Inchieste

Il Grande Business dell’Immigrazione – Parte Prima

IL GRANDE BUSINESS DELL’IMMIGRAZIONE

PARTE PRIMA

L’argomento dell’immigrazione risulta sempre attuale e nonostante sia stato trattando sotto innumerevoli punti di vista contiene ancora molti lati oscuri.

Di immigrazione se ne parla da anni, decenni, anzi secoli e naturalmente quale migliore occasione l’approssimarsi delle elezioni politiche dello scorso 4 Marzo, per appropriarsene e inserirlo nei programmi politici.

Il centrodestra che lo ha cavalcato ha raggiunto un più che ottimo risultato, segno che l’argomento è considerato da buona parte dell’Italia una criticità che richiede attenzioni, e tuttavia sembra proprio che sull’argomento continui ad esserci molta confusione, sia nell’esposizione delle ragioni del fenomeno, sia nella maniera con cui affrontarlo.

Provando a cimentarsi in un’analisi priva di demagogia e ricca di pragmatismo, il primo dato che emerge è il risultato finale: il razzismo e lo scontro tra bianchi e neri alimentato dalla povertà crescente si inasprisce di giorno in giorno e offusca le menti ignorando che in realtà si tratta solo di una guerra tra disperati in procinto di esplodere in maniera devastante.

Sbaglia chi pensa ad una strategia occulta, ad un disegno che conduce come sempre alle fantasiose e sempre più diffuse “teorie del complotto pronte ad emergere dopo fenomeni che coinvolgono milioni di persone. Rassicuratevi, niente di tutto ciò; in questo caso come molti altri è sempre opera dell’uomo e del suo obiettivo della ricerca di benessere e sicurezza, visto dal lato di chi ne è alla ricerca, e di spietati commercianti e opportunisti che dall’altro lato sono disposti a tutto pur di trarne profitto.

Partiamo quindi dal presupposto, legittimo, che ognuno degli abitanti di questo pianeta è nato libero e solo da grande scoprirà che qualcuno nel frattempo ha provveduto a porre dei confini entro i quali ha limitato non solo la libertà ma l’identità e spesso anche la dignità.

Le migrazioni sono un fenomeno millenario raccontate perfino nelle sacre scritture: Mosè è stato uno dei migranti più famosi della storia, l’esempio per eccellenza, ma l’Africa tutta è sempre stato un continente di migranti; dai touareg e i beduini del deserto fino alle popolazioni Bantu che hanno popolato l’intera Africa, da millenni, muovendosi da un territorio all’altro, creando comunità, villaggi, intere città.

Come dimenticare che gli stessi italiani, prima e dopo la seconda guerra mondiale, sono emigrati nelle Americhe e che secoli prima Marco Polo visitava altre terre alla ricerca di beni da commerciare, mentre Alessandro Magno le conquistava e Cristoforo Colombo le scopriva per sfruttarle su commissione di alcune monarchie del vecchio continente.

Il vecchio continente stesso ne ha creato uno nuovo invadendolo con intellettuali e grezzi campagnoli o avventurieri che con spirito innovativo rispetto al conservatorismo tuttora vigente in Europa, lo erigeva a potenza mondiale egemone, la prima in assoluto di questo pianeta, indiscussa, amata e odiata, ma inattaccabile.

Si direbbe che questa è solo banale retorica e che i tempi erano diversi, ciò che non cambia è che in ogni epoca le migrazioni si siano svolte per le stesse ragioni: per guerre, carestie, inondazioni, e ricerca di benessere. Ma qual’è oggi la ragione così diversa per la quale interi popoli migrano verso l’Europa, e guarda caso approdando tutti o quasi nei porti più vicini del vecchio continente? Si parla poco o niente delle migrazioni verso la Turchia, la Grecia o la Spagna, ma non se ne parla perché sono paesi esclusi dal fenomeno per qualche ragione in particolare o perché nessun organo di stampa italiano ne parla per non comparare il differente approccio?

ALCUNI DATI

Secondo i dati pubblicati dall’IOM, International Organization for Migration, nel 2017 sarebbero sbarcati in Europa 116.692 migranti di cui 2.405 i morti. L’83% sono arrivati in Italia il resto in Grecia, Cipro e Spagna. Nel 2016 gli arrivi erano stati oltre il doppio, 263.463. Se in Italia è giunto l’83% dei migranti significa che in 2 anni sono stati accolti 315.528 immigrati. Questo secondo i dati forniti dall’IOM, ma la realtà potrebbe essere ben diversa: molti arrivano clandestinamente e non sono computati nel calcolo, per molti altri si tratta di espulsioni e di rientri, molti arrivano con visti ufficiali rilasciati dalle Ambasciate italiane, alcuni con visti regolari molti altri con visti irregolari o frutto di compra-vendita.

L’IOM, tanto per ricordarlo è un’Agenzia delle Nazioni Unite così come lo è l’UNHCR, nota in Italia come ACNUR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l’Agenzia, tanto per chiarire, che ha dato i “natali” politici alla Laura Boldrini, ex Presidente della Camera del Parlamento italiano.

Dai dati OIM comparati con la consorella UNHCR risultano però sostanziali incongruenze. L’UNHCR indica infatti:

2017 – immigrati 172.301 morti 3.139

2016 – immigrati 362.753 morti 5.096

2015 – immigrati 1.065.078 morti 3.771

2014 – immigrati 216.053 morti 3.538

Ma mentre l’IOM indica nell’83% la percentuale di migranti accolti dall’Italia, non altrettanto indica l’UNHCR i cui dati sono stati ripresi anche dall’ISMU, Istituto Migranti, e pubblicati nel rispetto delle indicazioni del Ministero degli Interni, precisando inoltre che le domande d’asilo sono state 130.000 nel 2017, di cui 47.839 dinieghi, mentre nel 2016 i dinieghi sono stati 55.425 su 362.753 arrivi. Nel 2017 poi secondo ISMU 11.664 migranti sono stati ricollocati in Germania, Svezia e Svizzera, dei quali circa il 95% cittadini eritrei, 521 siriani e 98 di varie altre nazionalità.

Sarebbe interessante sapere che ne è stato dei migranti a cui è stata negata l’accoglienza, dei quali nessuno fornisce notizie. Proviamo ad immaginare che siano stati espulsi, ma dove? Come? La fantasia di ognuno si sbizzarrisca nel trovare risposte.

Un pallottoliere di dati utilizzando vite, con numeri che si rincorrono, differiscono, contrastano in una più verosimile constatazione che ognuno dice la sua e probabilmente in maniera neanche troppo disinteressata.

La difformità di dati forniti da 2 Agenzie delle Nazioni Unite la dice lunga di come le statistiche potrebbero essere state compilate, forse a tavolino, da burocrati profumatamente pagati con il denaro possibilmente destinato all’accoglienza e soprattutto pagato 2 volte, a OIM e UNHCR appunto per fare lo stesso lavoro. Senza dimenticare che poi entrambi riceveranno centinaia di milioni, spesso anche miliardi e non solo dal Governo Italiano, per occuparsi di una migrazione che soprattutto l’Italia assorbe, come abbiamo visto per l’83%, fors’anche di più e che segue di pari passo la richiesta di finanziamenti in proporzione alle statistiche pubblicate.

Il dato più interessante però lo pubblica l’UNHCR, quando elenca le nazionalità dei migranti nel 2017 giunti in Europa:

– Siria e repubbliche arabe (senza specificare quali) 19.166

– Nigeria 18.401

– Guinea (senza specificare se si tratta di Equatoriale, Conakri o Bissau) 13.847

– Costa d’Avorio 13.488

– Marocco 11.626

– Bangladesh 9.036

– Gambia 8.650

– Algeria 8.545

– Iraq 8.478

– Eritrea 8.236

Dai dati forniti dal Ministero degli interni da Gennaio al 15 Marzo 2018 sarebbero già arrivati oltre 100.000 migranti di nazionalità in parte confermate dai dati precedenti con l’aggiunta dei dimenticati cittadini del Mali, Niger, Senegal, e di altri paesi, che non significa che non fossero inclusi nei dati precedenti, ma con tutta probabilità non indicati in quanto numericamente ininfluenti; come se nel pallottoliere di vite umane 4-5.000 persone possono anche essere trascurate in quanto non determinanti nel computo delle spese d’accoglienza.

I dati tuttavia risultano a prima vista anomali soprattutto se consideriamo che dagli anni ’70 del secolo scorso le migrazioni dai paesi del Maghreb e dalla Nigeria non si sono mai interrotte.
Da un rapido calcolo se solo ci si limitasse alla sola spesa di € 35,00 giornaliere calcolato per ogni migrante dichiarato dall’IOM, significa che in due anni l’Italia ha speso poco meno di 4 miliardi di euro, mentre secondo i dati UNHCR ne potrebbero essere stati spesi 5,6 miliardi. Cifre entrambi naturalmente in difetto limitate alla sola diaria giornaliera ma che non include le spese della marina, le spese di prima accoglienza, le spese sanitarie, quelle di polizia, non solo nei luoghi di arrivo, ma di dislocazione in giro per il paese, e senza tralasciare le spese burocratiche delle Questure, dei comuni, del sistema sanitario nazionale.

A queste spese in Italia bisognerebbe aggiungere anche le spese sostenute dal Ministero degli Affari Esteri a sostegno dei progetti di cooperazione, indipendentemente che si tratti di progetti di emergenza o di sviluppo.

Ma quanto è realmente distribuito ai migranti e quanto ai “commercianti?” Quindi perché prendersela solo con gli immigrati? Possibile che non sia ancora chiara la strategia che se ne parla così tanto solo per alimentare il business? Più se ne parla più si crea l’esigenza di risolvere il problema, e più cresce l’esigenza di interventi più aumenta la necessità di fondi.

QUINDI BUSINESS, NIENT’ALTRO CHE BUSINESS

Ma torniamo ai dati sull’immigrazione chiarendo anche che i migranti, tutti o quasi, non possiedono documenti di identità; la nazionalità e i nominativi dichiarati da essi stessi all’ingresso in Italia non possono essere accertati a meno che non si tratti di espulsi che rientrano per la quarta, quinta volta che le loro generalità ormai dovrebbero essere ben note ai servizi di polizia di cui si immagina siano dotati di foto segnaletiche.

Inoltre buona parte di coloro che giungono dal West Africa sono francofoni e difficilmente di etnie distinguibili se provenienti dal Niger, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Senegal, Mali, Tchad, Repubblica Centrafricana e di altri paesi limitrofi.

Nell’Africa dell’Ovest sono solo 5 i paesi dove si parla l’inglese: la Nigeria, il Ghana, la Sierra Leone, la Liberia e una parte del Camerun. Tenendo conto che non sono dichiarate provenienze da Sierra Leone, Liberia e Ghana, se ne deduce che gli anglofoni che giungono in Italia dal West Africa alcuni sono camerunesi e tutto il resto si tratta di nigeriani, che non si scopre oggi che emigrano e con quali modalità.

Ricordiamo che già negli anni 70 del secolo scorso l’Italia era invasa in prevalenza da donne nigeriane costrette alla prostituzione, storia che continua al giorno d’oggi. In 50 anni non è cambiato niente: anche dal Marocco, Tunisia e Algeria continuano a giungere in Italia da 50 anni, solo che oggi se ne parla di più e mentre prima nessuno riceveva assistenza e l’immigrazione passava inosservata, oggi se ne parla per il business che gli è stato creato intorno. La domanda che ci si pone però è:
Perchè l’83% di questa gente sceglie l’Italia come approdo verso il vecchio continente?

L’ACCOGLIENZA IN ITALIA

Forse l’Italia è stata scelta per la facilità di ingresso per poi raggiungere l’Europa centrale e del Nord, dove esistono maggiori opportunità di lavoro, affermano alcuni; ma lo stesso accesso lo otterrebbero se le rotte verso il nord passassero attraverso la Spagna da un lato e la Grecia dall’altro. Cosa accade negli altri paesi nessuno lo sa, cosa è certo è che negli ultimi anni l’Italia è diventata famosa in tutta l’Africa e l’Asia per l’accoglienza più calorosa, per i sentimenti di carità e di solidarietà, per la benevolenza verso i neri a scapito degli stessi italiani, che, si, è vero, poi ci sarà un po’ di intolleranza verso i neri, ma è trascurabile.

L’importante è la corsa a chi è più caritatevole, così ecco la gara a chi arriva prima per accedere ai finanziamenti riservati all’accoglienza e destinati non ai migranti ma alle ONG, alle associazioni caritatevoli, alla Chiesa, ai governi locali, all’assistenza sociale, all’albergatore, al trafficante, al falso gestore di centri di accoglienza inesistenti con nominativi inventati di migranti.

Ecco, proprio così, l’ennesimo business inventato e alimentato proprio dagli italiani e poco importa se si tratti di business leciti o illeciti.

Ma perchè poi lo scontro è più cruento tra bianchi e neri rispetto a coloro provenienti da Pakistan e Bangladesh o a coloro provenienti dai paesi arabi? E solo colpa del colore troppo diverso della pelle o è colpa del trattamento troppo diverso nei confronti degli italiani sempre più in povertà?

Alla luce dei dati e di queste prime considerazioni sul fenomeno forse bisognerebbe osservare e vivere la questione dell’immigrazione in una maniera più distaccata e razionale, e non considerarla come un’invasione: non dimentichiamo che “chi emigra lo fa storicamente per trovare condizioni di vita migliori”, e questo è un dato di fatto incontrovertibile. Alcuni fuggono dalla guerra, altri da carestie, altri ancora dalle persecuzioni etniche. Le migrazioni hanno sempre delle buone ragioni a partire dal semplice desiderio di scoprire luoghi nuovi, inesplorati, dove si è convinti di trovare ciò che il luogo abitato fino a poco prima non era più in grado di offrire, indipendentemente che si tratti di acqua, cibo o pace.

Ma se da un lato è legittimo per l’uomo la ricerca di benessere lo è un pò meno quando intorno ai bisogni si crea il business. La pubblicità in TV ha lo scopo primo di promuovere il benessere attraverso il business: si vendono prodotti e li si presenta nella maniera più invitante possibile, in 4 parole: “si crea il bisogno”, e la gente corre dietro a questo o a quel prodotto che una costosa campagna pubblicitaria ha presentato come un prodotto miracoloso.

Il fenomeno dell’immigrazione nasce da bisogni simili, dall’emulare il rapper nero che con una catena d’oro al collo da 5 kg sfreccia su una Mustang Cabriolet piena di avvenenti ragazze, dal desiderio di avere una casa arredata come quella di Michael Jackson con poltrone in “pelle umana” e con tanto di caminetti nonostante queste magioni sorgano ai tropici, i cui caminetti sono per lo più utilizzati per fare barbecue piuttosto che scaldare gli ambienti nelle stagioni fredde che non ci saranno mai.

Le migrazioni nascono dal desiderio di aprire il portafogli e vederlo pieno di denaro da spendere, o forse solo dalla speranza di trovare un onesto lavoro che permetta di sopravvivere. Molti migranti svolgono lavori umili consapevoli che non possono fare i manager; faranno i manovali, i carpentieri, i muratori, i raccoglitori di pomodori e cetrioli, che tanto nessun laureato italiano a Cambridge che non trova lavoro piuttosto muore di fame. Gli altri che non trovano collocazione spacciano droga, bighellonano, magari si arrangiano con qualche furto e rapine, altri si occupano di prostituzione, altri ancora affittano posti letto in camere o in catapecchie dove ce ne sono già altri 100 di disgraziati come lui.

Ma molti restano anni nei villaggi-vacanze che al confronto quelli dell’Alpitour sembrano lager; molti altri occupano abusivamente appartamenti come accade da anni nel villaggio olimpico di Torino, altri vengono ospitati in hotel e pensioni, presso privati o stalle che grazie ai € 35,00 al giorno distribuiti per l’ospitalità compensano il mancato guadagno di assenza di turisti o di bestiame.

Questo però è solo l’aspetto finale del business. Far lavorare un migrante costa meno che assumere un laureato a Cambridge che comunque ha mamma e papà che ancora provvedono ai bisogni primari come una cenetta con gli amici di università o di bagordi, comprano vestiti alla moda e rimpinguano di carburante e di denaro le vetture e i portafogli.

I migranti fanno comodo a tutti, sia che lavorino in nero sia che siano neri che lavorano, sfruttati. Basta provare a chiedere a un migrante se conosce la parola “contributi” o “previdenza sociale”, o forse bisognerebbe solo provare a chiedere quanto gli viene corrisposto di quei € 35,00 giornalieri per capire come funzionano le cose.

Chi sbraita e organizza talk show per aizzare gli italiani contro i migranti trasmettono spazzatura; il problema non sono i migranti ma sono coloro che hanno creato il business. Nel gergo della giurisprudenza penale sono definiti “mandanti” e non sono meno criminali dei trafficanti di cui parleremo nella seconda parte di questo editoriale, e poco importa se si tratta di politici, di ong, di associazioni, di aziende, di businessmen, di Governi, di organizzazioni religiose.

Gli stessi che in nome del business fomentano le differenze di trattamenti e l’odio razziale.
                                                                                                                                         

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *