Inchieste

I Licatropi della Cooperazione – Parte Prima

I LICANTROPI DELLA COOPERAZIONE

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FABRIZIO MONTI alias FULVIO BELTRAMI, alias LUCA PALTRINIERI, alias GIANNI CIRONE, alias NANCY V. GREY, alias CARLO CATTANEO, alias …, alias …, alias …

Dopo aver assistito alla farsa sul Curriculum del nuovo Premier, Giuseppe Conte, che di scoop onestamente aveva veramente poco, se non constatare che si trattava dell’ennesimo tentativo di ostacolare un governo che l’establishment non voleva, ne ho tratto spunto per dare un’occhiata ai profili pubblicati su Linkedin, come noto la più grande piattaforma di professionisti del mondo.
Ebbene se di professionisti si tratta la lista è davvero molto variegata, si va dal Manager all’Esperto, dallo Specialista al Direttore, dai Consultant e Advisor ai normali Officer, di  fundrisers ce n’è in quantità industriali, oltre ai vari free lance che si occupano di tutto. Un mondo di esperti con tanto di curricula più o meno dettagliati, ne più ne meno rispetto a quello dell’Avvocato e Professore Conte, attuale Premier del nuovo governo giallo-verde.
Ci sarebbe da chiedersi com’è possibile che le cose in Italia non funzionano, con tutti questi specialisti ed esperti, a meno che proprio prendendo spunto dal curriculum del Premier non ci si rivolga la domanda: “Se un candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri scrive dati, magari anche veritieri, ma difficilmente verificabili che non inficiano nè le sue competenze nè la sua professionalità, cosa accadrà nei profili della miriade di esperti che popolano Linkedin e il mercato dei CV on line?”
Il Professore Premier ha presentato un CV di 18 pagine, che senza nulla togliere al suo vissuto, se il sottoscritto, che ha iniziato a lavorare all’età di 15 anni per pagarsi gli studi alle “serali”, dovesse presentare il suo CV integrale non basterebbero 80 pagine. Come sappiamo però per le candidature gli esperti delle Risorse Umane consigliano un CV massimo di 3-4 pagine, focalizzando le esperienze e le competenze rispondendo alle richieste delle vacancies. E finisce che ognuno di noi si trova ad avere una quantità smisurata di CV per le diverse posizioni e in diverse lingue, con contenuti che sicuramente non rispondono alle esperienze reali ma con descrizioni standard che poi alla fine nessun selezionatore legge, quali: “capacità di lavorare in team, di relazioni interpersonali con autorità locali e blablabla”.
Certamente per chi nella vita ha fatto solo il contabile il CV potrebbe essere racchiuso in un paio di paginette risicate, ma in Italia, soprattutto per i progetti di Cooperazione Internazionale, la figura maggiormente richiesta è il “tuttologo”“Project Manager con compiti di gestione della logistica, dell’amministrazione, del procurement, di scrittura progetti, di capacity building, di formazione professionale… ” e via di questo passo.
Racchiudere in 3 pagine le competenze relative a posizioni simili, con l’aggiunta di laurea, master, corsi, peculiarità personali e referenze, diventa piuttosto complesso e spessp anche inutile, tenendo conto che alla fine si procederà alla selezione di un neolaureato, junior, che di esperienza sul campo ne ha ben poca, che in compenso ricevere le spettanze in “noccioline”, utili soprattutto a rimpinguare le spese destinate alle sedi.
Molti però si impegnano nella costruzione di CV che spesso nel caso degli Enti pubblici sono stati agevolati dall’entrata in vigore della legge 183/2011, che obbliga gli stessi Enti ad accettare le autocertificazioni; da quel momento tutto ciò che si dichiara ricade sotto la responsabilità diretta del candidato, che avendo autocertificato titoli di studio ed esperienze, da un lato libera l’Ente da qualsiasi responsabilità e dall’altra dispone l’accettazione di quanto dichiarato senza alcuna verifica.
Ad onor del vero, come tutti sanno, alcune selezioni, soprattutto quelle dell’Agenzia per la Cooperazione allo Sviluppo, sono effettuate solo proforma, essendo già noti i vincitori, o, nei casi più intelligenti, sapendo in anticipo a chi dovrà essere assegnato il posto, si costruisce la vacancy con un profilo ad hoc. Il sottoscritto ne è testimone diretto avendo denunciato l’Ambasciata italiana in Costa d’Avorio, l’AICS in Senegal e quella in Sudan, dopo aver partecipato a delle sfacciate selezioni-farsa, annullate proprio al momento dell’assegnazione del posto al vincitore o al primo escluso.
E a volte capita anche di assumere candidati non pre-costituiti che se dichiarano il falso, grazie all’autocertificazione della 183/2011, nessuno ne verifica la veridicità e il posto viene assegnato a chi non ne aveva alcun diritto. E qui entrano in ballo i profili di abili millantatori che si spacciano per quello che non sono e che dichiarano quello che non hanno fatto.
E così ecco che nel mio navigare tra i vari profili pubblicati su LinkedIn la mia attenzione viene catalizzata da due profili in particolare: “Fabrizio Monti” e “Fulvio Beltrami”.
In Meridione si dice che le disgrazie durano sette anni e spesso le si attribuisce ad eventi che la cultura popolare definisce come “iattura”: uno specchio che si rompe, una bottiglia di olio rigorosamente extravergine che cade e si versa, malocchi e quant’altro; la mia “iattura” si chiama “Fabrizio Monti”.
Premetto che il racconto a seguire non ha lo scopo di screditare nessuno ma intende solo allertare, scovare e denunciare quelli che io definisco:

“I LICANTROPI DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE”
Ho conosciuto Fabrizio Monti durante l’emergenza Tsunami in Sri Lanka nel 2005-2006, laddove ho conosciuto anche Gianpietro Testolin, già ampiamente citato nei racconti precedenti. Evidentemente lo Sri Lanka un pò sfigato lo deve essere, se dopo lo Tsunami ha dovuto sopportare anche la presenza di soggetti simili.
Per chi non lo sapesse il Programma Tsunami è stata la tomba della cooperazione internazionale. Alle Università queste storie non le raccontano. Le ONG si sono riversate in massa in Sri Lanka solo per accedere ai fondi resi disponibili della Protezione Civile Italiana con i 50 milioni di euro donati via sms dai soliti generosi italiani che credono ancora a “Biancaneve e i sette nani”. Niente da obiettare sui galantuomini della Protezione Civile che hanno tentato disperatamente di gestire una marea di “gremlins”, semmai il problema furono le ONG e non solo quelle italiane; fu il mondo intero a giungere sull’isola con una quantità tale di denaro che si stimava che il paese in non più di un paio d’anni avrebbe uguagliato Singapore in termini di PIL e di benessere.
Così purtroppo non è stato, perchè se è vero che di fondi ce n’erano a tonnellate è anche vero che tutte le ONG, colte impreparate dall’emergenza, inviarono centinaia di cooperanti senza un minimo di esperienza, e una miriade di esperti finti e meno finti, che hanno completato il quadro. Tanto per citare una fonte di come si è svolta l’emergenza Tsunami, la FAO, dopo circa un anno dall’inizio dell’emergenza pubblicò delle statistiche secondo le quali ad ogni pescatore erano state distribuite 5,6 barche, con tanto di motori e reti. Perfino dalle montagne scesero migliaia di persone dichiarando di avere avuto barche e case distrutte dallo Tsunami e “Pantalone”, naturalmente, ha risarcito tutti. Solo che di “Pantalone” ce n’erano talmente tanti che gli aiuti si duplicarono, triplicar0no, quadruplicarono, giungendo anche al punto di costruire nuovi villaggi ma dimenticando di realizzare fogne, impianti elettrici e idraulici.
Fabrizio Monti faceva parte del panorama. Appena mi fu presentato mi diede l’impressione di possedere qualche rotella in meno del consentito: camiciotto e cravatta con fermacravatta in pura patacca dorata, portasigarette d’argento, occhiali, dinoccolato, anzi quasi scheletrico. Non aveva molti amici, a parte una collega-amante vicina all’età della Fornero, piuttosto incartapecorita, vecchia almeno un quarto di secolo più di lui, che non si vergognava affatto di tenere per mano in qualsiasi occasione, nonostante a pochi metri sua moglie di origini africane, giocasse con i suoi due bambini piccoli, e che anche se avesse saputo che il marito faceva il toy boy non gli avrebbe detto niente se non pretendere che portasse a casa la pagnotta.
A pensarci bene il Monti è stato uno dei primi esemplari di toy-boy, ma credo che il suo fosse più un piacere da necroforo che non per interessi di mero denaro; per la precisione la sua poteva essere definita una vera e propria passione per le cariatidi ricoperte da un sottile strato di pelle.
Fabrizio Monti con lo spirito della Cooperazione Internazionale non c’entrava un bel niente, tuttavia mantenni rapporti, non esattamente di amicizia, nonostante le cose che raccontasse erano evidenti bufale. Neanche ad accennare quello che raccontò del suo progetto con l’AFMAL, l’Ospedale Fatebenefratelli, a Batticaloa. Per ironia della sorte Fabrizio Monti era amico anche di Gianpietro Testolin. Povero Sri Lanka!!!
Qualche anno dopo ero a Bukavu, in Congo, quando da Kampala, in Uganda, mi giunsero appelli di aiuto: Fabrizio e la sua famiglia erano in estreme difficoltà finanziarie. Con una combinazione di voli delle UN mi recai a portargli un pò di sostegno in un periodo in cui anche io non sguazzavo affatto nella manna. Chi lavora nella cooperazione sa bene che la continuità di incarichi è mera utopia, a meno che non si sia  “amico degli amici”, “un colluso” o “un leccapiedi”. Sono pochi i casi in cui una ONG seria si avvale per anni degli stessi collaboratori, per lo più il turn over è mirato a risparmiare sui costi del personale e fidelizzare i più vulnerabili con famiglie e figli a carico o giovani manipolabili. Ragion per cui il sottoscritto, non collocandosi in nessuna delle categorie citate, finiva per essere interpellato solo per andare a mettere a posto i casini che lasciavano altri presunti cooperanti e gremlins o presunte ONG falsamente umanitarie, oppure era costretto ad accettare incarichi in posti dove nessuno voleva andare; in alternativa la disoccupazione diventava la soluzione più verosimile. Ed infatti nel dopo Sri Lanka, dove tentai inutilmente di fare causa a ISCOS per mancato rispetto delle clausole contrattuali, trascorsero 8 mesi senza lavoro prima che giungesse una proposta di un incarico che accettai al volo.
Il mio contributo al Monti, portato a domicilio, non avrebbe di sicuro risolto alcun problema ma già aver fatto quel poco che mi era concesso era una dimostrazione di “amicizia”.
Qualche anno dopo, sapendolo ancora una volta in difficoltà, proposi a Fabrizio di venire a fare il mio assistente in Liberia, dove ero il Vice Capo Programma di un grandioso progetto con l’Università della Liberia che in realtà mi stavo sobbarcando da solo.
Le ONG americane avrebbero impiegato almeno 6 espatriati in quel progetto, in Italia invece dove vige il solito motto: “uno vale per tutti” mi ero ritrovato a gestire da solo un progetto mastodontico con l’incarico di “tuttologo”: “Capo programma ad interim, coordinatore dell’amministrazione e della logistica, Responsabile del Procurement, della Formazione del personale locale, delle costruzioni, Rappresentante Paese e ……”.
Dopo oltre un anno di insistenze, e praticamente prossimo al collasso, riuscii a far passare il concetto della necessità di un assistente. Io stesso preparai la modifica, la negoziai con il donatore ed infine dopo aver ottenuto l’approvazione proseguii con l’assunzione dell’amico Monti.
Fabrizio giunse a Monrovia il 1 Giugno 2011; oggi è il 1° Giugno 2018, sono trascorsi 7 anni da quel momento, e la “iattura” non si e ancora ultimata, grazie anche ad una Giustizia che non funziona.
Pochi giorni dopo il suo arrivo a Monrovia, il mio assistente si trovò invischiato in un gioco più grande di lui: il responsabile scientifico dell’Istituto Superiore di Sanità che si occupava di seguire seminari e workshop a Montovia, tale Dottor Alfonso Mazzaccara, e il Capo Progetto, tale Nicola Cozza, altro disgraziato conosciuto a Monrovia in situazioni ancora peggiori del Monti, al quale avevo offerto di sostituire il vecchio Capo Progetto, che esisteva solo sulla carta, lo ricattarono con una proposta di adesione ad un “cartello” costituito al fine di eliminare il sottoscritto che stava bloccando alcuni seminari per scarsità di fondi, impedendo da un lato al Mazzaccara di incassare dei perdiem illegittimi di € 240,00 al giorno e dall’altro bloccando gare d’appalto le cui interferenze del Cozza erano palesemente sospette ed indirizzate a raccimolare fondi per far fronte alle sue iniziative imprenditoriali fallimentari nel paese. L’adesione al “cartello” del Monti avrebbe comportato il raddoppio delle sue spettanze e la promozione a mio sostituto. In caso di rifiuto sarebbe stato licenziato.
Fu lo stesso Monti ad informarmi di ciò che stava accadendo mentre ignaro continuavo a fare il lavoro di tutti, denunciando la situazione con una accorata mail che girai prontamente alla sede di Roma della Fondazione per la Sicurezza in Sanità, partner dell’Istituto Superiore di Sanità nell’implementazione del progetto, chiedendo un intervento immediato.
La Fondazione era però un contenitore vuoto e da Roma infatti non giunse alcun feedback, ma non appena mi allontanai da Monrovia per un periodo di vacanze, nel settembre 2011, ecco che il Monti, da buon amico, aderì subito al cartello degli altri due “amici”, mettendo in atto una strategia che si sarebbe rivelata un vero e proprio gioco al massacro ai danni del sottoscritto, ma che si ritorse contro di loro.
Mentre ero in Italia infatti mi giunsero informazioni dettagliate su quanto si stava svolgendo a Monrovia: il mio ufficio era stato saccheggiato e assegnato ad un logista locale, la segretaria minacciata, anche la mia abitazione era stata presa d’assalto. Il cassetto dell’amministrazione che conteneva la chiave della cassaforte, assegni, contanti, fatture in sospeso, acconti, contratti da firmare, non fu forzato ma fu aperto semplicemente perchè il Cozza si era fatto una copia delle chiavi durante un passaggio di consegne precedente, avvalorando la tesi che tutto era stato premeditato da mesi, incluso il tentativo di bloccare il mio rientro dopo aver informato tutta la comunità internazionale e la stessa Università che non sarei più tornato dall’Italia.
A dispetto delle strategie del “cartello” e forte di un contratto in essere e con i miei averi ancora tutti a Monrovia giunsi in Liberia, a fine settembre 2011, e d’un tratto il clima tropicale dell’Equatore venne invaso da un’ondata di gelo artico.
Il mattino seguente mi presentai in ufficio accompagnato da un investigatore della polizia. A Roma, l’HQ deserto della Fondazione, erano stati già avvisati che visto il tipo di trattamento che mi avevano riservato non avrei usato alcun riguardo nei confronti dei due soggetti a Monrovia. L’investigatore prese atto della situazione e dopo varie indagini e interrogatori proprio quando loro pensavano di averla fatta franca furono arrestati, nella sala di imbarco dell’aeroporto di Monrovia, su mandato d’arresto del Ministero della Giustizia locale, dopo che gli stessi avevano già attraversato tutti i controlli aeroportuali, corrompendo il personale doganale e di polizia, e con quattro carte per dimostrare a Roma le loro ragioni, ma curandosi accuratamente che sullo stesso volo non fosse presente anche il sottoscritto che avrebbe dimostrato esattamente il contrario. Peccato che la loro permanenza in carcere fu breve; avrebbero meritato qualche giorno in più per rinfrescarsi le idee. Per la verità il rischio che i giorni si trasformassero in anni fu rafforzato dalla denuncia della segretaria locale di progetto, figlia di un giudice, e presidente di un’associazione di donne che stanche della violenza subita durante le guerre civili si costituì contro i due soggetti, per tutti gli abusi subiti durante la mia assenza. .
La vicenda a Monrovia si concluse con la richiesta ufficiale dell’Ambasciata d’Italia in Costa d’Avorio inviata al sottoscritto di ritirare la denuncia dietro garanzia che da Roma avrebbero mandato qualcuno a indagare sull’accaduto. Ironia della sorte mandarono poi il Dottor Alfonso Mazzaccara, fautore di tutta quella strategia ben documentata da messaggi che lo stesso Fabrizio Monti aveva sottratto a Cozza di nascosto, per dimostrare che io ero bruciato e che la loro alleanza ne sarebbe uscita vincente.
Il Dottor Mazzaccara rischiò seriamente di finire allo spiedo o al forno, ma era molto più vicino ad un infarto, e ricorderà sicuramente l’espressione di colui che lo aveva trattato come un amico, quando seduti nella sala riunioni dell’Università gli mise sotto il naso la mail delle sue strategie inviate al Cozza.
Cribbio ma eravamo in Liberia a fare che cosa? Un progetto di cooperazione? Ma per favore, quale solidarietà, pace, amore, amicizia, rispetto. Pensavo di aver già visto e vissuto il peggio con Alisei e con altre ONG, e sono convinto ancora oggi che a nessuno gli sia stata data l’opportunità di vivere ciò che avevo vissuto, ma quanto accadde in Liberia non aveva uguali. A Dicembre 2011 la mia malattia scoppiò con una violenza tale da costringermi a tornare subito in Italia per curarmi e iniziare un percorso di anni di terapie e visite per subire un trapianto salvavita, ma della Liberia, a distanza di 7 anni ancora sono in corso una vertenza sindacale per spettanze non pagate e varie denunce che non permetterò mai che vengano archiviate.
E della Liberia i ricordi riportano indietro nel tempo, alla permanenza a Monrovia sotto lo stesso tetto con il Monti, quando iniziai a scoprire lati della sua personalità che si può conoscere solo se ci si vive insieme: al mattino trovavo il salone invaso da cadaveri di bottiglie di birra disseminati dappertutto e i posaceneri che straboccavano di mozziconi. Monti non dormiva, con o senza luna piena al calar del sole si trasformava e spesso al mattino non riusciva a venire a lavorare per il mal di testa. Il suo contributo tanto attesa era stato pari a zero, anzi ….
Due giorni dopo il suo arrivo a Monrovia si presentò a casa in compagnia del suo futuro compare Cozza e con una prostituta minorenne presa dai bassifondi di Monrovia al prezzo di 5 dollari. Lo minacciai di prenderlo a calci se non fosse uscito immediatamente dall’abitazione con quella povera disgraziata e quell’altro porco del suo futuro compare. Passarono solo un altro paio di giorni che dovetti minacciarlo nuovamente di accompagnarlo direttamente all’aeroporto, sempre a calci, se non avesse smesso di trattare il personale come “negri”, rovinando il rapporto di fiducia e di collaborazione che avevo creato dopo un anno e mezzo di intenso lavoro, anche diplomatico.
La cosa che mi parve più inspiegabile nel suo comportamento era la maniera con cui trattava il personale locale, di colore, lui che aveva una moglie congolese, si comportava peggio di un negriero, uno schiavista di cui l’Africa non ne sentiva più il bisogno da un paio di secoli.
E dopo ancora qualche giorno si fidanzò con una donna locale, madre di tre figli che gli stava spolpando le ossa oltre al portafogli. Alla moglie in Uganda il Monti inviava le briciole mentre la maggior parte delle sue spettanze, ricevute senza lavorare, erano spesi in gelati e cene con la famiglia della sua concubina liberiana. Ragion per cui l’adesione al “cartello” che gli aveva promesso il raddoppio delle spettanze, era un’esigenza inderogabile che metteva in secondo, anzi terzo piano, tutti i valori di amicizia, lealtà, onore, dignità, senza alcuna intenzione di giustificarlo.
Un’altra cosa che mi lasciò perplesso fu constatare che fosse l’unico espatriato che non possedesse un laptop: al lavoro usava il desktop dell’ufficio e a casa usava il mio. Una mattina alzatomi prima del consueto, trovai il laptop acceso con un’ampia cronologia di siti porno aperti oltre ad un pagina aperta su un profilo Facebook di un certo “Fulvio Beltrami”.
“Chi è Fulvio Beltrami?” gli chiesi.
“Sono io” disse “scrivo per l’Indro, per Fabio News e per un altro paio di giornali on line, come esperto di politiche africane”.
Il profilo FB era aperto quindi ebbi l’opportunità di capire le ragioni per cui facesse così poco durante il giorno: in ufficio la cronologia delle chat e delle pubblicazioni indicava che praticamente non lavorava e le chat della notte indicavano che praticamente non dormiva.
Il Capitolo Beltrami-Monti, che merita ancora attenzioni continuerà con una seconda parte, molto più ricca e interessante, che si raccomanda di non perdere.
Nel caso che lo stesso Monti riuscisse a leggere il contenuto di questo editoriale e intendesse modificare i profili Linkedin, o cancellarli, è bene che sappia che sono stati salvati come “screenshots”, e che nel caso intendesse denunciarmi per diffamazione, gli chiederei di pazientare e seguire nel prossimo capitolo tutte le istruzioni per evitare di incorrere in una archiviazione d’ufficio. Le mie esperienze in materia giudiziaria si è talmente ampliata grazie all’esperienza in Liberia, che nel ruolo di “tuttologo” potrei anche svolgere incarichi legali sia di diritto civile che penale e amministrativo, e Monti dovrebbe sapere che a suo carico sono depositate un bel numero di denunce, dettagliate e circostanziate, senza trascurare il falso di quanto dichiarato sul suo CV pubblicato su Linkedin, dove spicca quanto da lui svolto con la “Security in Health Foundation”, in Liberia come “Finance and Logistic Coordinator”, qui riportato integralmente:

“Responsible of financial project management: bank transactions, monthly expenditures accurate record, creation of monthly budget requests from all field location and submission to Italy HQ”.
“Responsible for recruitment, training and management of all administration and logistics staff.”
“Responsible for training finance, administrative and logistic staff of Dogliotti College of Medicine”.
“Responsible of national procurement, building effective relationships with local and national suppliers,  record supplier details and report to Italy on the quality, price and availability of goods in country.”
“Responsible of Asset Management”.
“Responsible of stock management.”
“Responsible of Vehicle management”.

A parte l’inglese maccheronico, naturalmente chi legge una simile descrizione come “responsabile di tutto” rischia di pensare di trovarsi di fronte ad un fenomeno, solo che nella realtà lui non ha fatto un bel niente di ciò che ha descritto, perchè in realtà lo ha fatto qualcun’altro. Al pari del Professor Conte avrebbe dovuto citare anche la visita alle carceri di Monrovia, per uno stage formativo, e la quantità di denaro sottratto al progetto con fatture false registrazioni doppie, spettanze doppie e triple incassate in contanti in banca e via bonifico dall’Italia.
Il mio amico Gianluca Antonelli, Direttore del VIS, al quale peraltro avevo chiesto di offrirmi l’opportunità di rientrare al lavoro dopo il trapianto, proponendomi come volontario non retribuito, ha preferito assumere Fabrizio Monti in un progetto VIS in Etiopia, come Coordinatore amministrativo, senza rendersi conto che il Monti non solo non possiede nè laurea, nè master, come da loro richiesto, ma possiede una mera qualifica di “addetto alla segreteria d’azienda” rilasciato dall’Istituto Professionale non affatto Superiore “Carlo Cattaneo” di Pavullo nel Frignano.
A meno che nella candidatura non abbia citato laurea  e master e si sia presentato con uno dei suoi pseudonimi: “Fulvio Beltrami”, “Luca Paltrinieri”, “Nancy V. Grey”, “Gianni Cirone”, gli stessi pseudonimi che utilizza per scrivere articoli su L’Indro contro le stesse ONG per cui lavora, come Intersos, che si ricorderà bene del suo flop con “Mission” anche grazie a Fulvio Beltrami.
Peccato per l’ignaro Gianluca Antonelli che non immagina che al calar del sole in quel di Addis Abeba i suoi volontari ospitati nella guest house del progetto rischiano di assistere alla trasformazione del proprio coordinatore amministrativo in un soggetto disgustoso e ripugnante che racchiude in sè il peggio della cooperazione dai quali ci si dovrebbe difrendere.
Appuntamento alla seconda parte
Max Tumolo

4 risposte

  1. Ho sentito da un volontario che in missione il capo progetto si intascava parecchi soldi. Mi son detta che, come nel mio lavoro esistono mele marce, anche in questo…
    Ma a leggere il tuo blog è davvero un’infezione estesa. Aiuto!
    Cosa si può fare?
    Nel mio piccolo ho provato a lottare da dipendente per aiutare veramente le persone, gli stakeholders, ma chi mi voleva bene mi ha detto “lascia fare, ci rimetterai solo tu”.

    1. Purtroppo ciò che è pubblicato d Italietta Infetta è tutto vero e spesso provato sulla propria pelle da chi ti risponde

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