Inchieste Politica

Il Grande Business dell’Immigrazione – Parte Terza

IL GRANDE BUSINESS DELL’IMMIGRAZIONE

TERZA E ULTIMA PARTE

Era evidente che un tema così complesso non poteva essere trattato in poche righe, tanto da non riuscire ad offrire una visione globale del fenomeno, come accade regolarmente a migliaia di esperti veri o presunti che siano. Con quest’ultima parte si concluderà la serie di considerazioni che riguardano i migranti, nella certezza di offrire un’idea diversa e più completa, ma soprattutto finalizzata a trovare soluzioni.
Da un punto di vista logico e razionale risulta chiaro che i protagonisti del fenomeno, a partire dai luoghi dove le migrazioni hanno inizio, sono:
– i governi africani o comunque dei paesi da dove il fenomeno si sviluppa;
– i trafficanti, sia che si tratti di venditori di visti che di trafficanti via terra e via mare;
– i protagonisti dell’accoglienza, sia che si tratti di mero business che di pura carità;
– ed infine i maggiori responsabili di cui pochi parlano: il Governo italiano e l’Unione Europea.
Il punto che accomuna tutti è uno solo: il business; che si cambi l’ordine della lista o che li si classifichi in funzione della loro importanza sono tutti responsabili, soprattutto delle morti di migliaia di disgraziati. E quando si parla di morti i giornalisti commettono sempre l’errore di elencare solo le donne e i bambini. I morti sono morti, non hanno sesso ne età, che si tratti di colpevoli o di innocenti, di gente buona o malvagia, di grandi e piccini; non c’è alcuna differenza tra i morti di una guerra con quelli che cercano una nuova vita, in entrambi i casi si tratta di una mera contabilità di corpi, sia che arrivino vivi o che si raccolgano morti. E quando ci si trova davanti a questi drammi siamo tutti responsabili, anche coloro che ne parlano al bar, i giornalisti, i politici, la gente comune, i governi. E tra coloro che aizzano al razzismo, tra i deliri di buttarli a mare o comunque buttarli fuori dall’Italia, spesso ci sono proprio coloro che accusano da un lato e fanno business dall’altro. Ma un dato incontestabile, quasi mai menzionato è che oltre alla legittimità delle migrazioni, di italiani buoni e generosi ce ne sono ancora tanti.
Nella foto del titolo, risalente al 1991, una nave con oltre 20.000 albanesi sbarcò al porto di Bari; ventimila  disperati fuggiti dalla fame post dittatura di Enver Hoxha, che in albanese si pronuncia Ogia; ventimila giunti in una volta sola a distanza di 4 mesi di altri 27.000 sbarcati a Brindisi, in un momento in cui l’Italia non aveva idea di come affrontare l’invasione. All’epoca non esistevano centri di accoglienza tanto che furono raccolti nello stadio di Bari senza sapere cosa farne di quella fiumana di disperati che aveva provocato un impatto devastante per una cittadina dalle modeste dimensioni come Bari. Molti furono accolti dalle famiglie pugliesi con grande calore, con generosità, ma la maggior parte furono rimpatriati, in massa. Furono almeno 18.000 gli albanesi rimpatriati con navi e con aerei C130, ma con l’impegno di un aiuto concreto al governo albanese dall’allora Governo pentapartito a guida Andreotti.
Il termine “cooperazione” coniato qualche anno prima e sancito dalla legge 49/87 incominciava a trovare terreno fertile. L’Italia stanziò 900 miliardi di lire per gli aiuti all’Albania; aiuti che inspiegabilmente continuano ancora oggi, ma all’epoca gli sbarchi continuarono anche oltre la celeberrima e disastrosa Missione Arcobaleno, durante il Governo D’Alema, ai tempi della guerra in Kosovo nel 1999, risolta in 3 mesi, dagli americani, doveroso precisarlo per l’incapacità di gestione delle emergenze da parte dell’Unione Europea. Nella quantità di migranti che si riversò sulle nostre coste nessuno seppe mai distinguere se ci fossero anche delinquenti o appartenenti ad organizzazioni mafiose, che infatti c’erano e si dedicarono a furti, rapine, traffico di prostituzione, droga, confermando la tesi che durante le migrazioni di massa le infiltrazioni sono all’ordine del giorno. Quell’evento fu precursore di un ciclo che ha condotto alle attuali migrazioni di massa, con gente che nel frattempo ha imparato a trarre profitto dalle crisi, dalle guerre, dalla povertà.
Anche durante la seconda guerra mondiale, non dimentichiamolo, molti partigiani si sono arricchiti trafficando di tutto, e sono molti i trafficanti che continuano ad arricchirsi, ancora oggi, con la vendita di armi,  di cibo in scatola e di pane in luoghi dove non si trova più niente: Siria docet.
Con questi presupposti i giornalisti dovrebbero smetterla di pubblicare le banalità dichiarate dai politici solo per dar fiato alle trombe; quando Minniti, l’ex Ministro degli interni del Governo Renzi-Gentiloni,  afferma che tra i migranti potrebbero esserci terroristi è come se avesse scoperto l’acqua calda. Quando il candidato Premier Salvini dichiara che gli illegali sono da espellere è come se avesse scoperto l’impasto per fare la piadina romagnola, ma dimenticando di metterci il sale.
Lor Signori tutti si mettano l’animo in pace: niente e nessuno potrà mai fermare le migrazioni; si potranno regolare e regolamentare, si potranno limitare, si potranno organizzare, si potranno gestire, ma mai nessuno riuscirà a fermarle, ne con le buone, ne con le cattive, e mai nessuno potrà avere la certezza che tra la tanta gente per bene che arriva, disperati o no, possano esserci infiltrati di qualsiasi natura, dal comune delinquente al terrorista. E allora cosa resta da fare?
Le soluzioni ci sono, ma nessuno ne parla, o per mancanza di coraggio o per mancanza di conoscenza, non solo del problema, ma del mondo, delle genti, delle dinamiche che spingono interi popoli a muoversi. Molti di coloro che rilasciano dichiarazioni, che siano politici o altro, sono andati al massimo in un villaggio vacanze a Sharm el Sheikh, non sanno dove si trova il Malawi, pensano che le tre Guyane siano in Africa e le tre Guinee in Asia. Molti politici eletti al Parlamento conoscono appena “l’itagliano” che  pretendere che conoscano dove si trovi esattamente Lampedusa e del perché tutti gli immigrati sbarchino laggiù sarebbe come farli ricominciare dalle scuole primarie, quelle più note come “scuole alimentari”.
Resta la questione che qualcuno in Italia ha delle responsabilità, e provando ad identificarli potrebbero essere: i politici, i giornali e la magistratura. I politici dovrebbero smetterla di parlare a vanvera, i giornalisti dovrebbero smettere di pubblicare articoli su quello che dicono i politici, mentre alla magistratura resta in assoluto la maggiore responsabilità. Il Potere  Giudiziario ricordiamolo è il Terzo Potere dello Stato, per Costituzione, dopo quello Legislativo e quello Esecutivo, ma da troppo tempo sembra che buona parte dei magistrati siano più impegnati in beghe politiche e a caccia di notorietà dimenticando di fare ciò per cui sono preposti: giudicare e infliggere pene giustenon solo severe a prescindere, ma rapide e soprattutto efficaci, indipendentemente dall’appartenenza politica o dal colore della pelle.
Certo è che per come stanno funzionando le cose, una soluzione potrebbe essere quella di costruire un muro di cinta intorno all’Italia trasformando l’intero paese in un carcere, dove però purtroppo si troverebbero reclusi anche milioni di persone per bene; oppure costruire altre carceri magari  ristrutturando quelle esistenti o trasformando le vecchie caserme ormai abbandonate, in parte utilizzabili anche come centri di accoglienza, non solo per immigrati ma anche per italiani indigenti. Ma chi commette reati deve essere punito, indipendentemente che sia italiano o straniero, che sia legale o illegale, e questo da un po’ di anni accade sempre meno. Non ci si spiega le ragioni di ghetti di immigrati dove la polizia non mette piede, pur sapendo che là dentro ci sono clandestini che trafficano in tutto. E non si comprende come non sia ancora chiaro che se questa gente si sposta significa che c’è una ragione, e se arrivano fino in Italia c’è qualcuno che li trasporta. Si chiamano “agenti di viaggio”, “agenzie di trasporti”, oppure più comunemente “trafficanti”. Molti drammi che la gente neanche immagina si consumano alla fonte, nei rispettivi paesi da dove questa gente parte. Tra i tanti che partono consapevoli sia del viaggio che dei rischi, ce ne sono cento, mille volte tanto, di persone circuite dai trafficanti i quali utilizzano ogni mezzo per invogliare la gente ad emigrare.
Quanto avviene regolarmente da 50 anni dalla Nigeria non è un caso isolato: donne rapite o circuite con la promessa di un lavoro da parrucchiera o da impiegate che vengono violentate e picchiate durante il viaggio, costrette a prostituirsi per anni.  Ma oggi ci sono anche giovani ragazzi che partono con la speranza di vedere i paradisi occidentali che ingannevoli film proiettano ogni giorno, come un lavaggio del cervello continuo e inesorabile, e che si trovano a diventare oggetto di scambio, schiavi, oppure ostaggi di continue richieste di denaro alle famiglie che continueranno a pagare anche quando i propri cari saranno già morti, uccisi, e i loro corpi abbandonati, coperti dalle sabbie del deserto, nelle foreste, divorati da animali prima ancora che i corpi vadano in putrefazione, oppure annegati in mare divorati dagli squali.
La gente che giunge a Tripoli, in Libia, paese al quale il Governo italiano da decenni dona ogni anno centinaia di milioni se non miliardi, giunge stremata, spesso dopo anni di sacrifici in viaggi interminabili che li ha visti sfruttati e violentati, senza immaginare se giungeranno vivi o morti in quel nuovo mondo, agognato, sognato, ma che continuerà a trasformarli in oggetti di scherno, di violenza e di sfruttamento. Quanti sono in Italia coloro che si chiedono come giungono a Tripoli centinaia di migliaia di disperati che non possiedono denaro e viaggiano spesso con i soli vestiti che indossano? Quanti immaginano un viaggio lungo anni? Quanti immaginano i costi che gente che non possiede niente è costretta a pagare a trafficanti senza scrupoli facendo indebitare di migliaia di dollari le proprie famiglie nella speranza che un giorno o l’altro possano vivere delle rimesse che i loro parenti migranti inviano grazie a Western Union o Money Gram?
Molti giornalisti raccontano storie suggestive, citando nomi, famiglie, le ragioni per cui sono fuggiti, quello che hanno vissuto; ogni migrante racconta la sua storia, pietosa, vera o falsa che sia, altri non raccontano niente perché si rifiutano di rivivere mentalmente ciò che hanno vissuto, altri non racconteranno mai niente perché saranno stati uccisi prima di arrivare a destinazione, mentre altri ancora non raccontano niente per paura di ritorsioni contro le loro famiglie, ma altri vivono il viaggio come quando dai loro villaggi attraversano chilometri di giungla o di deserto per prendere un secchio d’acqua o per vendere un sacco di manioca. Ciò che per noi è impensabile per un africano spesso è la normalità; percorrere chilometri e chilometri a piedi o in bicicletta attraverso aree inospitali e pericolose è cosa di tutti i giorni e questi spostamenti durano giorni, a volte settimane. Un italiano che blatera contro i migranti morirebbe dopo 2 giorni se non prima.
Ma la domanda cruciale resta sempre e solo una:
Se non si fossero diffuse notizie che l’Italia ospita e accoglie tutti offrendo un lavoro, una casa, cure mediche, un contributo in denaro, magari anche il cellulare con un credito per chiamare le famiglie, il commercio di esseri umani si sarebbe sviluppato fino a raggiungere le attuali dimensioni?
Per molti gli spostamenti si svolgono con apparente regolarità ed è solo da poco tempo che si svolge clandestinamente in alcuni paesi dove i trafficanti sono perseguiti da recenti leggi, come il Niger; ci si sposta in bus, in camion, in carovane, in fuoristrada e lungo le rotte note attraverso Agadez in Niger, e Gao in Mali, gli snodi che portano a Tripoli. Lungo queste rotte sono nati commerci di tutto, di gente che ospita a dormire i viandanti, altri che vendono cibo e acqua. Nel West Africa non esistono posti di frontiera, la circolazione è libera, ma ai confini con l’Algeria e con la Libia gli illegali passano solo grazie a commissioni pagate dai trafficanti alla polizia di frontiera. E come si può facilmente immaginare attraversare il deserto non è esattamente così agevole fino a quando giunti in Libia, ormai allo stremo delle forze, sentono l’odore della terra promessa senza sapere ancora come la raggiungeranno.
I trafficanti sono ben organizzati, il “trasporto” è il loro business, e guadagnare trasportando legalmente e illegalmente i migranti è il loro lavoro, ma ciò che non rientra nei loro compiti è informare i passeggeri di cosa li aspetta durante il viaggio. Nessuno che parte dall’Africa è informato dei centri di di detenzione e di accoglienza che hanno niente da invidiare ai lager, nessuno sa delle traversate in mare, del rischio di morire, di non arrivare a destinazione. Il commercio dei trafficanti, eccetto dei più spietati, veri e propri assassini, è tutto sommato un profitto lecito, autorizzato dai governi dei paesi africani, dove non si può escludere che siano coinvolti anche gli stessi politici e le forze di polizia locali. Tripoli è il crocevia di genti che giungono dall’Africa dell’Ovest, per scelta o perché costrette con la forza, e genti che arrivano dal corno d’Africa, dall’Eritrea, Etiopia, Somalia. Spesso a Tripoli giungono anche navi dalla Turchia con migranti dal Bangladesh, Afghanistan, Pakistan e da Tripoli non tutti partiranno subito verso l’Italia; alcuni saranno venduti come schiavi, altri utilizzati come manodopera, altri si imbarcheranno solo se le “agenzie di trasporto” avranno ricevuto notizie dai loro complici di essere riusciti ad ottenere altro denaro dalle famiglie. Ma per un caso incomprensibile sembra che solo i migranti dell’Africa nera subiscano violenze durante il trasporto, per gli altri dal colore più pallido, arabi o asiatici, sembra che i viaggi siano una passeggiata; loro non hanno storie da raccontare, ma cosa hanno in comune è che per tutti non è importante se saranno ospitati in centri di detenzione o di raccolta, l’Italia è lì, a pochi metri, pensano. Pochi sanno nuotare e molti non arriveranno mai nella terra promessa, indipendentemente dal colore della loro pelle, e mentre l’Europa ignora e fa finta di discutere in inutili riunioni diplomatiche, l’Italia si attrezza per l’accoglienza, anzi per il “business dell’accoglienza”.
Non serve elencare le miserie note del centro di accoglienza di Cara di Mineo, o quelle di Camaiore e Forte dei Marmi, con migranti a offrire prestazioni sessuali a casalinghe in cambio di una ricarica telefonica; come dimenticare la rivolta degli immigrati sfruttati di Rosarno, i caporali che arruolano legali e illegali pagandoli con le briciole per raccogliere pomodori in tutto il meridione; e come dimenticare il più recente business della prostituzione maschile, ma anche dell’inserimento naturale nel business delle organizzazioni mafiose. Quanti sono coloro che si sono subito inventati un “centro di accoglienza”, gente che non gli è mai fregato niente del prossimo, ong, associazioni, privati. Ai migranti più fortunati accolti nei migliori centri di accoglienza a fronte di 35 euro al giorno ricevuti dal Ministero dell’Interno, vengono corrisposti 7,50 euro alla settimana, il resto serve per pagare il personale, le spese di cibo, le utenze. E’ credibile che a fronte di 30,00 euro corrisposti agli ospiti se ne spendono 1.020 per le spese di gestione? Qualcuno ha per caso diffuso notizie sui bilanci dei centri di accoglienza? Business, niente altro che business.
Mafia capitale  rimane un buon esempio di gestione del business; la Capitale, quale migliore esempio di una Italietta Infetta. E tra i centri di accoglienza ufficiali gestiti da “chi più ne ha più ne metta” come escludere i profitti di hotel senza clienti, di privati cittadini, degli stessi comuni, delle strutture che ricevono il contributo anche di migranti che ormai hanno lasciato i centri da tempo, altri che si inventano nomi e generalità per aumentare il numero degli ospiti e percepire ugualmente il contributo?
E’ chiaro ed inevitabile lo scontro tra sconosciuti senza documenti, legali e illegali, confusi tra cittadini italiani che vivono gli stenti di tutti i giorni e vedono i migranti avvantaggiati, spesso coccolati; un business che ha coinvolto tutti, creando scompensi in intere comunità, già di per sé a rischio, e aumentando uno scontro razziale che stranamente ed inspiegabilmente si è sviluppato più verso i migranti di colore rispetto alle altre tipologie di migranti.
Il sospetto che tra questi ci possano essere terroristi, delinquenti comuni, ricercati è sempre molto forte, ma nessuno sarà mai in grado di dimostrarlo. Qualcuno ipotizza che l’Italia non è mai stata colpita dal terrorismo come la Francia, l’Inghilterra, il Belgio, la Spagna, la Germania solo perché i terroristi sono accolti con il tappeto rosso e confusi tra i tanti agendo nell’anonimato. Lo capirebbe anche un bambino che se l’Italia fosse colpita da un’azione terroristica scatterebbe l’allarme e i controlli sarebbero infittiti. E allora la comunità internazionale interverrebbe a sostegno delle forze di “intelligence” rischiando di distruggere la vera base logistica del terrorismo islamico che come abbiamo visto dagli ultimi arresti potrebbe avere proprio sede in Italia. E i miliardi si sprecano; molti illegali spadroneggiano tra controllo della prostituzione e commercio di droga e nessuno riesce a mandarli via. Ma dove? Chi sa qual’è il vero paese di provenienza? Si pretende di mandare via gli illegali con un banalissimo e ridicolo “foglio di via”; si pretende di raggiungere accordi con i governi africani per il rimpatrio degli illegali senza sapere se sono davvero loro cittadini. Gli stessi governi africani ricevono miliardi per la “governance”, dall’Unione Europea, dalla Banca mondiale, dai grandi donatori istituzionali. Si discute e si ottiene di cancellare il debito pubblico dei paesi africani che 6 mesi dopo la cancellazione hanno già maturato debiti superiori del doppio a quelli appena cancellati, ma si impedisce al Governo Italiano di non agire sul proprio “debito pubblico” per rispetto degli accordi internazionali, obbligando il pagamento di miliardi di euro di adesione all’Unione Europea, alle Nazioni Unite, alla NATO, al Consiglio d’Europa, OSCE e OCSE, WTO , e  via di seguito. Si parla di  miliardi spesi senza alcun risultato, si offrono miliardi a governi di paesi che galleggiano su petrolio, su giacimenti di diamanti, di cobalto, di uranio, mentre la guerra tra poveri in Italia si inasprisce e mentre i burocrati scrivono valanghe di parole, chiacchiere.
   Chiunque alimenti il business è un criminale, sia che guidi un camion nel deserto sia che stia seduto con giacca e cravatta a scrivere statistiche e studiare strategie.
In mezzo a queste figure ai margini ci sono esseri umani, che sperano, che soffrono, che muoiono, ma che sono solo numeri.
Servono soluzioni, non demagogia. Non servono antropologi che studiano ricette, ne economisti che analizzano dati per approntare quelle stesse strategie che hanno messo in ginocchio l’economia di un intero pianeta. Costa meno pagare un reddito di cittadinanza di 200-300 euro al mese agli africani che mettere in piedi migliaia di ridicoli progetti di cooperazione e di accoglienza, di miliardi spesi in “governance e capacity building”, di iniziative a sostegno delle economie di quelli che ancora oggi restano per la maggior parte “paesi del terzo mondo” ma che oggi più elegantemente sono diventati “paesi in via di sviluppo”, nei confronti dei quali le attenzioni della comunità internazionale sono più indirizzate allo sfruttamento delle risorse che non ad un reale aiuto diretto alla popolazione. Molti paesi africani sono ricchi, più ricchi della stessa Italia, di tutta la stessa Europa messa insieme, hanno debiti pubblici inferiori all’Italia, possono badare a se stessi da soli senza il bisogno di una “badante” che li assista, che gli somministri la medicina, che li accompagni nell’agonia fino a vederli morire per poi appropriarsi dell’eredità. Nessuna eredità, nessuna riconoscenza agli strateghi in cravatta, solo sberleffi. L’Africa che conta, quella che gestisce il potere e le loro ricchezze ride dell’ignominia occidentale e della sua generosità, mentre il poliziotto che guadagna 80 dollari al mese e che a fine mese non viene pagato utilizzerà l’arma in dotazione per fare rapine, non perché è un criminale, ma solo perché ha bisogno di vivere e il suo governo non glielo consente, mentre al contempo riceve miliardi da un manipolo di ridicoli e canzonati burocrati chiusi in una stanza con aria condizionata percependo spettanze a 5-6 zeri.
L’OIM riceve miliardi occupandosi, sulla carta, del reinserimento nei paesi di provenienza dei migranti, poi dal web risulta che i cingalesi rimpatriati dalla Libia siano stati solo in 165, che per un caso fortuito corrispondono ad altri 165 che in un altro articolo indicano come rimpatriati in Gambia, i quali hanno poi ricevuto un ridicolo importo di 65 dollari per il reinserimento. Forse quelli del Gambia sono gli stessi 165 del Bangladesh, forse 165 è il numero standard di rimpatriati di cui l’OIM può farsi carico, oppure non è da escludere che con le spettanze che ricevono i loro funzionari e i dipendenti assommati al rimborso di 65 dollari a 165 o 330 rimpatriati si siano esauriti i fondi ricevuti dai 187 paesi che aderiscono all’ONU.
Tutti scrivono qualcosa, ognuno dice la sua e lo dice alla sua maniera, ma di proposte serie con iniziative efficienti ed efficaci non se ne vedono e nessuno ne parla.
Chissà che combattere i trafficanti alla fonte non sia una soluzione, ma devono essere gli stessi Governi interessati a combatterli, non può essere l’Italia che può fermare l’immigrazione con un manipolo di militari super pagati in Niger, o la Francia che con il suo esercito più che bloccare i trafficanti si occupano di proteggere le estrazioni di oro, cobalto o uranio in Niger, Burkina Faso, Tchad, Repubblica Centrafricana, Mali.
Aiutamoli a casa loro” recita qualche slogan recitato da beceri esperti di aria fresca o di commentatori da bar. Ma nessuno dice come. E allora lasciamo tutto com’è e continuiamo solo a parlarne. In fondo se il problema fosse risolto non ci sarebbero più talk show e show bizz e bisognerà inventarsi qualcos’altro. Quanti giornalisti non saprebbero più cosa scrivere, quante TV sarebbero costrette a ritrasmettere i polpettoni triti e ritriti di Alberto Sordi e Totò. E se questo accadesse di cosa si occuperebbero le 400.000 onlus italiane e le migliaia di multinazionali umanitarie del mondo sviluppato? E cosa ne sarebbe dei volontari, delle persone generose, quelle vere, di coloro che conoscono il senso della carità, della fratellanza, della solidarietà, dell’amore verso il prossimo, del sostegno, di quei valori che pure esistono ancora e che porterà tutti in Paradiso?
Le soluzioni ci sono, alcune anche estreme, a chi di competenza scegliere la soluzione migliore:
   a) mettere gli illegali su gommoni e sparare sul gommone, non agli immigranti, che è un reato; poi in fondo moriranno annegati, ma potevano esserlo già quando sono arrivati per la prima volta in Italia;
   b) l’Unione Europea impone l’accoglienza a tutti i paesi aderenti in funzione della densità abitativa dei singoli paesi, stabilendo un tetto massimo di accoglienza, facendosi essa stessa carico dell’accoglienza in termini di risorse. Ma per farlo serve qualcuno che vada a Bruxelles ad alzare la voce. Chissà se si ponesse un limite di 200 abitanti per chilometro quadrato come densità massima, al pari dell’Italia, o 228 come la Germania, la Francia alla luce della sua densità di 99 abitanti per kmq si troverebbe a dover accogliere di colpo 60 milioni di migranti,  e la Spagna almeno altri 40 milioni e per i prossimi 10 anni forse il problema sarà stato risolto;
   c) l’Italia e tutti i paesi dell’UE la smettono di finanziare progetti di cooperazione in Africa se gli stessi Governi interessati non si fanno carico di bloccare i trafficanti e provvedono da soli a progetti sociali per la propria popolazione. Una volta accertata la buona volontà dei governi riprendere la cooperazione ma su altre basi, più razionali e non concepita come l’attuale “distribuzione come caramelle del denaro dei contribuenti”;
   d) caricare tutti gli illegali e depositarli con carovane ed elicotteri direttamente sui palazzi del potere di Bruxelles e Strasburgo, di quelli di tutte le agenzie delle Nazioni Unite, da New York a Ginevra e Roma e di tutte le maggiori organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali che si occupano di accoglienza e assistenza;
e) costruire villaggi ex novo in Siberia e Mongolia per tutti gli illegali e farli sostenere da tutti i paesi dell’Unione Europea.
Naturalmente parliamo di illegali; i legali che prima erano illegali, o gli illegali che potrebbero diventare legali non sono inclusi, e per tutti, italiani e non, il trattamento assistenziale dovrebbe essere lo stesso, in fondo non dimentichiamo che i geni dei nostri burocrati si sono inventati la “barzelletta del reddito di inclusione” che come vedremo è uno scherzo ai danni dei più indigenti, ma Signori cari, senza interventi unilaterali presi con estrema risolutezza non si risolve alcun problema.
Non dimentichiamolo, all’Unione Europea interessano solo gli “interessi” che l’Italia dovrà pagare per il debito pubblico; che gli frega se il nostro paese è in ginocchio, che gli frega se parliamo di essere umani e non di pacchi postali, che gli frega se tra i tanti illegali poco onesti potrebbero essercene tanti ai quali rifiutare un aiuto sarebbe un crimine contro l’umanità. Bruxelles è il vero centro del dissesto economico dell’Europa, migliaia di dipendenti super pagati che dettano regole, riuscendo a superare in burocrazia l’abilità dei burocrati italiani.
Ebbene sì, il nuovo governo avrà un bel daffare, soprattutto nell’interrompere commenti, opinioni e proposte dei beceri da Trattoria del Camionista con la cravatta, i blablabla degli interessati operatori economici e degli umanitari in aperto conflitto di interessi.
Le proposte ci sono ma la più fattibile rimane una sola:
“Lasciarli a casa loro e riconoscere loro un reddito di esclusione dall’Italia e di inclusione nel loro paese”.
Questa è l’unica vera soluzione, rapida, sicura e meno costosa, che però costringerà TV, giornali, onlus, ong e Chiesa a inventarsi qualcos’altro, ma non temete, l’essere italiani è la maggiore garanzia che non si tarderà molto a trovare un altro business.
                                                                                                                                               Max Tumolo

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