Politica

Epitaffio per il giornalismo: il “Quarto Potere” è rimasto, ma il “Nobile mestiere” è ormai defunto

Un triste “amarcord”

E’ con grande nostalgia che ricordo i tempi d’oro del giornale della mia città: “La Stampa” di Torino. Negli anni ’60 era diretta da un uomo di specchiata onestà e coerenza. Si chiamava Giulio De Benedetti. Astigiano d’origine, riuscì a portare La Stampa, da quotidiano cittadino, a testata di grande rilievo nazionale. Pur se di orientamento progressista, i suoi editoriali non furono mai asserviti all’ideologia, ma si sforzarono sempre di offrire ai lettori una disamina oggettiva dei fatti.

Allora, ero un giovane studente che faceva il galoppino, tra gli ospedali e i commissariati cittadini, per raccogliere notizie di cronaca da portare alla redazione. A causa dell’enorme lontananza delle rispettive posizioni, non ebbi mai modo d’incontrare De Benedetti di persona, ma ascoltavo con l’interesse del neofita, le sue parole rivolte ai membri della redazione, in occasione dei non frequenti incontri istituzionali.

“Un quotidiano, vive quanto una rosa”, era una delle sue esortazioni, mirate e promuovere lo sforzo di riportare sempre notizie fresche e non stantie, perché sarebbero fatalmente passate inosservate. Fu lui a reclutare alla Stampa, un’altra grande firma del giornalismo italiano, Arrigo Levi che, qualche anno dopo, lo seguì nella conduzione del giornale. Levi, fu un altro direttore integerrimo che mai si piegò alle correnti politiche e non rinunciò ad affermare sempre la verità, qualunque essa fosse, senza curarsi di quali poteri poteva infastidire.

“Un buffone vestito da tramviere”

Arrigo Levi, giornalista, scrittore, conduttore televisivo e già direttore del quotidiano La Stampa di Torino

Negli anni ’70 ebbe il coraggio di attaccare il folle leader libico Muammar Gheddafi, accusandolo di finanziare il terrorismo internazionale e definendolo – in un suo editoriale – “il buffone libico vestito da tranviere”. Parlo di coraggio, perché, in quel periodo Gheddafi deteneva un robusto pacchetto di azioni Fiat, circostanza che indusse il permaloso colonnello arabo a chiedere, al “socio” Giovanni Agnelli di licenziare in tronco quel giornalista che aveva osato offenderlo, visto che La Stampa era di proprietà della famiglia Agnelli. Naturalmente, l’avvocato torinese, respinse sdegnato quella richiesta e non molto tempo dopo, la Fiat riuscì a liberarsi di quell’ingombrante azionista.

Fino ai primi anni ’90 l’editoria italiana, poteva vantare nomi di grande prestigio, pur se ideologicamente distanti tra loro. Giornalisti onesti e coerenti, come Indro Montanelli, Oriana Fallaci, Enzo Biagi, Giorgio Bocca… Di Montanelli, sono celebri le frequenti punzecchiature con Fortebraccio, lo pseudonimo usato dal giornalista di Repubblica, Mario Melloni. Montanelli, orientato al liberalismo di destra e Fortebraccio, dichiaratamente comunista, non mancavano di scambiarsi quotidiani sfottò sui rispettivi giornali, ma nutrivano entrambi un reciproco rispetto, al punto che Fortebraccio, scrisse l’epitaffio che avrebbe voluto far apparire sulla propria tomba: “Qui giace Fortebraccio, che in vita amò segretamente Montanelli”.

Infatti, Montanelli, non smentì mai, il suo desiderio di assoluta indipendenza, da qualsiasi potere finanziario e quando Silvio Berlusconi, acquisì le quote di maggioranza del Giornale – che lo stesso Montanelli aveva fondato – lui, insofferente alle insistenti pressioni del Cavaliere e benché questi non fosse molto distante dai suoi orientamenti ideologici – decise di abbandonare l’incarico. “Toscanaccio” anche lui, come Oriana Fallaci, non mancò di sorprendere i lettori con dichiarazioni spesso estemporanee, come quando, alla richiesta del perché non si fosse mai sposato e non avesse avuto figli, rispose: “Perché quando fai un figlio, non sai mai chi ti metti in casa”.

Pennivendoli al servizio dei potenti

Questi gloriosi tempi del giornalismo italiano, erano quelli che potevano, a pieno diritto, meritare il titolo di “Nobile mestiere”.
Oggi, di “nobile”, non è però rimasto quasi nulla. Le varie testate, sono diventate megafoni prezzolati dei poteri forti e si esprimono all’interno di ferree direttive editoriali, dalle quali non possono sgarrare. Le principali testate italiane, Repubblica, Stampa, Corriere della Sera, Espresso… sono accorpate in un’unica voce a sostegno della sinistra, tant’è che i loro direttori, si scambiano disinvoltamente i ruoli di comando: Massimo Giannini, da La Repubblica a La Stampa, mentre Maurizio Molinari si esibisce nel percorso contrario e Maurizio Fontana, dirige il Corriere della Sera, dopo aver a lungo militato come editorialista, nel defunto organo di stampa del partito comunista “L’Unità”.

Non meglio vanno le cose sull’altro versante, quello orientato a destra: Il Giornale, Libero, La Verità, Panorama… Così come fanno le testate avversarie, anche loro si sforzano sempre di filtrare ogni notizia, cercando di confezionarla in modo da risultare denigratoria nei confronti degli oppositori, pur restando pronti a tacere o edulcorare, tutto ciò che possa nuocere all’indirizzo politico che si vuole sostenere.

In un recente dibattito televisivo in cui il leader della Lega, Matteo Salvini, denunciava le intollerabili espressioni usate nei suoi confronti da alcuni magistrati, tra cui Luca Palamara, il direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, eludeva spudoratamente la domanda, dicendo a Salvini che invece di pensare a quello, doveva “occuparsi della grave situazione economica in cui versa l’Italia”, quasi che Molinari non sapesse che il partito di Salvini non è al governo e non tocca quindi a lui affrontare quel problema, mentre, che dei magistrati si accordino con assoluta impudenza, per “far fuori” un esponente politico che a loro non garba, è un fatto di assoluta gravità, che avrebbe fatto balzare dalla sedia i giornalisti sopra menzionati, qualunque fosse la loro colorazione ideologica. Invece, il direttore della più grande testata italiana, ha meschinamente glissato sull’argomento.

Gli istrionici voltagabbana dei media

Il giornalista Marco Travaglio, condirettore del Fatto Quotidiano

Un commento lo merita anche il sedicente castigatore dei corrotti, l’ineffabile Marco Travaglio che cambia casacca a ritmi da guinness. Cresciuto (dice lui) alla scuola di Indro Montanelli – di cui si dichiara emulo ed estimatore.- dopo essersi alacremente dedicato alla demonizzazione di Silvio Berlusconi, nel salotto televisivo di Michele Santoro, coadiuvato da Vauro Senesi, il dissacrante vignettista che a Montanelli avrebbe fatto venire l’orticaria, Travaglio è passato alla furiosa denigrazione del PD per poi approdare, come condirettore del Fatto Quotidiano, allo sperticato sostegno dei 5 stelle, prima come alleati della Lega per poi seguirli – sempre legittimandone le scelte – alla loro alleanza con il PD, fino ad allora sempre vituperato. Forse neanche il bronzo è il metallo più adatto per definire la faccia dell’istrionico Travaglio.

Tutto questo non può che farci concludere che il “nobile mestiere” è ormai irrimediabilmente defunto e che gli articolisti di oggi, si sono ridotti all’umiliante ruolo di prezzolati scribacchini, esclusivamente dediti a fare permanente campagna politica in favore di chi li finanzia. Forse questo conferma la battuta di un tempo; quando si chiedeva a un giornalista perché avesse scelto quel mestiere, quello rispondeva: “Piuttosto che lavorare….”. In questo deprimente scenario, si salvano (forse) solo alcuni freelance, che riescono ancora a esprimere il proprio libero pensiero per poi cercare un editore eventualmente interessato a pubblicarlo, ma senza doverne subire i condizionamenti.

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