Politica

Gli amori politici di stagione, ovvero: una botta e via

Agli albori della prima repubblica

L’Italia repubblicana dell’immediato dopoguerra, era caratterizzata dall’incrollabile fede partitica che si fondava, soprattutto, sull’esecrazione del nemico. Erano ideologie umorali e visceralmente partecipate, che si schieravano su due prevalenti orientamenti fideistici: il bolscevismo sovietico da un lato – promotore del dominio proletario – e il dogmatismo cristiano dall’altro, che s’ispirava, invece, ai principi dell’umanitarismo capitalista. L’attività politica si concentrava così nella costante demonizzazione dell’avversario, più che nell’esaltazione dei rispettivi progetti di gestione sociale.

Le campagne elettorali degli anni ’50 tappezzavano i muri delle città italiane di figure raccapriccianti, in cui si vedeva, qui, un bieco militare sovietico, con la stella rossa sul colbacco mentre strappava dalle braccia di una madre piangente il proprio incolpevole pargolo e là, un magnate americano, con il simbolo del dollaro sulla cravatta, mentre irrideva, sprezzante, un derelitto che stendeva la mano per chiedergli aiuto.

Erano i tempi in cui si diceva che i comunisti mangiassero i bambini e i capitalisti prosperassero sul sangue dei proletari. Se si pensa che verso la metà degli anni ’50 l’analfabetismo in Italia si attestava su una media del 14 per cento, con punte che raggiungevano il 32 per cento, è facile comprendere come queste affermazioni trovassero terreno fertile su cui germogliare.

Crescendo la scolarizzazione, cresceva del pari anche la capacità di un più libero giudizio, non più relegato agli aspetti fideistici, ma concentrato sull’oggettiva valutazione dei risultati che la politica produceva. Da qui nasceva la crescente consapevolezza di un sistema gravemente afflitto da croniche incapacità, odiosi nepotismi e dilagante corruzione.

Lo scandalo di “mani pulite” del 1993, scoperchiava un putrido vaso di Pandora da cui non si salvava nessuna forza politica e la cui inchiesta decretava la morte di quella che fu definita la “prima repubblica”, sconvolgendo le radici dell’intero apparato politico che per quasi mezzo secolo aveva governato l’Italia. Purtroppo la generale mattanza lasciò sul campo anche alcune vittime innocenti, giacchè quando la sete di giustizia approda al giustizialismo Giacobino, è quasi inevitabile che ciò accada.

Il frenetico incalzarsi dei crolli e delle ascese

Presunte partecipanti ai Bunga-Bunga berlusconiani

Dopo questi accadimenti, era comunque fatale che negli italiani si sviluppasse un più attento senso critico e una sempre maggiore intolleranza verso i soprusi e le malversazioni di una classe dirigente che, malgrado fosse stata già colta con le dita nella marmellata, continuava a nuotare in acque torbide dove tutto s’impastoia in una delirante e invincibile burocrazia, che abbandonato il sistema borbonico, sembra essere scivolata in quello bizantino.

Purtroppo, però, questa legittima intolleranza, non possiede altre armi, se non quella del ricorso alle urne ed è proprio qui che si evidenzia la reale metamorfosi di una Nazione. Non c’è più la cieca fedeltà a un’ideologia, ma l’oggettivo riscontro dei fatti promessi in campagna elettorale. Ecco perché l’elettorato premia e affossa i propri beniamini, con repentini cambiamenti di fronte, anche nel volgere di pochi mesi.

Così si spiega perchè nelle elezioni europee del 2014, Matteo Renzi, riuscì a trascinare il PD al 40 per cento dei consensi. Un risultato sbalorditivo, mai prima realizzato. Renzi era un giovane e capace oratore. L’apparente pragmatismo delle sue proposte, affascinò gli italiani che ritennero di aver finalmente trovato chi poteva riscattarli dalla palude d’incapacità e d’immobilismo in cui si sentivano relegati.

Ciò era potuto accadere anche grazie alla sperticata campagna contro Silvio Berlusconi, che si era dimostrato talmente incauto da infilarsi in tutti i tombini che gli avversari gli aprivano sotto i piedi; 34 procedimenti giudiziari a suo carico; deprimenti storie di escort e bunga-bunga, fino al colpo per farlo fuori, messo a segno dalla potente coalizione di: Napolitano, Merkel, Monti, De Benedetti e Unicredit, mentre, solo pochi giorni fa, è arrivata la bomba innescata dal defunto relatore della Corte di Cassazione, Amedeo Franco, secondo cui il processo per frode fiscale contro Berlusconi, fu pilotato dall’alto”. Insomma, un po’ per causa sua, un po’ a causa altrui, l’astro che aveva consentito al cavaliere, di dar luogo al più lungo governo della storia repubblicana, era ormai definitivamente tramontato e Renzi poteva sostituirlo sul podio.

Ma anche quella di Renzi, rivela presto d’essere una gloria fatua, che solo quattro anni dopo, nelle politiche del 2018, fa piombare il PD, da lui guidato a un deludente 19 per cento. Gli elettori, gli presentano il conto per le troppe promesse mancate e (soprattutto) per il tentativo fallito della riforma costituzionale e della fastidiosa sicumera con cui aveva dato vita al rovinoso referendum, ma ecco che, appena cade una stella, subito ne sorge imperiosamente un’altra.

A rappresentarla è il quasi imberbe volto di Luigi di Maio e del suo movimento 5 Stelle. L’onestà, la coerenza, l’antieuropeismo, sono le teste d’ariete con cui Luigi si ripromette di sbaragliare le malversazioni avversarie, PD in testa. “Apriremo il parlamento come una scatola di tonno!”, è il tonante proclama. I vaffa…. del suo mentore e ispiratore, Beppe Grillo, risultano vittoriosi e il popolo li premia con oltre il 32 per cento dei consensi, elevando i 5 stelle al rango di primo partito d’Italia.

L’arte della menzogna propedeutica

“Chi troppo in alto sale cade sovente, precipitevolissimevolmente”, scrive Dante e se si dovesse stilare una lista di chi ha sperimentato, più di ogni altro, una così rapida e rovinosa caduta, il Gigino nazionale ne otterrebbe certamente il primo posto, perché il suo astro ascendente, nelle elezioni europee dell’anno successivo, piomba a capofitto in una disastrosa caduta che si arresta al 17 per cento dei consensi; quasi la metà dello strepitoso successo ottenuto solo un anno prima ed ecco che, nella stessa consultazione, un’altra improbabile figura balza imperiosamente alla ribalta politica, quella del ruvido volto barbuto di Matteo Salvini. La Lega, da lui guidata, che nelle politiche del 2018 aveva di poco superato il 17 per cento, raddoppia in un colpo i consensi attestandosi su uno straordinario, quanto inaspettato, 34 per cento.

Stiamo calmi, però, perché non c’è neppure il tempo di riaversi da questo repentino alternarsi sulla scena politica che, prima ancora che si completi un intero anno, ecco che i sondaggi mostrano un Salvini che, pur mantenendo la posizione di primo partito d’Italia, è costretto a cedere ben 8 punti, scivolando dal 34 al 26 per cento dei consensi. Cos’è accaduto?

E’ accaduto che un’altra luminosa “Nova” è esplosa nella rissosa galassia della contesa politica. A impersonarla è una leggiadra signora romana (fino a ieri messa al bando per presunte nostalgie reazionarie) che da un esiguo 4 per cento, ottenuto nelle politiche 2018, s’installa, negli stessi sondaggi, al 14 per cento, mettendo pepe nel sempre più vicino deretano dei 5 Stelle. Parlo di Giorgia Meloni che, con i suoi Fratelli d’Italia, punta al verosimile obiettivo di diventare il terzo partito del Paese. Anzi, proprio in questi giorni, sono usciti i sondaggi della Tecnè (agenzia Dire), secondo cui Giorgia Meloni, avrebbe già superato i 5 Stelle con un secco 15,9 per cento che la porterebbe ora a insidiare direttamente il PD da cui la separano solo più quattro punti. Tutto da verificare, ovviamente, in quanto l’affidabilità dei sondaggi è diventata sempre più labile.

Quali sono le cause d’una così diffusa schizofrenia nell’elettorato, che in un batter di ciglia, come nell’epitaffio manzoniano dedicato a Napoleone, “atterra e suscita” i propri beniamini?
Che ne è stato dei rimpianti o delle incrollabili fedi che, nella prima repubblica, caratterizzavano i rapporti degli italiani con i loro partiti del cuore?

Attenzione, qui non si tratta di schizofrenia, ma solo di sano e implacabile realismo. L’Italia si dedica finalmente alla severa valutazione dei consuntivi e ogni volta che questi appaiono disallineati, rispetto ai preventivi pomposamente annunciati in campagna elettorale, l’Italia non perdona. Oggi non perdona più!

L’Italia di oggi, ascolta con più attenzione del passato. Assegna o toglie punti secondo il proprio e libero giudizio. Non ama chi le parla leggendo retoriche concioni scritte da altri, ma apprezza sempre di più chi usa un linguaggio diretto, essenziale, che va rapidamente al cuore delle istanze cui si chiede soluzione.
A questa Italia non piace chi maltratta la lingua italiana infierendo colpi mortali alla grammatica, ma soprattutto, non piace chi tradisce le promesse, anche quelle più solennemente enunciate. “Se perdo il referendum non mi occuperò mai più di politica”, blaterava Matteo Renzi. “Non mi alleerò mai con i 5 Stelle”, tuonava Zingaretti. “Io, con il partito di Bibbiano non voglio aver nulla a che fare”, ciarlava Di Maio.

Trappole, capestri e suicidi politici

Salvini, si è probabilmente giocato una consistente parte di consensi, per l’ingenuità di aver creduto che Di Maio, non inficiasse la propria onorabilità alleandosi con il PD, ma è stata una previsione sbagliata; nella vicenda dei supposti rubli versati alla Lega, ha negato di conoscere Savoini, mentre lo conosceva benissimo; per anni ha lamentato la presenza di oltre 600 mila clandestini da rimpatriare, ma quando a rimpatriarli doveva provvedere lui, ha detto che si trattava solo di 80 mila; si è abbandonato a troppe retoriche citazioni della mamma, dei figli e dei simboli religiosi e infine – ciò che molti suoi elettori faticano a perdonargli – si  è esibito nell’indecorosa rincorsa di Luigi di Maio, da cui si era appena dissociato, riproponendogli la formazione di un secondo governo insieme. Insomma, ha fatto non pochi scivoloni e l’Italia si accinge a punirlo, anche se non così pesantemente come ha punito Renzi, Di Maio e Berlusconi.

E’ fatale che in questo enorme pastrocchio di affermazioni ritrattate, di cambiamenti di fronte, di balletti dall’una all’altra sponda, gli italiani si trovino sconcertati. Avevano portato al potere dei bravi dottor Jekyll e si trovano governati da sinistri mister Hyde.

E mentre dal marasma politico emerge la disfonica voce del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che ci inonda di rassicurazioni tutte concentrate sui reiterati “diremo”, “faremo”, organizzeremo”, “discuteremo”, “finanzieremo”, “disporremo”,  “esigeremo” … Giorgia Meloni, mostra una sempre più incontestabile coerenza; parla inglese in modo sciolto e appropriato; non legge mai; si esprime senza esitazioni; risulta vincente in qualsiasi confronto dialettico (lo sanno bene l’egocentrica Lilly Gruber e il pretenzioso giornalista David Parenzo); non scade in quell’odioso turpiloquio che sembra ormai dover caratterizzare il confronto politico.
Insomma, se anche alcuni dei suoi più onesti oppositori le hanno riconosciuto questi meriti, una fondata ragione ci deve pur essere.

Finirà anche lei per meritare il castigo degli elettori? E’ possibile, ma ciò che occorre rilevare da questa disanima, è che c’è un poderoso e ormai insopprimibile anelito pubblico a trovare chi sia realmente in grado di risolvere i problemi che affliggono l’Italia. Problemi che per troppi anni, la politica si è ingegnata a mascherare abbindolando, illudendo e raggirando ipocritamente il popolo, con la vuota logorrea politichese.

Le sabbie mobili  della pubblica amministrazione

Tuttavia, al di là degli effettivi meriti individuali, che alcuni esponenti politici possono legittimamente vantare (siano essi di sinistra o di destra), il primo e ostico nemico che ogni nuovo governo si troverà ad affrontare, non proviene dalle forze di opposizione, ma risiede, nel pachidermico, sussiegoso e zoppo apparato della pubblica amministrazione, dove oscure e inamovibili eminenze grigie, sono indefessamente dedicate a complicare ogni cosa. Usano un lessico tortuoso, in cui riecheggiano i toni degli editti di Franceschiello.

La loro suprema arte consiste nel rendersi incomprensibili al cittadino, intricare tutto ciò che è semplice, imporre adempimenti tortuosi e spesso contradditori. Per dialogare con loro, non bastano neppure due o tre lauree, ma occorre rivolgersi a professionisti che hanno studiato l’oscuro idioma burocratese e che possono quindi fare da interpreti tra il cittadino e lo stato.

Tutto questo perché, tali eminenze grigie, possano perpetuare se stesse e i loro munifici privilegi. Del resto un governo democraticamente eletto, resta in carica cinque anni (spesso neppure per quelli) mentre le eminenze grigie (cui appartiene anche l’apparato giudiziario) restano in carica a vita.

Sono questi potenti dicasteri che impastoiano, rallentano, vanificano ogni iniziativa, anche quando sia meritevole, e sono quindi loro che con le subdole strategie apprese alle scuole di Jago e di Polonio, decretano il fallimento dei governi scelti dal popolo.

Ora si è però arrivati alla resa dei conti profetizzata da Abramo Lincoln: “Si può ingannare tutta la gente per un po’ di tempo, si può anche ingannare un po’ di gente per sempre, ma non si può ingannare tutta la gente per sempre”.

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