Inchieste

Il Grande Business dell’Immigrazione – Parte Seconda

IL GRANDE BUSINESS DELL’IMMIGRAZIONE


PARTE SECONDA

La prima parte introduttiva sul fenomeno delle migrazioni permette di entrare subito in dettagli che i giornalisti, per questione di spazio o per limiti imposti dalle redazioni, trattano con poche righe, a macchia di leopardo e prive di una sequenza logica, limiti in questo caso inesistenti. Anche le associazioni umanitarie, quelle pseudo tali, politici e governi trattano l’argomento non disinteressatamente e spesso con una visione distorta rispetto ad una realtà incontestabile: le migrazioni sono legittime.
Resta il quesito sulle ragioni per le quali l’Italia sia divenuto il punto di riferimento per l’arrivo dei migranti di mezzo mondo, e della constatazione, sistematicamente ignorata, per la quale è anche il paese meno indicato ad accogliere tutti: l’Italia oltre alla Germania infatti possiede il più elevato tasso di abitanti per chilometro quadrato rispetto al resto dei paesi della Comunità Europea:
Germania     abitanti     82,2 milioni     territorio    357.030 Kmq        ab/kmq     228
Italia           abitanti     60,5 milioni     territorio     301.340 kmq        ab/kmq     200
Francia        abitanti     64,9 milioni     territorio     657.417 Kmq        ab/kmq      99
Spagna        abitanti     46,5 milioni     territorio     504.539 Kmq        ab/Kmq      92
Da questi dati sono esclusi i paesi più piccoli per estensione territoriale e quelli del Nord Europa che seppure obiettivo di molti migranti sono oggetto di una percentuale di accoglienza molto limitata in quanto considerati inospitali, più per le condizioni climatiche, non esattamente favorevoli a genti che provengono da paesi tropicali, che non per altre ragioni.
Si suppone che in pochi fossero a conoscenza che la Germania ha un territorio di poco più del 15% superiore all’Italia ma con una maggiore densità abitativa.
I nemici giurati della Merkel resteranno un po’ delusi per non poter più accusare la Germania di non accogliere migranti in massa come l’Italia addebitando responsabilità alle sole politiche migratorie dell’Unione Europea, ma una precisazione è doverosa: la Germania storicamente accoglie più migranti dall’Est, dalla Turchia e dai Balcani di quanti non ne accolga l’Italia dal Maghreb, senza dimenticare che in un sol boccone, dopo la caduta del muro nel 1989, si è assorbita tutte le macerie della Germania orientale comunista. E mentre la Francia e la Spagna godono di sufficiente spazio vitale l’Italia boccheggia con una densità che aumenta ogni giorno di più avvicinandosi a quello che in inglese è ben definito in una sola sillaba: “jam”, marmellata, di esseri umani.
Non bisogna ricorrere né ad esperti né a Istituti di statistica per comprendere che se l’argomento non verrà affrontato nella giusta maniera e se il flusso di arrivi dovesse continuare a mantenere le medie degli ultimi anni ci si troverà a breve di fronte ad un fenomeno di dimensioni bibliche, assolutamente ingovernabile e ingestibile. La posizione geografica dell’Italia, poi, non agevola le migrazioni verso altri lidi: ostacolo naturale sono i mari che la circondano e le Alpi, che come abbiamo visto di recente, costituiscono la linea Maginot naturale per i migranti che sistematicamente vengono respinti, in particolare dalla Francia, che accusa perfino i volontari stessi di reati incomprensibili quali la “violazione della legge sulle migrazioni”, come nel più recente caso della donna nigeriana partoriente sul Passo del Monginevro innevato, aiutata da un volontario che ora rischia 5 anni di carcere solo per aver espresso solidarietà in un caso oggettivo di emergenza.
L’altro caso, quello dei giudici di Catania, inventori del “reato di solidarietà” è tutto sommato ancora più aberrante, anche se è evidente che si tratti di un gesto dimostrativo, neanche così tanto eclatante a fronte dell’attuale spettacolarizzazione degli eventi, tanto che la nave dell’ONG spagnola Open Armsha continuato ad essere sotto sequestro per un tempo imprecisato.
La sensazione molto forte e provocatoria è che l’Europa intera si sia disinteressata del fenomeno dopo aver inteso che è stata l’Italia stessa a provocarlo per imbastire il business dell’accoglienza. Naturalmente oltre alla provocazione, che potrebbe anche nascondere un fondo di verità, c’è da porsi l’interrogativo per cui navi di ONG di altri paesi affollano le acque del Mediterraneo a pesca della nuova specialità: il pesce-migrante, una nuova tipologia ittica che non si mangia ma si sfrutta. E che le Ong possiedano navi, che le noleggino o che se le facciano prestare è altrettanto anomalo, in quanto non occupandosi di trasporti di beni e neanche di persone a quale scopo si attrezzano con navi, pescherecci, carrette e gommoni se non per la pesca al pesce-migrante? Alcuni lo fanno per prestare un primo soccorso, dicono, altri per solidarietà, altri per andare in paradiso, ma non è da escludere che tutti lo facciano soprattutto per i contributi che riceveranno dallo Stato, se non dalle stesse organizzazioni di trafficanti o di organizzazioni mafiose dedite all’accoglienza e chissà, magari anche solo alla ricerca di una buona “visibilità” per imbastire campagne di raccolta fondi.
Alcuni obiettano che in realtà i migranti non siano salvati ma solo trasferiti da un mezzo di trasporto ad un altro, poi però accadono incidenti in auto nonostante ogni 2 anni siano soggette a revisione, e aerei che cadono di tanto in tanto, che appare naturale che un ammasso di rottami galleggiante possa liquefarsi con un peso superiore 500 volte a quello consentito e magari attrezzate di un motore di 5 cavalli che non sarebbe in grado di sospingere neanche un canotto vuoto.
La verità è che i migranti sono solo numeri e spesso sono pesi che rischiano di ribaltare una barca; non sono esseri umani, sono solo potenziali € 35,00 al giorno “each”, che andranno persi se non si provvede a pescarli. Magari a breve saranno anche ripristinate le vietatissime reti a strascico che però consentirebbero un pescaggio maggiore della raccolta di singoli disgraziati.
Quanto si svolge sulle acque del Mediterraneo da qualche anno è noto, ma il business non è una novità dell’ultima ora, per anni è stato e continua ad essere un mezzo di lucro per molti. E siccome sempre di migrazioni si tratta appare più che doveroso ricordare che da decenni esiste una modalità meno rischiosa di commerciare migranti: quella legata alla vendita dei visti.  Questo sistema ha portato in Italia negli anni centinaia di migliaia di migranti, ma solo di tanto in tanto si sono scoperti scandali, altri casi sono stati solo dichiarati sospetti e molti altri sono sistematicamente ignorati dalle Autorità o ancora peggio vengono archiviati a priori.
Certamente l’Italia non sarà né il primo né l’unico paese che rilascia visti a fronte del pagamento di tariffe non ufficiali, ma certamente è il più famoso e forse è sul gradino più alto dei paesi corrotti. Se il podio fosse solo per i visti venduti dovremmo gioire, invece questo è solo uno delle migliaia di business della corruzione del “Bel Paese”.
Dagli articoli reperibili sul web risulta che diverse Ambasciate italiane siano state coinvolte  nella compra-vendita illecita di visti. Naturalmente è da escludere, eccetto rari casi, il coinvolgimento dei diplomatici, gli Ambasciatori, che potrebbero avere l’unica grande colpa di “non vedere” ciò che gli accade sotto il naso. E’ da escludere che un Ambasciatore rischi la sua carriera diplomatica per qualche kg di banconote per arrotondare le spettanze d’oro che già ricevono. Gli Ambasciatori italiani, per chi non è informato, sono i più pagati del mondo, al pari degli impiegati delle stesse Ambasciate che non scherzano affatto.
Ordunque, per chi non conosce il sistema, è doveroso spiegare che affinché si realizzi la compravendita di visti servono almeno 2 o più protagonisti: uno o più impiegati addetti all’ufficio visti o alle relazioni con il pubblico e almeno un intermediario locale, spesso identificati in avvocati o intermediari a cui da qualche tempo le stesse Ambasciate affidano l’incarico di occuparsi della preparazione e presentazione delle pratiche. Le tariffe variano da paese a paese a seconda del principio padre dell’economia della “domanda e dell’offerta”.
Un visto dal Bangladesh ad esempio costa € 15.000,00; le dinamiche coinvolgono intere comunità che raccolgono denaro in prestito e mandano un prescelto della comunità che avrà ottenuto un’offerta di lavoro fittizia da un imprenditore “amico” che naturalmente riceverà un compenso per la disponibilità. Il prescelto una volta in Italia si occuperà di accogliere altri futuri prescelti ospitandoli possibilmente in una camera dove ci saranno già altri 20 connazionali che dormono appesi ai soffitti come pipistrelli. E tutti vendendo rose e giornali per strada o facendo lavori umili da lavapiatti e facchini, oltre che ospitare connazionali dovranno restituire i prestiti ottenuti dalla comunità che gli hanno permesso di emigrare, con interessi da usurai.
Naturalmente non bisogna essere dei geni per immaginare che l’emigrazione dal Bangladesh è causata dallo sfruttamento del lavoro in un paese che su un territorio pari a meno della metà dell’Italia ospita 160 milioni di abitanti, tanto che la densità abitativa riporta il dato impressionante di 1.145 persone per kmq, cioè 8,7 metri quadrati per abitante, percentuale naturalmente in aumento ogni giorno di più, e che con uno stipendio medio di 30,00 dollari al mese, corrisposto anche da aziende italiane che hanno trasferito laggiù, per ovvie ragioni, la produzione, soprattutto di abbigliamento, venire a farsi sfruttare in Italia per inviare 100 euro al mese alle proprie famiglie è solo un mezzo di sopravvivenza per le loro famiglie. In Bangladesh quando scoppieranno disordini sarà una carneficina. Nel 1971 durante la guerra civile il Bangladesh contava 62 milioni di abitanti e si contarono circa 3 milioni di morti e 400.000 dispersi, oggi conta una popolazione quasi triplicata, ma l’unico effetto che ha avuto la sovrappopolazione è stato lo sfruttamento della manodopera a prezzi irrisori tanto che anche dalla Cina imprenditori dagli occhi a mandorla si recano da qualche anno per produrre abbigliamento.
Per anni il sistema del Bangladesh è stato basato in parte sul rilascio di visti per lavori stagionali; le statistiche ufficiali citano che dei 18.000 visti rilasciati dal 2008 al 2012 siano solo in 51 ad essere ritornati in Bangladesh a scadenza visto.
Questo accade sistematicamente per qualsiasi evento organizzato in Italia, a partire dalla Giornata mondiale della Gioventù dove la Chiesa ottiene visti di giovani da ogni paese del mondo di cui solo una minima parte finiscono per ritornare nei paesi di origine. In questo caso i visti sono gratuiti, ma l’esempio vale per dimostrare che ogni occasione è buona per emigrare, anche e soprattutto per i giovani, come lo è per i nostri giovani, disposti a fare i camerieri a Londra, con le dovute differenze naturalmente, come lo è per tutti coloro che approdano nei porti siciliani. Inutile citare i permessi di soggiorno ottenuti con matrimoni fittizi.
Tra i business legati all’immigrazione, anche se in maniera limitata, non sono da trascurare la vendita dei matrimoni o delle convivenze, i visti di lavoro falsi, ma soprattutto i passaporti falsi, i documenti, i permessi di soggiorno contraffatti. In Italia esistono i falsari più abili del mondo, in gradi di produrre documenti e banconote; come dimenticare il film: “La banda degli onesti” con protagonisti Totò e Peppino De Filippo!
Naturalmente non è detto che nel commercio dei visti siano sempre coinvolti funzionari delle Ambasciate, spesso si tratta di iniziative di “locali” che si spacciano per agenti di viaggio, agenzie di pratiche, di affari, e di chissà cos’altro, ma spesso i funzionari italiani sono coinvolti eccome, e l’atto è ancora più deplorevole se si considera che spesso nelle Ambasciate vi sono impiegati che con titoli di studio di “terza alimentare” percepiscono stipendi intorno a € 10-12.000,00 mensili netti, oltre ad una serie di benefit quali il passaporto diplomatico, un incarico di 4 anni, rinnovabile, un viaggio da/per l’Italia pagato ogni 6 mesi, 3 giorni al mese di ferie, una indennità di prima sistemazione pari ad una mensilità, e senza dimenticare un container pagato all’andata, all’assunzione dell’incarico e uno al ritorno, a fine incarico, che a seconda del paese spesso rientrano carichi di oggetti e beni destinati alla vendita, che trattandosi di container diplomatici non sono neanche soggetti a controlli eccetto l’esibizione di una normalissima “packing list”.
Quando si cita “terza alimentare” non si tratta di un errore, sono in molti a non sapere che spesso molti degli impiegati delle Ambasciate italiane in giro per il mondo, sono coloro chiamati in gergo “comandati” provenienti da enti di Stato in smantellamento che non possono essere licenziati ma vengono riassegnati ai Ministeri, e che per meriti di amicizia alcuni, tra i più fortunati che vengono trasferiti alla Farnesina, vengono poi dirottati nelle più disparate Ambasciate, spesso senza neanche parlare la lingua del luogo, anzi spesso senza saper parlare neanche “l’itagliano”.
Che non sia una regola ma che si tratti di tante eccezioni nessuno lo dubita, che gli incarichi vengano assegnati per meriti già crea qualche dubbio in più; in tutti i casi se qualcuno si scandalizzasse sulla questione vendita visti è sufficiente visitare il web cliccando “scandalo visti Ambasciate” che appaiono subito i più recenti: in Iraq nel febbraio 2017 i visti erano venduti a € 10.000,00 cadauno, la scoperta ha condotto alla rimozione del responsabile della sezione. Amen. Sempre del 2017 ma di Marzo è stato scoperto un altro traffico di visti più ampio a Santo Domingo, dove non sono stati  indicati gli importi pagati ma dove è stata coinvolta mezza Ambasciata fino alla chiusura totale degli uffici; imbarazzo risolto con una ridicola sanzione di 6 mesi al Capo Missione, che per chi non conosce il settore corrisponde all’Ambasciatore, mentre altre sanzioni seppur minime, sono state addebitate al personale reo di reticenza nel fornire dettagli sul traffico, che si stima sia durato anni e conclusosi naturalmente a lieto fine con la riapertura dell’Ambasciata; nessuna condanna, nessun licenziamento, nessun bene sequestrato, niente di niente. Anzi, come direbbero a Santo Domingo: “nada de nada”.
Nel 2008 viene scoperto un altro traffico di visti in Senegal per il quale il costo d’acquisto di un visto era stato fissato in € 6.000,00; incaricato rimosso e anche in questo caso … Amen.
Nel 2014 i visti in Kosovo erano quotati € 3.500,00. In Albania nel 1999-2000 il costo dei visti variava da 3 a 5 milioni di lire a seconda di chi li richiedeva. Le organizzazioni mafiose locali che detenevano ragazze dell’Est destinate alla prostituzione provenienti da Moldavia, Estonia, Lituania, attendevano i visti in una cittadina adibita a “hub”, poco distante da Valona, dove nel caso ci fossero stati problemi ad ottenere il visto legalmente sarebbero state imbarcate sugli scafi dotati di motori da 500 HP in grado di attraversare il Mar Adriatico in non più di 30 minuti.
Gli onesti scafisti di Valona, caso unico a livello mondiale, richiedevano una tariffa di 1 milione di lire a persona con l’impegno di restituzione di quanto pagato in caso di rimpatrio o in sostituzione veniva offerto un altro tentativo di sbarco senza pagamento di somme aggiuntive.
Nel 2010, un periodico che si occupa di cooperazione, di tendenza religiosa, parla dello scandalo visti rilasciati in Kenia a personalità somale particolarmente in vista.
Da decenni si parla periodicamente di scandali più o meno accertati, archiviati, insabbiati, denunciati in mezzo mondo. Un altro quotidiano cita scandali in Algeria, Tunisia, Marocco, Egitto, Turchia, Bangkok, Belgrado, Manila e chi più ne ha più ne metta, ma non è ben chiaro oltre a ridicole sanzioni cosa ne è stato del personale coinvolto. E qui si tocca un’altra delle specialità italiane: l’insabbiamento, la cui responsabilità in questo caso riguarda il sistema giudiziario, incapace ormai da tempo di rispondere in maniera adeguata sia in termini di tempistica che di pene inflitte a chi commette qualsiasi tipo di reato che non si tratti di omicidi.
Che in Italia la corruzione sia un malcostume non lo si scopre oggi, ma anche chi non è coinvolto direttamente ha responsabilità nell’omettere di denunciare gli illeciti, salvo scoprire la necessità diffusa di cure oculistiche, oppure che non si tratti di affiliati omertosi di organizzazioni mafiose il cui  credo è riassunto nel detto “nenti vitti e nenti sacciu”, che per coloro che hanno difficoltà con le lingue internazionali, tradotto dal siciliano significa “non so niente e non ho visto niente”.
Il nuovo Governo indipendentemente da chi sarà formato, avrà tanti nodi da sciogliere e tanto da rivedere inclusa la riduzione dei costi della politica, miglioramento ed efficienza della Pubblica Amministrazione ma soprattutto dovrebbero dedicare più attenzioni alla Riforma della Giustizia responsabile di aver smesso di occuparsi di corruzione e soprattutto rea di aver smesso di infliggere pene esemplari a tutti coloro che abusano della loro posizione.
Sembra quasi che il business della vendita dei visti appaia un commercio più che onesto rispetto alla tratta di umani che ha ben poco da invidiare alle golette degli schiavisti dei secoli scorsi, e mentre tutti si affannano a discutere, proporre soluzioni, litigare in TV e nei bar, altri sono intenti a mettere a punto il loro business criminale, sia che si tratti di trafficanti senza scrupoli che attraversano deserti e mari, sia di colletti bianchi seduti ad una scrivania a Bruxelles che pensano di risolvere il dramma di milioni di persone proponendo logorroici ed inutili progetti di cooperazione, ed elargendo miliardi ai Governi africani destinati all’altro ridicolo business, quello della “governance & capacity building”.
E di questo ne parleremo nel prossimo capitolo.

Max Tumolo

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