Inchieste Solidarietà

Silvia Romano & The Hell’s Kitchen

I misteri di un rapimento nella cucina dell’inferno di Malindi

Oggi, 20 Marzo, ricorre il 4° mese dal rapimento di Silvia Romano, la volontaria 23enne milanese, prelevata con la forza da un gruppo armato che cercava proprio lei a Chakama, un villaggio nei pressi di Malindi, Kenya, il 20 Novembre del 2018. Come nelle precedenti ricorrenze mensili, si presume che anche in questa occasione gli organi di stampa e tv italiane non mancheranno di ricordare la vicenda, ognuno contornandola di informazioni già note, tentando di differenziare inutilmente i contenuti, per poi concludere ricordando che ancora non si hanno notizie di Luca Tacchetto ed Edith Blais, rapiti in Burkina Faso a Dicembre 2018, di Padre Macalli missionario della Società delle Missioni Africane, rapito in Niger nel Settembre scorso, e alcuni, forse, menzioneranno anche Padre Dall’Oglio, il missionario gesuita rapito in Siria di cui ormai non si hanno notizie da quasi 6 anni.

Notizie standard ripetute periodicamente e meccanicamente, ma tutte prive di un minimo sguardo oltre le apparenze; notizie pubblicate probabilmente solo per riempire gli spazi vuoti di quotidiani e tg.

Molti azzarderanno ipotesi, ripeteranno come una triste litania i proclami della polizia locale, descriveranno i luoghi dove potrebbero essere i rapitori e si cureranno di riferire che le Autorità italiane hanno richiesto un rigoroso silenzio stampa, mentre invece la stampa keniota, di tanto in tanto, pubblica scoop come il presunto coinvolgimento nel traffico multimilionario di avorio di cui la ragazza sarebbe stata la protagonista diretta, o anzi che addirittura fosse la stessa madre della ragazza ad essere stata coinvolta in traffici di avorio, trasmessi in via ereditaria alla figlia.

Italietta Infetta non ha mai rispettato il silenzio stampa, e ha focalizzato le attenzioni sul business di cui inconsapevolmente la ragazza è stata parte attiva, e che potrebbe, in qualche modo, averle procurato i guai in cui si è trovata coinvolta.

Ebbene nonostante le ricerche e il tentativo di portare chiarezza in una vicenda e in un luogo che si sta rivelando ben diverso da come la gente immaginava, nonostante il vaso di Pandora sia stato scoperchiato, nonostante siano state portate alla luce le raccapriccianti storie di una comunità inquinata da personaggi con una vita privata da brividi, e nonostante la difesa a spada tratta della ragazza e della famiglia nei confronti delle falsità, illazioni e accuse, diffuse proprio allo scopo di depistare le indagini, pochi giorni fa giunge una mail alla redazione di Italietta Infetta, di un soggetto che si è presentato come la “mamma di Silvia”, con una minaccia di diffamazione e di iniziative giudiziarie se non si smette di diffondere falsità sulla vicenda.

In realtà un messaggio non molto dissimile era giunto in occasione dell’articolo sui voli dei falsi cooperanti di Italietta Infetta; di recente anche sul profilo Facebook di Mentana era apparso un commento di una persona che si spacciava per la mamma di Silvia, che invitava a non parlare più di sua figlia, e che Mentana o essa stessa deve aver rimosso quasi subito; ed ora una minaccia di querela per diffamazione al sottoscritto, dopo essere stato l’unico a scagliarsi contro i delatori rei di aver messo alla berlina una intera umile famiglia, soprattutto la televisione e la stampa keniota che hanno diffuso notizie terribili, che andavano smentite ufficialmente per lo meno dalla stampa italiana e nessuno che abbia mosso una sola unghia.

La mia risposta non poteva che essere carica di indignazione nei confronti di quella minaccia, seppur comprendendo le ragioni e lo stato d’animo con cui la famiglia della ragazza convive ormai da 4 mesi.

L’invito ad un chiarimento telefonico però non è stato raccolto, mettendo in dubbio perfino gli scopi di questa appropriazione di identità se non che si tratti di un mitomane.

Ma su Silvia in realtà non c’è altro da scrivere, è già stato scritto di tutto e di più, e a meno di notizie eclatanti, che a questo punto spetta solo alle Autorità diffondere, scrivere altro sarebbe persino superfluo.

Scrivere ancora non porterebbe chiarezza, ma non interferirebbe di sicuro con le indagini in corso e non sarebbe in alcun modo dannoso, nè nei confronti della ragazza che della famiglia. Ma il coperchio del vaso di Pandora di Malindi e dintorni è stato spostato proprio grazie a questa inquietante vicenda, e ora è come se Silvia avesse inteso inviare il messaggio di continuare a spostare il coperchio, lentamente, facendo emergere il marcio di un mondo falsamente solidale, contro i quali sono da tempo puntati i cannoni; quel mondo fatto di vere onlus, attive, mosse da buone intenzioni, gestite da gente sana, onesta, generosa, ma anche di quelle tante finte onlus, che la legislazione italiana continua a permetterne l’esistenza con leggi che non le regolano ma che promuovono l’illegalità; quelle stesse finte associazioni di solidarietà che abusano di giovani come Silvia e di persone generose che credono ancora in tante fate turchine che salvano il mondo, quasi ignorando che lo salvano soprattutto con il denaro degli altri, e che al tempo stesso permette loro una vita sopra le righe, con ville con piscine e ben altro.

Per Silvia sono state molte le testimonianze di persone disposte a organizzare fiaccolate e manifestazioni di affetto, ancora di più sono state le mamme che si sono dette disposte ad urlare in piazza, incitando il Governo a salvare la ragazza. Cosa non ha permesso tutto questo è stato il silenzio stampa e il mancato consenso della famiglia della ragazza. Nessuna iniziativa, nessuna manifestazione, nessuna protesta, ma anche nessuna notizia, niente che possa alimentare la speranza di milioni di madri che hanno adottato Silvia come se si trattasse della loro stessa figlia. E oggi, dopo 4 mesi, ci si chiede sgomenti:

“Ma Silvia, dov’e?”

Se è pur vero che con le manifestazioni non si ottiene niente, l’abbiamo visto di recente con la vicenda di Giulio Regeni, è anche vero che se non ne parlassimo la vicenda cadrebbe nell’oblio. Con un mondo che viaggia così veloce, in pochi giorni Silvia sarebbe dimenticata, e lo dimostra come sul web ancora si trovino appelli di potenziali volontari che si offrono per fare non si sa bene cosa, senza esperienze e senza competenze, che si illudono che basti la buona volontà per cambiare il mondo, rischiando né più né meno quello che rischiano tutti coloro che saranno anche generosi ma che al tempo stesso non potrebbero essere che considerati degli sprovveduti.

Tenere viva l’attenzione sul caso e sul luogo, è vitale, e per la verità il luogo offre una quantità tale di opportunità che risulta incomprensibile come la stampa italiana continui inspiegabilmente ad ignorare tutto ciò che è stato portato alla luce sulla vita sociale di Malindi.

Certo sapere che a Malindi ci sono pregiudicati con condanne passate in giudicato, o imputati in processi per frode mette ancora più in difficoltà gli inquirenti italiani, dimenticando che investigatori, intelligence, poliziotti, carabinieri e ROS impegnati nelle ricerche di Silvia, non possono intervenire direttamente in un paese sovrano; non possono eseguire interrogatori, non possono fare altro che offrire assistenza passiva ad una polizia notoriamente corrotta e inefficiente come quella kenyota, che infatti, a parte i proclami iniziali, con esercito e droni che scandagliavano il territorio, ad oggi non sono arrivati a niente.

Questa è la cruda realtà. Alle domande che molti si pongono nessuno è in grado di rispondere, e a 4 mesi dal rapimento è il silenzio e le illazioni che la fanno da padroni. Ma ciò che è stato portato alla luce da Italietta Infetta, e grazie alla presenza di una ingenua volontaria, è quanto di peggio si potesse immaginare, ed è inconcepibile che nessuna citazione venga fatta al riguardo dalla stampa italiana. Informazioni, tra l’altro che potrebbero anche essere utili agli stessi inquirenti, forse troppo concentrati a capire dove si possa trovare la ragazza senza approfondire le ragioni per le quali i rapitori cercassero proprio lei.

The Hell’s Kitchen

Silvia è caduta nella cucina dell’inferno, the Hell’s Kitchen, quell’area ritratta nella foto di copertina che caratterizza una parte del territorio circostante Malindi. E non è un caso che Malindi sia nata a pochi km da questo luogo affascinante e al tempo stesso inquietante. La cucina dell’inferno, e Malindi è il salotto, dell’inferno, un luogo apparentemente paradisiaco dove il male la fa da padrone e dove suo malgrado Silvia si è trovata risucchiata.

Ed in questa vicenda il ruolo dei social diventa importante, e se è vero che si trova di tutto e di più, è anche vero che a volte si scoprono notizie interessanti.

In una recente chat su un profilo facebook di italiani residenti sulla costa malindina, si scopre che Silvia infatti è stata l’ennesima volontaria, ma non l’ultima, vera o falsa, che ha portato una valigia piena di farmaci ed altro destinata al Karen Blixen bar-ristorante, i cui proprietari, “compari” di Africa Milele della Lilian Sora da Fano, usufruivano delle dichiarazioni rilasciate a  falsi  volontari o cooperanti, ben sapendo che in realtà si trattava solo di “corrieri”.

Il gioco di società per vip annoiati, creato intorno all’ospedale di Chaaria dell’inconsapevole Fra Beppe Gaido, era stato chiamato “Il ponte solidale”, una realtà non esistente sulla carta, né in Italia, né in Kenya, che utilizzava una quantità indicibile di turisti che volavano con tariffe agevolate e che trasportavano un bagaglio aggiuntivo di 23 Kg da consegnare direttamente al coordinamento logistico della pizzeria di questi due loschi figuri permeati di un alone di santità.

Dei tanti bagagli arrivati, di tanto in tanto 3-4 scatole erano inviate all’ospedale di Chaaria. Fra Beppe informato di ciò che era emerso sul traffico di medicinali, anche scaduti, ha poi preso le distanze, confermando, proprio pochi giorni orsono, che alcuni dei suoi contatti, che avevano inviato guanti e altro materiale “nuovo” tramite il “ponte solidale”, sembra che non sia mai arrivato all’Ospedale di Chaaria.

Nessun dubbio quindi che solo una parte giungeva a Chaaria, e che buona parte del materiale invece fosse distribuito a dispensari e farmacie con laute distribuzioni di utili. Per stessa ammissione di alcuni corrieri, sembra che parte del materiale inviato fosse fornito da studi medici che si svuotavano di campionari, altri studi medici che generosamente prescrivevano ricette anche a chi malato non lo era affatto, ma ciò che risulta più inquietante è che molti farmaci sembra fossero stati sottratti dalle farmacie di alcuni ospedali in Italia, o probabilmente, nel caso dei medicinali scaduti, invece di finire negli inceneritori appositi, finivano nelle valigie dirette alla pizzeria.

La cosa che più ha lasciato perplessi e che per un certo periodo ci fossero anche persone che hanno difeso strenuamente il business affermando che la distribuzione di farmaci scaduti in Africa è la norma; “ciò che noi buttiamo in Italia, laggiù viene utilizzato regolarmente”.

Questa frase mi ricorda molto la “missione arcobaleno”, la “Guerra in Kosovo del 1999”, dove il porto di Bari, di Durazzo e di Valona, erano stati sommersi da migliaia di containers contenenti la spazzatura di cui gli italiani si disfacevano con grande generosità. In Africa non è diverso. Le auto vecchie scassate, che sbuffano folate di fumo nero e denso, che stanno su per misericordia vengono inviate in Africa e vendute a migliaia di dollari, mentre in Italia bisognerebbe pagare per la loro rottamazione; gli abiti unti, bisunti e consunti che si regalano generosamente a quelle società o onlus che li raccolgono e li confezionano in balle di misura standard di un metro per un metro, finiscono vendute sui mercati di tutta l’Africa a 100 dollari per balla. Non parliamo del cibo scaduto o di quello regalato dalle organizzazioni umanitarie, come il WFP, meglio noto come PAM, il Programma di Alimentazione Mondiale, distribuito per la fame ma che finisce regolarmente in tutti i mercati di tutta l’Africa nera. Ed infine ecco la distribuzione di farmaci scaduti.

Africa, il monnezzaio dell’Italiaforse del mondo intero.

E i giornali italiani perdono il loro tempo a parlare di accoglienza, senza capire che gli immigrati  sono solo il frutto delle politiche internazionali e del comportamento degli “occidentali”, dove si inseriscono facilmente anche soggetti pericolosi o veri e propri negrieri, che sfruttano le risorse e gli uomini né più né meno di come avveniva ai tempi della tratta degli schiavi, rivista e corretta ai tempi d’oggi, grazie alla generosità della nuova sinistra, da quella delle cooperative e dal business della pesca del pesce migrante.

I due, Roberto Ciavolella e Mariangela Beltrami, proprietari del più famoso ritrovo vip di Malindi, ben noti alla giustizia italiana, imputati in un processo per frode di milioni di euro, che con arroganza e strafottenza gestiscono ancora oggi decine di attività illecite usufruendo della notorietà del locale, sito nel centro di Malindi, sono stati i promotori di attività illecite, e come due pistoleri hanno il calcio delle loro pistole inciso di tacche a ricordare le centinaia di vittime, le persone che hanno frodato.  I due di cui si parlerà ancora a lungo, oltre che imputati in Italia hanno a loro carico decine di denunce anche in Kenya, e diversi processi in corso per frode a tutti, locali e turisti, residenti italiani e investitori. Bonnie & Clide come sono stati definiti, in realtà oggi proprio grazie a Silvia Romano, sono entrati in un tunnel stretto e tortuoso, dove difficilmente potranno continuare a comprarsi i favori di polizia locale e giudici.

La speranza che nutre la comunità italiana di Malindi tutta, è che siano spediti a calci nel sedere in Italia, a rispondere delle loro responsabilità di fronte al Tribunale di Latina, per aver buttato sul lastrico decine di famiglie di risparmiatori frodati dal nano Clide, ex promotore di UBI Banca di Latina, coadiuvato dalla compagna Mariangela Beltrami, anch’essa ex promotore finanziario e imputata per importi meno importanti del suo compagno, ma mente altrettanto criminale, non per niente complice del nano malefico.

E’ notizia recente che il 2 Aprile l’udienza a Latina sarà ancora una volta sospesa, in mancanza di notifica ai diretti interessati, che ufficialmente nessuno sa dove siano, giustizia italiana inclusa, inclusi gli investigatori che a Malindi girano alla ricerca di informazioni sul caso di Silvia, incluso l’Ambasciatore e il Console, che sanno ma sono impotenti, e le autorità di polizia e giudiziarie kenyote corrotte per anni e che è ora che a loro volta ricevano qualche attenzione anche dai loro superiori dell’anticorruzione di Nairobi. Tutti sanno e niente si muove, tutto scorre nell’indifferenza di una burocrazie e di leggi che non puniscono più nessuno ma creano impunità.

Così da un lato Africa Milele, che da quanto risulta abbia interrotto tutte le proficue iniziative di raccolta fondi per la gestione della famosa ludoteca nella savana da € 690,00 e dall’altro lato l’altrettanto proficua attività di ristorazione, appendice della più proficua frode ai danni di turisti e investitori, che ha visto crollare gli incassi a causa della presa di distanza da parte di molti clienti, hanno dato il via al “repulisti” generale che tutti a Malindi auspicavano, ma solo con pochi prodi che ci hanno messo la faccia. Lode ai coraggiosi, coloro che si sono schierati, che hanno avuto la forza di dire “basta” mentre degli altri, coloro che ricordano molto il famoso film “Vai avanti tu che mi viene da ridere”, l’unica certezza che si ha è che al momento opportuno si schiereranno sul carro del vincitore, come sempre accade per buona parte degli italiani voltagabbana.

Certo che un supporto maggiore, non ufficiale ma ufficioso, con informazioni, documenti, chat private, mail, forse renderebbe il lavoro di pulizia più rapido, ma ne faremo a meno, anche perché le competenze ci sono, l’esperienza anche e serve veramente poco altro per smascherare gli impostori e i millantatori che con abilità si sono inventati benefattori, sfruttando le immagini di chiassosi bambini di colore, per raccogliere denaro e fare la bella vita alla faccia di tutti noi.

E di questo ci occuperemo nel prossimo episodio della saga iniziando da una onlus in particolare, sulla quale lascio un pò di suspense e che risulterà, per molti, una vera e propria sorpresa.

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