Inchieste Solidarietà

Speciale Malindi – Cos’ha visto Silvia?

SPECIALE MALINDI

IL RAPIMENTO DI SILVIA ROMANO
TRA ILLAZIONI, MEDIA E OMERTA’

“COS’HA VISTO SILVIA?”

Scanditi a tempo, in sequenza casuale, e senza nessuna logica la stampa italiana pubblica indistintamente lo stesso articolo. Prima a distanza di trenta giorni dal rapimento di Silvia Romano, poi a sessanta, poi ancora a novanta e cento giorni, e si presume che lo stesso accadrà al 4° mese, al 5° e al 6° sperando che nel frattempo giungano novità positive per un lieto fine, come tutti si augurano a partire dalla sua famiglia.Ciò che più stupisce è che tutti gli articoli di qualsiasi organo di stampa si concludono tutti alla stessa maniera, con un riferimento a Padre Macalli rapito in Niger lo scorso Settembre e ai due ragazzi spariti in Burkina Faso a Dicembre: Luca Tacchetto e Edith Blais.

Innanzitutto è doverosa una distinzione tra i tre casi. Se per Padre Macalli e i due ragazzi le analogie riconducono ad una matrice terroristica, per la nota presenza nell’area di Boko Haram, il caso di Silvia invece, avvenuta in un’area relativamente tranquilla, lascia presupporre che le dinamiche siano ben diverse se non addirittura casuali. Silvia deve aver visto qualcosa, è la convinzione di tutti e forse anche degli inquirenti, e la foto dell’articolo sembrerebbe avvalorarlo.

Articoli così, inutili, servono però solo a ricordare che 3 italiani sono spariti, ma non sono di nessuna utilità, non fanno informazione e non spingono a intensificare le ricerche mentre inspiegabilmente viene ignorato ciò che invece la stampa kenyota afferma come dati di fatto, senza nessun riscontro e senza alcuna presa di posizione nè dei media nè delle autorità italiane. Ad oggi l’assenza di conferme o di smentite, non fa che alimentare le illazioni e autorizza chiunque a riversare tonnellate di fango persino sulla famiglia della ragazza.

Di Silvia si è detto di tutto, oltre agli insulti di cui è stata fatta oggetto da beceri frequentatori dei social, e oggi elencare le illazioni serve per ricostruire alcune dinamiche, a partire da chi potrebbe aver diffuso tali notizie e a quale scopo, se non per depistare le indagini e creare più confusione in un caso già di per sè intricato.

Tra le ipotesi che sono circolate si è diffusa la voce che Silvia fosse incinta di qualcuno a Chakama, e che fosse tornata dopo meno di 2 mesi proprio lì, in un luogo vuoto, ma oggetto dell’interesse di tanti. Poi si è diffusa la voce che la mamma di Silvia, Francesca Fumagalli, fosse stata la prima Presidente di Africa Milele, e che proprio a Chakama svolgesse l’attività di trafficante di avorio, coperta dall’attività umanitaria della stessa onlus, la cui presidenza è stata assunta poi da Lilian Sora.

Non solo, la mamma di Silvia, secondo alcune voci, avrebbe lasciato un debito con i trafficanti e nella fantasia di qualcuno sembra che avesse mandato Silvia a saldarlo. Una mamma che manda una ragazzina di 23enne a saldare un debito con gente così pericolosa deve essere malata, ma coloro che hanno messo in giro tale voce sono sicuramente ancora più malati, da legare. E Silvia, che non aveva denaro con sè, è stata rapita per chiedere un riscatto di 20 bitcoin del valore di 4.000 euro ciascuno, quindi in totale 80.000 euro.

Ora, immaginiamo dei bracconieri o dei deliquenti comuni che sappiano come  maneggiare i bitcoin, ma poi perchè chiedere un riscatto di soli 80.000 euro quando in tutti i casi di rapimento, a scopo terroristico o meramente estorsivo, il riscatto chiesto, e spesso pagato dal governo italiano, ammonterebbe ad alcuni milioni di euro? Il condizionale è naturalmente d’obbligo perchè la storia insegna che mai nessun governo italiano o straniero abbia mai ammesso di aver pagato un riscatto e non lo ammetteranno mai.

Poi d’incanto appare una denuncia ad un presunto prete di Chakama per pedofilia, e lo sguardo di tutti è stato subito rivolto verso l’unico prete cattolico di Chakama, che secondo alcuni dovrebbe aver ricevuto una visita della polizia locale, e che invece sarebbe sfuggito alla cattura.

Nella realtà sembra invece che il prete cattolico nel frattempo vivesse tranquillamente nella sua missione. Ma ecco che a sorpresa “il prete” sarebbe in realtà un somalo che si fa chiamare “Father”, il prete, appunto, che ogni tanto appare a Chakama e che non si comprende bene di cosa si occupa. E quando stanno per sfumare tutte le più fantasiose ipotesi, e dopo un silenzio generale che lascia perplessi, ecco che Italietta Infetta pubblica un tweet trovato sul web secondo il quale il corpo di Silvia giacerebbe in un luogo imprecisato ma ripreso da un drone.

La notizia riportata in un articolo molto prudente, cita più volte che ci si augurava si trattasse di una fake, un falso, a cui si attendeva comunque una smentita o una conferma che non è mai giunta. L’ipotesi di un fake si fa più verosimile quando si scopre chi è l’inventore di un siffatto sito, ma restano forti dubbi sulla veridicità del contenuto del tweet che potrebbe anche essere veritiero considerando i dettagli citati. E tanto per completare il quadro ecco che la TV kenyota K24, oltre ad altri newspapers e magazines nazionali kenyoti, pubblicano un servizio secondo il quale Silvia in realtà sarebbe una multimilionaria trafficante di avorio. 

Al proposito di questo servizio, quasi in contemporanea ad opera di un certo “Naturalist Gilbert” presunto strenuo difensore della fauna e del wildlife kenyota, viene pubblicato su Facebook un violento post contro Silvia e i bianchi, con particolare riferimento agli italiani e a tutti coloro che si recano in kenya per distruggere la natura. La replica del sottoscritto, l’unica di un certo rilievo, è stata ancora più violenta, ma in maniera educata, spiegando come quella notizia non fosse solo un fake ma una vera e propria calunnia. D’incanto il post viene cancellato, e  perviene un messaggio che il naturalist” intendeva mettersi in contatto con Italietta Infetta.

Ma ecco che qualche giorno dopo appare un’altra notizia secondo la quale la ragazza sarebbe stata uccisa in uno scontro a fuoco tra i rapitori e i terroristi di El Shabab. Ed infine un’altra voce diffusa da qualcuno che afferma di aver un amico nella guardia forestale, parla di un presunto decesso della ragazza a causa di una sopraggiunta setticemia conseguente una grave malattia, mentre con i rapitori erano in fuga verso il “bush”, verso la selva.

Ma la foto di introduzione di questo articolo non lascia adito a dubbi, Silvia ha visto qualcosa, cosa? E se anche in questo caso si trattasse di un fake? A quale scopo se non per depistare le indagini? Chi è il tipo della foto? Perchè l’espressione allibita della ragazza? Fotomontaggio, forse, ma a quale scopo?

In tutto questo rincorrersi di notizie molto poco verosimili, alcune da verificare e altre vere e proprie bufale manca però qualcosa:una prova che Silvia sia viva.

Nel frattempo emergono anche i business di Africa Milele e della proprietaria del Karen Blixen; emergono le responsabilità della“Sora Lella”, la presidente di Africa Milele, Lilian Sora; emergono i traffici di medicinali, scaduti e non solo, in parte inviati a Fra Beppe Gaido all’Ospedale di Chaaria. In realtà emerge quello che tutti sapevano ma che tutti facevano finta di non sapere: Malindi è divisa tra brava gente e altra molto meno brava, purtroppo in quantità non proprio trascurabile. E oltre a questa gente meno brava c’è da annotare una notevole quantità di presunte associazioni no profit, che indistintamente si occupano di bambini.

Come la stampa italiana possa aver trascurato tutte le altre dinamiche di Malindi, è incomprensibile. Com’è possibile che quando si tratta di parlare di falsa solidarietà ci si scontra contro un muro di omertà soprattutto di chi fa informazione. Com’è possibile che nessuno si sia preoccupato di divulgare un’informazione di vitale importanza diretta ad un pubblico ignaro: “chi fa il turista si deve limitare a quello” e non trasportare medicinali o chissà cos’altro in valigie di cui spesso essi stessi non conoscono il contenuto, nè all’andata nè al ritorno. Per contro, chi intendesse fare un’esperienza di volontariato ha bisogno di un’adeguata preparazione; non si può mandare all’avventura giovani senza esperienza che credono ancora in un mondo esotico, bello e impossibile, che non esiste più neanche nelle fiabe.

Quello che è accaduto a Silvia, a Luca Tacchetto e compagna, alle due Simona rapite in Iraq, a Vanessa e Greta rapite in Siria, a Rossella Urru rapita nella Repubblica Saharauis sconosciuta ai più, a Giovanni Lo Porto ucciso in Pakistan e tanti altri di cui non si parla, non devono più ripetersi. Potrebbero essere i nostri figli a trovarsi un giorno in situazioni simili, e questo è assolutamente da evitare. Come? Con una adeguata informazione.

Ecco, chi si occupa di informazione questo dovrebbe fare e non lo fa, ed episodi simili saranno destinati a continuare se non si mettono dei paletti, regole chiare, difficilmente raggirabili: fare cooperazione è una professione, il volontariato appartiene al passato; non si può andare in Africa e occuparsi tutti di bambini, in particolar modo in Kenya e Tanzania.

Certamente il voyeurismo che accompagna la vicenda appare quasi morboso, tutti vogliono sapere, alcuni pensano di sapere, altri sanno e altri fanno finta di non sapere. Ma la verità è che nessuno sa davvero qual’è la verità. Nessuno sa dove inizia la verità e dove inizia quella menzogna che svia le indagini, volutamente o inconsapevolmente. Soprattutto è il silenzio assordante che continua ad avvolgere la vicenda che appare anomalo, un silenzio omertoso che coinvolge la comunità locale, giustamente preoccupata dal rischio di schierarsi mettendoci la propria faccia. Ma dove sono le migliaia di turisti che si sono prestati al gioco di trasportare valigie ad una pizzeria? Le centinaia di turisti frodati dai due Bonnie & Clide del Karen Blixen, dai falsi volontari a quelli falsamente veri che si sono prestati al gioco di Africa Milele, per poi ritornare in Italia e pubblicare sui social i soliti visi pallidi attorniati da bambini di colore? Non un volontario, non un frodato che abbia alzato la manina manifestandosi con un “io c’ero”. Nessuno.

L’unico contattato ha risposto, nella sostanza: “Di Bonnie & Clide non ho mai avuto sospetti e di Africa Milele mi interessa poco o niente. Buon Lavoro”. Amen. Che importa cosa fanno le altre onlus, che importa di cosa potrebbe accadere ad altri potenziali volontari, e agli altri ignari turisti. A chi importa?
Il muro di omertà avvolge tutti, indistintamente, ed oggi accade che il turismo di Malindi si avvia ad un fine stagione piuttosto triste, con prospettive future altrettanto tristi se la comunità dei residenti e dei viaggiatori non si decide a contribuire ad una pulizia oggi più che mai necessaria. Se si intende riportare Malindi ai fasti di un tempo bisognerebbe valorizzare le belle immagini che Freddie del Curatolo si cura di presentare con il suo giornale locale on line: malindilkenya.net nella speranza, tutta sua, ma in contrasto con una realtà disarmante, di continuare a promuovere il turismo, mostrando solo il meglio. Il meglio di Malindi via via oscurato dalla gentaglia che l’ha invasa ormai da tempo, a partire proprio dai proprietari del Karen Blixen, ricordiamolo, imputati in un processo per una frode di 6 milioni di euro a danno di almeno 30 risparmiatori e 2,3 milioni di frode fiscale.

Tutti fremono per saperne di più, sembra che non ci sia traccia di “Intelligence” italiana in loco, non trapelano notizie. Ma che tipo di Intelligence sarebbe se un investigatore si facesse facilmente identificare? Come potrebbero gli inquirenti italiani raggiungere Malindi e interrogare Mariangela Beltrami e Roberto Ciavolella o altri peggio di loro, sapendo di trovarsi di fronte alla feccia fuggita dall’Italia con processi in corso o con condanne passate in giudicato? Come potrebbero interrogare membri di false onlus sapendo che in modo più sottile e intelligente anch’essi sono truffatori che raccolgono donazioni in Italia per mantenersi ville con piscine, barche, un tenore di vita oltre i limiti e facendo finta di occuparsi di bambini?

Proviamo a immaginare l’imbarazzo di sapere che sono lì ad investigare sulla sparizione di una volontaria, che tutti i media continuano ancora a definire erroneamente “cooperante”, e si trovano ad interloquire con persone  ben sapendo chi sono senza poter intervenire. Forse gli inquirenti dovrebbero organizzare un charter con celle singole e riportare indietro tutti i dannati che hanno invaso luoghi una volta incontaminati.

La stampa italiana dovrebbe scrivere informando invece di riempire gli spazi vuoti con articoli inutili; dovrebbero smentire le illazioni, stringersi intorno alla famiglia e parlare degli illeciti che si compiono in nome della solidarietà.

Perfino uno storico e stimato periodico cattolico, come Nigrizia, ha pubblicato di recente un articolo sul caso di Silvia titolato “Basta illazioni, serve chiarezza”  chiedendo che la polizia informi a che punto sono le indagini e i progressi; un pò come dire, “trovate il modo di avvisare i responsabili in maniera che si mettano al sicuro”, e concludendo con una frase da brividi: “Non vorremmo dover pensare che, nell’attuale clima politico del nostro paese, le voci incontrollate e la ‘macchina del fango’ non vengono bloccate e smentite immediatamente perché tutto sommato fanno il gioco di chi sta usando pretesti di ogni genere per delegittimare il lavoro delle ong e dei volontari italiani nel mondo”.

Mi permetto di far notare a Bruna Sironi, che ha firmato l’articolo di Nigrizia, che questa era una frase assolutamente da evitare in questo contesto, completamente fuori luogo e totalmente di parte. Quella parte che di Silvia non gliene frega niente e tanto meno del marciume di Malindi. Quella parte che ha lo scopo di “pungere” il governo gialloverde che si sta occupando di regolamentare l’immigrazione mentre dall’altro afferma, senza alcuna ombra di dubbio, che tutte le ong e volontari siano integerrimi. Quella parte che continua a difendere posizioni indifendibili rigettando e non riconoscendo che il marciume si è impadronito anche del mondo della solidarietà.

Tutto questo c’entra ben poco con Silvia ma c’entra molto con chi l’ha inviata da sola in quel luogo infausto da una di quelle onlus contro le quali le ong e onlus sane dovrebbero schierarsi invece di trincerarsi anch’esse in un silenzio omertoso, alzando la voce solo per promuovere l’accoglienza indiscriminata.

Le ong e onlus sane dovrebbero riflettere e ribellarsi a questa metamorfosi del mondo della solidarietà invece che difenderlo a prescindere, come in quest’ultima frase che sarà passata inosservata a chi non conosce il settore, ma che maschera solo un profondo dissenso politico.

Ebbene chi è senza peccato inizi a lottare per regolamentare il settore, con una legislazione adeguata, e non accettando silente la porcata di Renzi con la legge 125/2014 e una insulsa riforma del Terzo settore che crea ancora più confusione e mira solo a favorire il non profit. Un silenzio senz’altro complice che contribuisce ad alimentare il  business della solidarietà a scapito di quella trasparenza e chiarezza grazie alla quale oggi forse Silvia non si sarebbe trovata nei guai.
 
“Cara Bruna Sironi, credo che la tua frase sia oltremodo fuori luogo e soprattutto infelice, e sono convinto che alla gente, tutto sommato, poco importa delle vostre beghe politiche mentre si parla di una ragazza rapita. Per quanto riguarda ONG e onlus ti invito a leggere gli articoli di Italietta Infetta proprio sui bilanci falsi delle ong e delle onlus, sono sicuro che ti saranno d’aiuto a comprendere ciò che a volte si rifiuta volutamente di comprendere. E nel caso non bastassero, nei prossimi articoli sulle onlus di Malindi ne scopriremo molto di più, smentendo le tue affermazioni e quelle ormai trite e ritrite di una sinistra buonista insulsa e sempre meno credibile, di cui a noi e a chi ci legge frega ancora meno, fermo restando la speranza che nel frattempo giungano notizie confortanti riguardo la salute della ragazza.
Saluti.”

                                                                                                                             Max Tumolo

PS – AGGIORNAMENTOLa foto di copertina è stata ricevuta già ritagliata, ma la potenza del web e dei social hanno fatto il resto. La foto è tratta dal profilo pubblico di “Ortica Robertica”, una dei due ragazzi che ha accompagnato Silvia a presentare la denuncia al Comando di Polizia di Malindi.

Lecito pensare che chi ha diffuso la foto di copertina l’abbia fatto volutamente per creare confusione e depistare. 

Ecco la foto integrale:

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