Politica

I giovani italiani sono sempre più preda del delirio progressista

Approfondimenti
Franco Nofori
21/07/2021
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Dov’è finita la “meglio gioventù”?

La discoteca a mille decibel, lo sballo, l’alcol, la droga, il sesso facile, gli influencer, whatsapp, instagram, twitter, i social network, i siti d’incontri, le chat a luci rosse, i marchi dell’abbigliamento alla moda … il tutto per condursi alla costante trasgressione, specialmente a quella estrema, perché è la trasgressione che gratifica e qualifica chi la pratica. E’ questo il vizioso e dissacrante circuito in qui si muove una considerevole parte della gioventù odierna. E’ un circuito, disinibito e dai tratti perversi, che spesso conduce al baratro e alla tragedia. Fortemente dipendenti dalle chat e dai social network, i giovani di oggi leggono in media non più di un libro l’anno e il linguaggio che ne scaturisce mostra tutti i segni di questa scelta. Il loro lessico è composto da un estremamente ridotto numero di vocaboli, costellato da ricorrenti “cioè”, da espressioni codificate e da una crassa ignoranza sugli accadimenti del tessuto sociale che li circonda.

Essere anziani, o meglio “vecchi” – secondo la terminologia giovanile – è inteso come una colpa, quasi che i vecchi non siano mai stati giovani e che i giovani non diventeranno mai vecchi. Eppure sono stati proprio quei vecchi che, con il proprio sudore e la propria inventiva, hanno trasformato l’Italia del dopoguerra in una potenza economica mondiale, della quale (e senza fatica) i giovani godono oggi i frutti. Intanto, molti di quei vecchi devono ora arrabattarsi per sopravvivere con pensioni da fame, spesso inferiori a quanto, uno spregevole governo, spende per degli invasori stranieri, foraggiando anche il criminale apparato che s’ingrassa alle loro spalle. Un apparato che, molti di quei giovani sostengono a spada tratta nelle piazze d’Italia, all’insegna dei più consumati slogan di “pace”, “antirazzismo” e “uguaglianza”.

Le drammatiche insidie del progresso cibernetico

Già dai primi anni delle elementari, stuoli di bimbi accedono disinvoltamente a internet ed è fatale che, ogni tanto, piombino in siti di pedofilia e di pornografia estrema, riuscendo ad aggirare con maestria le barriere che dovrebbero impedirglielo. Alcune adolescenti che offrono il proprio corpo a maschi maturi in cambio di uno smartphone, un tablet, una borsa alla moda, un paio di scarpe… hanno esplicitamente confessato di aver appreso come soddisfare un uomo, proprio grazie a quei siti pornografici. Oggi ci si conosce sul web e dopo pochi scambi d’informazioni – spesso neppure veritiere – ci s’incontra e si fa sesso. Per molti, questo è il segno di una liberazione. E’ l’affrancarsi da tabù ipocriti che opprimevano il desiderio per asservire anacronistiche convenzioni perbeniste. E’ davvero questo il segno del progresso? Forse, ma che ne è della femminilità, dei palpiti del corteggiamento, dell’estasi dell’infatuazione e della lenta, appassionata conquista di ciò che si desidera?

In questi giorni, proprio all’insegna del sacro impegno al più sfrenato modernismo, qualcuno propone che già a livello dell’istruzione primaria, la scuola introduca l’educazione sessuale a bimbi tra i sei e dieci anni, corredandola di tutte le varianti ai rapporti tradizionali, introducendo così gli amori gay, lesbici, bisessuali e transessuali. Anche sul concetto di “famiglia”, si dovrà forgiare le piccole menti ad abbandonare i desueti termini di “padre” e “madre” per accedere a quelli più ispirati di “genitore uno” e “genitore due”, garantendo, inoltre, a coppie dello stesso sesso di poter crescer bambini ottenuti attraverso adozioni, uteri in affitto e banche del seme. Impareranno anche ad abolire ogni termine che suoni, pur se vagamente, discriminatorio nei confronti di etnie diverse dalla propria, orientamenti sessuali, religiosi e culturali. Impareranno ad avere vergogna della propria normalità, come a un qualcosa di arcaico e in totale dicotomia con i tempi in cui si trovano a dover vivere.

Sempre più violenti gli attacchi ai valori della famiglia

E’ davvero questa l’accezione del “bene” come dovrà essere inteso nel 21° secolo? Bimbi sottratti alla formazione genitoriale per essere introdotti nel massificante pensiero unico? E’ davvero questo il prezioso cuore del percorso progressista?  Il brusco distacco culturale, dall’ambiente in cui sono nati e cresciuti, farà si che i figli – diversamente indottrinati da educatori sconosciuti – finiranno per diventare i più accaniti avversari di chi ha dato loro la vita circondandoli di attenzioni e di affetto. Saranno quindi loro (i genitori) ad apparire come le più spregevoli icone dell’estremo conservatorismo che ostacolano il percorso verso cui loro, fragili e verdi virgulti, sono stati indirizzati da una volontà aliena, rispetto a quella cui – fino a quel momento – si erano ispirati. Occorre possedere un’enorme dose di spregiudicato cinismo per distruggere in un colpo quegli intensi e ultra millenari legami che uniscono i genitori alle loro progenie.

Ma chi sono i registi di queste impudenti strategie? Sono tutte quelle forze politiche che predicano l’accoglienza dei clandestini; lo ius soli; il voto ai sedicenni; l’accettazione delle pretese LGBT; la magnanimità verso chi delinque e la severità verso chi vi si oppone… è il compimento di una strategia infame che spazia a tutto campo, fino a vietare i canti natalizi; abolire presepi e crocefissi; oscurare le opere d’arte che richiamano alla nostra tradizione cristiana al fine di non urtare la sensibilità di ospiti. Ospiti, in buona misura subiti e non desiderati. Eppure, la subdola circuizione che ha per oggetto i giovani, fa sì che non pochi di questi si riconoscano sempre di più in tali propositi e possano quindi fornire quel prezioso serbatoio di voti di cui quelle forze politiche hanno disperato bisogno per risorgere dal comatoso stato in cui la maggior parte degli italiani li ha meritatamente relegati.

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