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Foibe, dopo quasi ottant’anni dal massacro una parte della verità resta ancora occultata

15 mila morti e 350 mila sfollati

La foto in testa a questo articolo, mostra uno dei molti oltraggi subiti dalle lapidi poste in memoria delle vittime istriane, eppure ci sono voluti sessant’anni perché il governo italiano, durante la presidenza di Carlo Azeglio Ciampi, riconoscesse quella che fu definita “pulizia etnica” attuata dai partigiani iugoslavi di Tito (i cosiddetti “titini”) contro gli italiani presenti nell’Istria e sparsi un po’ in tutta la zona carsica di Trieste e Gorizia. Benché l’obiettivo fosse in prevalenza rappresentato da simpatizzanti del regime fascista, la follia omicida si estese a semplici cittadini, finendo per coinvolgere anche alcune etnie autoctone, come quelle croate e slovene. Si stima che l’eccidio sterminò circa quindicimila persone costringendone all’esodo oltre 350 mila.

Fu una delle stragi più cruente ed efferate attuate nel secolo scorso ai danni d’italiani. Le vittime erano legate due a due. Una veniva uccisa sul colpo e l’altra lasciata in vita, poi entrambe venivano gettate nelle profonde gole carsiche il cui nome, Foibe, deriva dall’espressione slovena “fojbe” che designa appunto, cave e grotte a struttura verticale. La scelta di lasciare una persona in vita, ma indissolubilmente legata a un cadavere, finché, dopo una lunga e straziante agonia, pervenisse a sua volta alla morte, è quanto di più raccapricciante possa essere partorito da una mente umana, per quanto perversa.

Sessant’anni di storia occultata

L’ingresso di una Foiba nella campagna triestina

Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, ben tre generazioni di studenti furono lasciate all’oscuro del massacro che si compì ai danni dei loro connazionali istriani. Una censura non certo edificante per una “Repubblica” che sorgeva dalle ceneri della dittatura fascista e che, tra i suoi primi atti istituzionali, impose, una censura del tutto degna del precedente regime. Le prime ammissioni della strage carsica videro, infatti, la luce solo nel 2004, sotto il governo Berlusconi, quando fu finalmente proclamata la “Giornata della Memoria” che si celebra il 10 febbraio di ogni anno. Ma la vera storia del massacro è ancora ben lontana dall’essere scritta per intero perché è tuttora viziata da omertà e omissioni.

Già dal giugno 1941, il Partito Comunista Italiano, guidato da Palmiro Togliatti, aveva accettato il principio che le unità partigiane di orientamento comunista, presenti nel Friuli Venezia Giulia, si ponessero sotto il comando dei partigiani di Tito, cosa che avvenne due anni dopo, quando il locale distaccamento Garibaldi, si unì alle formazioni slave, partecipando così ai massacri. Il 19 ottobre del 1943, fu ancora Togliatti che sostenne la direttiva emanata dall’alto esponente del PCI, Vincenzo Bianco, affinché i partigiani garibaldini presenti nella regione, “sostenessero l’occupazione di Udine e Trieste da parte delle truppe di Tito, piuttosto che dalle forze anglo-americane”. Difficile non vedere in questa scelta un vero e proprio tradimento ai danni dell’Italia. Infatti, tutte le formazioni partigiane non comuniste, si dissociarono fermamente da tale scelta.

Il massone eletto a simbolo del comunismo

Una piccola parentesi merita anche di essere introdotta circa il nome “Garibadini” che le formazioni partigiane di orientamento comunista, scelsero di attribuirsi. Giuseppe Garibaldi, il celebrato “eroe dei due mondi“, indossava una casacca rossa e questo sembra essere bastato per farlo diventare l’emblema dell’antifascismo e renderlo anche un autorevole ideologo dell’ideologia comunista.

In realtà, tutto ciò che Garibaldi fece, fu di mettersi al servizio di Vittorio Emanuele II e del suo potentissimo Primo Ministro, Camillo Benso di Cavour (che per dirla tutta, non è mai stato un Conte) allo scopo di far annettere a Casa Savoia l’intera penisola italica. Ma oltre a questo,  è anche opportuno ricordare che egli, a partire dal 1864,  fu nominato Gran Maestro dell’ordine massonico del Grande Oriente d’Italia, iniziazione che aveva già peraltro ricevuto vent’anni prima quando si trovava ancora a Montevideo. Come il comunismo sia riuscito ad appropriarsi dell’emblema di Garibaldi, conciliandolo con l’appartenenza alla Massoneria – sempre e tenacemente avversata dal comunismo ortodosso – è davvero difficile da comprendere.

Il coraggio di denunciare i misfatti del passato

Il triste spettacolo di corpi estratti dalle Foibe carsiche

L’esperienza del marxismo rivoluzionario è ormai miseramente fallita in ogni parte del mondo, rivelandosi per ciò che era: un’utopia tanto spietata, quanto irrealizzabile. I piani quinquennali del regime sovietico, si erano rivelati tutti fallimentari e il popolo, sempre declamato come il vero detentore del potere, poteva essere sfamato solo grazie alle forniture di grano dell’odiato capitalismo americano. Il simbolo comunista, sopravvive ormai, soltanto più in Cina, ma si tratta, appunto, di un simbolo e nulla più, perché il gigante asiatico mostra nei fatti, la più spregiudicata strategia di sfruttamento che si adegua alle ciniche leggi di mercato, mentre del comunismo, mantiene solo le peggiori peculiarità: dispotismo, soppressione della libertà e feroce repressione del dissenso.

Ma se l’ideologia marxista registra il proprio totale fallimento, resta pur sempre l’omertosa necessità di coprire le responsabilità di coloro che l’avevano promulgata. Una necessità cui la Russia odierna (primaria madre del comunismo applicato) mostra però di non volersi assoggettare. Ha infatti abbattuto le statue di Lenin e di Stalin; ha restituito alla splendida Pietroburgo il suo nome originario eliminando quello di Leningrado; lo stesso è accaduto per Stalingrado, oggi ribattezzata Volgograd. Insomma, la Russia, ha saputo esprimere nei fatti la genuina intenzione di volersi liberare da un imbarazzante passato, non occultandolo, ma rinnegandolo apertamente.

A quando una completa verità sulle Foibe?

Palmiro Togliatti (1893 – 1964)

Lo stesso non è compiutamente avvenuto in Italia, anzi, stando a quanto pubblicato da un giornale padovano, l’ANPI di Rovigo (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) avrebbe dichiarato che “Il massacro delle Foibe è un’invenzione fascista”, mentre altri negazionisti, accusano di strumentalizzazione chiunque osi parlare di questo eccidio. Manca poco a che si compiano ottant’anni dalla tragedia delle Foibe. Sia gli esecutori, sia i sopravvissuti del massacro sono quasi tutti morti e presto non ci saranno più voci che lo ricordano, né colpevoli da perseguire.

A una manciata di giorni di distanza dal “Giorno della Memoria” ecco un altro vile oltraggio alle vittime delle Foibe

Il nostro establishment politico, pur se di colore variegato negli anni, ha messo a segno la strategia che si prefiggeva: gettare l’intera colpa della strage sui partigiani titini e occultare la partecipazione di alcune formazioni comuniste italiane. Forse questa parte di verità sarà rivelata tra dieci anni, o forse mai. Certo che, un’Italia che per decenni poteva vantare il più potente partito comunista dell’occidente; un’Italia rossa che fino alla sua morte, ha mantenuto stretti e fraterni contatti con il macellaio georgiano Joseph Stalin, non poteva che agire in questo modo, ma che tutto questo possa essere declamato come un atto di vera e trasparente democrazia, ce ne corre davvero.

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