Politica

Elezioni amministrative 2021: La destra pasticciona regala la vittoria alle sinistre

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Franco Nofori
5 ottobre 2021
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Quando gli errori premiano…

Milano, capitale economica d’Italia, va al voto e conferma Beppe Sala alla guida di Palazzo Marino. I meneghini hanno voluto Beppe Sala come sindaco e Beppe Sala avranno. Il popolo della metropoli lombarda, dimostra così di saper essere clemente con gli errori dei propri beniamini e perdona al buon Beppe la condanna per illecito, poi opportunamente prescritta nel ricorso alla Corte d’Appello, durante la gestione dell’Expo 2015. Gli perdona l’invito ad abbracciare un cinese, espresso all’indomani dell’esplosione pandemica e gli perdona anche la bizzarra solidarietà espressa a favore del collega calabrese, ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano, recentemente condannato a tredici anni e due mesi, per vari reati, tra cui concussione e associazione a delinquere. “Mimmo – gli ha detto il riconfermato sindaco milanese – se fossi stato al tuo posto, avrei fatto le stesse cose”. Sì, perché è ormai assodato che la bontà – purché così consacrata da certe ideologie – consente un’ampia possibilità di trasgredire la legge. Cosa ci sarà da spettarsi, quindi, da oggi in poi nella città cantata da Giuseppe Parini? Una specie di anarchia buonista?

Milano, Bologna e Napoli, restano saldamente in mano al PD, mentre a Roma, Torino e Trieste si andrà al ballottaggio, dove (fatta forse eccezione per Trieste) è prevedibile che la sinistra risulterà ancora vincente, ma i veri vincitori di questo confronto elettorale, che si è chiuso lunedì scorso, sono indubbiamente loro: i non votanti. Quasi la metà degli aventi diritto è rimasta tranquillamente a casa, esponendo tutto il loro disprezzo nei confronti di una politica contradditoria e arlecchinesca che mostra ogni giorno, una faccia diversa da quella mostrata il giorno prima. L’astensionismo alle urne ha così raggiunto una percentuale record, mai prima riscontrata dal dopoguerra in poi. In questa immane gara tra chi faceva più errori, il PD ha potuto così far cassa. I 5 Stelle sono franati ovunque e più che meritatamente, pagando un alto prezzo per la costante disponibilità al meretricio politico che non gli è stata più perdonata. La torinese Chiara Appendino, ha avuto l’arguzia di non ricandidarsi, evitando così quella figuraccia che è invece piombata sulle gracili spalle della collega romana, Virginia Raggi, che ha, invece, voluto riprovarci.

… e quando gli errori puniscono

Gli sconfitti

Roma è un’insanabile torre di Babele che più che onestà e competenza, richiederebbe l’estro di un Mago Merlino per tornare a normali livelli di efficienza e chi davvero vuole bene al candidato di centrodestra, l’esordiente Enrico Michetti, dovrebbe augurarsi di vederlo sconfitto al ballottaggio, lasciando così tutte le immancabili rogne al suo avversario di sinistra, Roberto Gualtieri, che finirà fatalmente per immolarsi sull’altare capitolino perdendo la faccia così com’è sempre avvenuto ai suoi predecessori di qualunque colore politico. Una disamina obiettiva sui risultati del voto, non può tuttavia esentarsi dall’attribuire la maggior parte di colpe al centrodestra, il cui solo vanto (almeno per ora) e quello di aver conquistato la regione Calabria, un altro immane e perpetuo rogo, in cui l’incolpevole Roberto Occhiuto, rischia di bruciarsi le ali. Tutti presi nella loro guerra sotterranea per prevalere l’una sull’altro, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, hanno trascurato le strategie che dovevano portarli al successo, consacrando così i sondaggi a loro ampio favore, ma quello di aver raffazzonato candidati all’ultimo momento, scegliendo personaggi privi di carisma e di adeguate qualificazioni, non è stato l’unico errore.

Meloni e Salvini, hanno imperiosamente cavalcato l’onda dei “no green pass”, incuranti del fatto che l’80 per cento degli elettori leghisti – soprattutto i piccoli e medi imprenditori del nord – erano invece a favore del green pass, per rivitalizzare le proprie aziende ridotte a uno stato comatoso dal disastro pandemico. Pur conscio del progressivo calo dei consensi, riscossi dalle ultime elezioni politiche in poi, Matteo Salvini è anche riuscito a creare una larga spaccatura tra lui e i suoi più titolati governatori settentrionali (oltre al ministro Giorgetti) mettendo così a rischio la sua stessa leadership alla guida del partito, un partito che, proprio grazie a quella guida, era riuscito, nelle politiche del 2018, a collocarsi in terza posizione, a ridosso del rivale PD. Gli errori, ahimè, prima o poi si pagano e Salvini ne ha collezionati non pochi. Prima con l’uscita dal primo governo Conte; poi con l’ingresso nel governo Draghi e infine con il sostegno ai “no green pass”, consentendo così a Giorgia Meloni di saccheggiare a piene mani nel tesoretto dei suoi consensi.

Draghi for president?

Le prossime elezioni politiche del 2023 sono ancora troppo lontane perché la destra possa sperare di non dover a pagare un prezzo esorbitante per le proprie defaiance, cui quest’ultimo responso elettorale ha dato il colpo di grazia. Resta la possibilità che Mario Draghi ceda alle pressioni che lo vogliono al Quirinale nelle prossime elezioni presidenziali che avranno luogo tra soli tre mesi ed è possibile che, per quella data, i consensi che i sondaggi attribuiscono al centrodestra, non si siano ancora dissolti, garantendo così a Salvini, Meloni e Berlusconi, una possibilità di riscatto. Dopo un intero decennio di presidenti del consiglio, sbucati dal cilindro del mago, è finalmente ora che il popolo faccia sentire la propria voce e scelga autonomamente chi deve guidarlo. Certo che l’intero apparato politico ha dato di se una prova così deludente che, in queste condizioni, anche la più ragionevole speranza appare un azzardo.

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