vigliaccheria. Loro, orgogliosi figli del Sol Levante, non conoscevano, neppure concettualmente, il significato di “resa”. Se in uno scontro si doveva accettare la sconfitta, ciò poteva avvenire solo attraverso un’onorevole morte e se questa non arrivava per mano del nemico, restava l’opzione – soprattutto seguita dagli ufficiali – dell’Harakiri o Seppuku, cioè la morte autoinflitta per mezzo di spada con cui ci si trafiggeva il ventre andando incontro a un’agonia lunga e terribilmente dolorosa.

Dati questi presupposti, sarà più facile comprendere perché il Giappone non sottoscrisse mai la convenzione di Ginevra che imponeva il rispetto di norme umanitarie durante i conflitti e perché attaccò proditoriamente la base americana di Pearl Harbour, senza dichiarare guerra. Un’azione, questa, che fu considerata altamente spregevole da tutti, ma non dai giapponesi che trovavano assurdo riservare comportamenti onorevoli a favore di accozzaglie incivili e sub-umane, quali, ai loro occhi, apparivano le etnie diverse dalla loro.

Chi pagò atrocemente, questa singolare e smisurata autostima, furono russi, mongoli, coreani, filippini e occidentali in genere, ma fra tutti, il più alto prezzo fu certamente pagato dalla Cina, la cui (allora) capitale Nanchino fu occupata nel 1937 dalle truppe nipponiche che diedero sfogo a crudeltà così raccapriccianti da far impallidire i misfatti della SS e della Gestapo. Si stima che le sole vittime civili sotto tale occupazione, furono oltre trenta milioni. Migliaia di donne cinesi, adulte, vecchie e bambine, furono stuprate e poi uccise. A quelle incinte venivano strappati i feti dal ventre squarciato per poi lanciarli in aria e utilizzarli per il tiro a segno a colpi di moschetto. Non esistevano sentimenti di pietà, solo una cieca e determinata strategia di sterminio.

Raccapriccianti amenità

Gli uomini fatti prigionieri, servivano agli ufficiali giapponesi per organizzare tra loro gare e scommesse su chi sarebbe riuscito a tagliar loro la testa di netto con un solo colpo di Katana. In tutti i conflitti cui diedero vita, le forze giapponesi fecero sempre largo uso di gas tossici, tra cui il terribile antrace, forniti da una poderosa industria chimica che li produceva incessantemente. Nei momenti di relax, quando non coinvolti in combattimenti, lo spasso maggiore dei soldati, per vincere la noia, era di escogitare mezzi, i più crudeli possibili, per far soffrire e uccidere i civili che avevano catturato.  Li seppellivano vivi, o li buttavano nel fuoco, godendo delle loro atroci sofferenze, oppure li picchiavano a morte con le mazze, o li uccidevamo in ogni altro modo che la spietata fantasia poteva suggerire.

Per verificare gli effetti dei gas tossici, si eseguivano vivisezioni sui prigionieri, asportando gli organi che ne risultavano infetti per poi lasciar morire le cavie umane in modo da poterne valutare i tempi di sopravvivenza. Alle vittime furono anche inoculati virus e batteri di vario genere, quali peste, antrace, tifo, colera, dissenteria, febbri emorragiche e tubercolosi, sempre per accertarne le reazioni. Il maggior responsabile di questa delirante crudeltà, fu individuato nello scienziato microbiologo dottor Shirou Ishii, il quale pur riconosciuto colpevole di questi misfatti, morirà da libero cittadino nel proprio letto per cause naturali.

Quanto la revisione storica non fa giustizia

La rampante economia dell’odierno Giappone

Non molto diversa fu la sorte toccata ai soldati anglo-americani catturati nel corso dell’ultimo conflitto mondiale. Si erano arresi e questo disonore, non gli faceva meritare alcun rispetto. Venivano fatti marciare per centinaia di chilometri a piedi, nella costante penuria di cibo e di acqua. Quando l’organismo cedeva, venivano giustiziati con un fendente di spada e lasciati a marcire ai bordi della strada. Veniva loro consentito di dissetarsi solo alle fonti di acqua infetta, tra gli sghignazzi dei loro aguzzini, che si divertivano poi a vederli contorcere negli spasmi della dissenteria che li portava rapidamente alla morte. Nei campi di prigionia, la tortura e ogni sorta di umiliazione, venivano costantemente applicate e ogni forma di resistenza o di ribellione era immediatamente pagata con la vita.

E’ noto che nella Germania nazista, l’esercito regolare della Wermacht, nutriva ben poca simpatia nei confronti degli SS e della Gestapo, la polizia politica del 3° Reich, ma in Giappone, la spietatezza assoluta era attuata dal più alto ufficiale in carica, fino al più semplice dei soldati. Ancora oggi, le democrazie occidentali, non hanno saputo fare giustizia di quest’aberrazione storica, che occulta i crimini giapponesi. Forse ciò è dovuto a una sorta di espiazione per l’orrenda strage delle due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, ma sta di fatto che l’impero nipponico, non si è mai scusato per i misfatti compiuti ed è, anzi, risorto come una delle maggiori potenze economiche mondiali, pagando ben poco per le atrocità di cui si è macchiato.

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